LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Cos’è oggi il terzismo? Lo spazio politico possibile di un Corriere guidato da Cairo

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Al direttore – Lei mi invita a nozze. Avevo chiuso le mie risposte ai quesiti del “Foglio” sull’offerta pubblica di scambio di azioni Cairo Communication con azioni Rcs Mediagroup chiedendole se oggi il “Corriere” conservi ancora quel quid pluris di influenza politica e finanziaria che ha giustificato per decenni un valore della casa editrice superiore ai rendimenti reali. Lei risponde dando per scontato il successo di Cairo, ma previo rialzo dell’offerta, e suggerendo il riposizionamento politico del “Corriere” quale questione decisiva.

L’informazione italiana, a suo dire, si starebbe concentrando in due grandi famiglie: una favorevole alla sinistra di governo (“la Repubblica” e “la Stampa”), l’altra all’opposizione non radicale (Mediaset, Mondadori, “il Giornale”). Per irrobustire questa analisi aggiunge i padroni e i padrini: alla prima De Benedetti ed Elkann, alla seconda Telecom e Vivendi, e cioè Berlusconi, Bollore’ e Mediobanca. Il “Corriere”, nota ancora con finezza, non può più stare nel mezzo in nome del suo storico terzismo, perché non esiste più una borghesia terzista che offra un insediamento sociale al progetto politico di un grande centro moderato. Oggi il terzo polo e’ costituito dal M5S. Se il “Corriere” non si ricolloca in una delle grandi famiglie, fa una scelta di campo che lo schiaccia sull’antipolitica.

Partiamo dagli economics. Cairo avrà successo? Starei per dire di sì, ma non ne sono sicuro. Diversamente da lei, credo che non possa migliorare sensibilmente la sua offerta. Per due ragioni. La prima: Rcs, trovandosi in situazione prefallimentare, non merita un premio “politico”; i vecchi soci che hanno strapagato Rcs accettino la realtà del loro errore oppure tirino fuori altri soldi e rilancino senza pretendere favori che le banche creditrici negherebbero a clienti normali.

Seconda ragione: se Cairo migliorasse molto il concambio a favore dei soci Rcs, di altrettanto si diluirebbe e si esporrebbe al rischio di scalata e comunque di subire influenze improprie in questa fase della storia sua e del “Corriere”. Nel poker di Rcs, meglio andare a vedere se le quotazioni correnti sono un bluff tra compari di merende o se celano l’avvio di una scalata per cassa.

Svanite le chiacchiere su Dassault e Bollore’, ne fioriscono di nuove su una contro Opa studiata da Mediobanca con Andrea Bonomi e/o Carlo Pesenti. Mah… In ogni caso, la Consob dovrebbe esigere chiarezza. Per quanto improbabili, certe indiscrezioni possono influenzare i corsi azionari. E comunque, nel caso ci fosse davvero la contro Opa, suppongo che Cairo non ingaggerebbe un’asta all’ultimo sangue ma lascerebbe al mercato la scelta tra i quattro soldi provenienti dall’ennesima cordata finanziaria promossa da un soggetto che aveva dichiarato di voler uscire da Rcs e le quattro azioni provenienti da uno del mestiere.

Quanto alla fine del terzismo, invece, Cerasa ha ragione. Ma il punto è che il terzismo non esaurisce il concetto, assai più virile, di indipendenza. Paolo Mieli, il teorizzatore del terzismo, ha una storia, Luigi Einaudi, sacerdote dell’indipendenza del quotidiano di informazione dai poteri politici ed economici, ne ha avuta un’altra, di ben altra levatura.
Come Cerasa, credo che il terzismo non funzioni più per il venir meno di una certa borghesia, alla fine opportunista nei suoi rapporti con lo Stato, impersonata in via Solferino da Giovanni Agnelli. Ma non speculerei sulle simpatie renziane di Elkann. Il nipote e’ filo governativo tanto quanto il nonno.

Nell’editoria italiana ha gettato la spugna. Si è rivolto all’ “Economist”, settimanale liberale e indipendente che, a seconda del momento, può “votare” per i tory o per il labour, per i democratici o per i repubblicani. Se connettessimo le suggestioni di Raghuram Rajan sulla globalizzazione a quelle di Antonio Gramsci sul cosmopolitismo delle classi dirigenti italiane, ricaveremmo qualche idea utile alla linea di un giornale di informazione del nostro tempo… Ma per ora constatiamo che ad Elkann, sia pure solo a Londra, piace la formula dell’indipendenza.

L’idea che un grande quotidiano debba cedere sovranità ai leader della politica, accontentandosi di dare qualche consiglio, se richiesto, e governando l’attivita’ informativa al servizio della causa, non è una bestemmia. Nell’Italia del boom funzionava. Oggi, però, mi sembra un errore di marketing e una rinuncia ad ambizioni grandi e tuttavia sostenibili. Le democrazie sono ormai tripolari in tutta Europa; il radicalismo si è insinuato anche nel bipolarismo americano, condizionandone l’agenda. Eppure, nessuno chiede ai grandi giornali di schierarsi. Semmai tutti attendono i prodigi on line di Jeff Bezos al “Washington Post” e di Mathias Dopfner al gruppo Springer.

D’altra parte, la politica non appassiona più come un tempo. La crisi dei talk show e la noia per le cronache dal Palazzo derivano dalla modestia dei protagonisti quanto dalla crescente sfiducia nell’utilità della politica. Renzi può rifugiarsi da Barbara D’Urso, come altri fecero prima di lui con altre Barbare. Ma l’industria dell’informazione non risolve i suoi problemi inseguendolo.

Il potenziale lettorato delle famiglie politiche evocate da Cerasa rappresenta un terzo del corpo elettorale. E spesso vota turandosi il naso….Il resto? Un editore puro non rinuncia a gran parte del mercato potenziale ma cerca di intercettarlo tutto usando meglio le piattaforme tecnologiche per contaminare informazione, commercio e servizi e riqualificando la propria identità al di là della compagnia di giro della politica, e anche al di là delle Goldman Sachs e del Fondo monetario, della Fed e della Bce, ma anche al di là dei Marchionne e dei Bill Gates. iNon è estremismo, ma consapevolezza che il mondo e la vita sono più larghi e più sorprendenti. Come dice Michael Douglas a proposito del denaro, l’informazione non dorme mai.

Un’identità nuova si costruisce riducendo la foliazione cartacea oggi pletorica e, al tempo stesso, allargando a 360 gradi il campo delle narrazioni senza rifugiarsi nello “strano ma vero”. Per capirci, le indagini giornalistiche, senza rinunciare alle denunce sulla Casta, possono e devono mirare anche agli altri soggetti che estraggono benefici privati da posizioni privilegiate nell’economia come nella cultura, nelle pubbliche amministrazioni come nelle chiese, nello spettacolo come nello sport, che rappresenta la nostra nuova Iliade.

La crisi del 2008 ha aperto uno straordinario terreno di lavoro a un’editoria che sappia andare oltre gli schemi e i “pensatori” degli anni ’90. In questo nuovo contesto, la libertà dai condizionamenti della politica e dell’economia – e cioè l’indipendenza – non sarebbe un lusso per anime belle e magari ipocrite, che un cattivista come Giuliano Ferrara infilzerebbe da par suo, ma la precondizione per nuove sfide professionali in partibus infidelium e per nuovi servizi generatori di cassa a casa nostra. Naturalmente, bisogna essere capaci. E non è detto che i capaci ci siano. Ma esattamente in questa incognita risiede il rischio di impresa. Che, ove risolto, avrà pure l’effetto collaterale di incidere sull’agenda della politica grazie al proprio valore aggiunto e non, come da tempo accade, grazie alle mere cronache giudiziarie.