RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l'avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l'ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l'atroce padre. Di questi tempi, l'Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest'uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e' titolare.

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Augusto, Matteo e Antigone


Il caso Minzolini sta facendo emergere i cattivi umori di quella sinistra che si rifiuta di discutere le ragioni di chi, da sinistra, non ha votato la decadenza del senatore di Forza Italia. Intendiamoci, la parte più rilevante di questo lato dello schieramento politico, pur approvando la decadenza di Augusto Minzolini, dialoga con chi la pensa diversamente. Ma un’altra parte reagisce offendendo attraverso mail grondanti odio, non di rado anonime. Non dovrei preoccuparmene: mi era già capitato di essere insultato con lo stesso stile quando non votai l’Italicum e quando contestai la riforma costituzionale, poi bocciata dal referendum. Allora, erano elettori e militanti di sedicente osservanza renziana. Oggi, per quel che capisco dalle mail, sembrano oppositori di Berlusconi di osservanze politiche diverse. Ieri, venivo richiamato alla disciplina di partito (del quale, come si sa, non ho la tessera).

Che statuto del Pd e regolamento del gruppo parlamentare garantiscano libertà di coscienza sulle questioni costituzionali non contava. Men che meno contava che l’articolo 67 della Costituzione escluda ogni vincolo di mandato per i parlamentari. L’Italicum ci sarebbe stato invidiato da tutta Europa, diceva il capo e ripetevano i seguaci. Chi non era d’accordo, e si comportava di conseguenza, era bollato come reprobo. Poi, il capo ha scoperto che l’Italicum andava cambiato e la Suprema Corte ne ha infine stabilito l’incostituzionalità. Ma anche questo non conta per quell’area della sinistra – e non solo della sinistra – che preferisce sbagliare in massa con il capo piuttosto di aver ragione in solitudine, contestando il capo.

Nemmeno questa è una novità. Nel 1956, di fronte ai carri armati sovietici fu Montanelli a scoprire e raccontare la sublime pazzia della rivolta di Budapest, non Togliatti. E quei comunisti che avevano capito si trovarono nelle condizioni di dover lasciare il monolitico Pci essendo dallo stesso Pci trattati come traditori di fronte al nemico. Eppure, molti dei fuoriusciti restarono nel campo della sinistra. E molto l’aiutarono a migliorare. Uno per tutti: Antonio Giolitti.

I nostri, per fortuna, non sono più tempi di ferro e di fuoco. La lezione del referendum costituzionale sta facendo riflettere. La scoperta delle debolezze dell’Italicum pure. Il caso Minzolini non sarebbe nulla di per sè, ma diventa qualcosa se su quanti non si uniformano al verbo si fa risuonare la campana della legge. Il richiamo è conturbante, anche quando è fatto in modo incivile, perché l’osservanza della legge riguarda tutti. E però di quale legge stiamo parlando? E se la Legge confliggesse con la Giustizia?

È vero, Minzolini è stato condannato con sentenza definitiva a due anni e sette mesi per aver abusato della carta di credito aziendale. Gli è stato contestato il reato di peculato in quanto all’epoca dei fatti era direttore del Tg Uno e la carta di credito era della Rai, azienda a controllo pubblico ancorché sia stata posta fuori dal perimetro della pubblica amministrazione. La Corte dei conti, in verità, non aveva rilevato alcun danno erariale.

Poi, su esposto di Antonio Di Pietro, viene aperta l’inchiesta giudiziaria nell’ipotesi, ardita e tuttavia possibile, che ci fosse peculato pur non essendoci danno erariale. In tribunale, il pm chiede due anni, ma Minzolini viene assolto. In Appello, la pubblica accusa chiede ancora due anni, la Corte condanna e aggiunge sette mesi. Senza questo appesantimento non scatterebbe la legge Severino. La Cassazione, che giudica il rispetto della procedura, conferma la condanna. Tra il primo e il secondo grado del giudizio, il giudice del lavoro aveva ordinato alla Rai di restituire a Minzolini il quantum delle note spese contestate che lo stesso Minzolini aveva rimborsato alla Rai prim’ancora di ricevere l’avviso di garanzia. La Rai non ha mai denunciato danni per i quali chiedere un risarcimento. Un groviglio.

In questi giorni, si è discusso molto sulla presenza del giudice Sinisi nel collegio della Corte d’Appello. Si è rilevato come per almeno 15 anni, tra il 1993 e il 2008, Sinisi avesse ricoperto cariche di governo locale e nazionale per il centro sinistra. Alcuni senatori contrari alla decadenza di Minzolini se ne sono lamentati: Sinisi, sostengono, avrebbe dovuto astenersi dal giudicare un avversario politico. Altri, favorevoli alla decadenza, hanno rilevato come Minzolini non abbia ricusato il giudice politicizzato tornato a rivestire la toga e hanno comunque sottolineato come il collegio fosse composto da tre giudici.

Personalmente, ritengo deboli questi due argomenti colpevolisti. Non possiamo dimenticare, a sinistra, il giudice Metta e la sentenza sul lodo Mondadori. Quando risultò che quel magistrato aveva ricevuto denari dal mondo berlusconiano, la sentenza favorevole a Fininvest, che Metta aveva contribuito a far decidere, venne annullata. Per il centro-destra, Metta non poteva essere considerato determinante, essendo il collegio composto da tre giudici. Per il centro-sinistra, lo era, costituendo il collegio giudicante un corpo unitario; insomma, per noi il collegio era come un tavolino a tre gambe: se una gamba si rompe, il tavolino non regge.

Certo, si potrà obiettare, per il giudice Metta esisteva una certezza, mentre per il giudice Sinisi esiste solo un fumus. Un fumus che l’imputato non ha fatto rilevare in sede processuale. Vero, tutto vero. Ma stiamo qui valutando le strategie difensive di Minzolini? Credo di no. Qui ci dovrebbe interessare il punto politico, e cioè se la democrazia, che si fonda sulla distinzione e sull’equilibrio dei poteri, possa tollerare un simile fumus. Di più: mi chiedo e vi chiedo se una maggioranza parlamentare possa far decadere un oppositore sulla base di un tale groviglio di giudizi: due sentenze di merito favorevoli a Minzolini (Tribunale e Giudice del lavoro), una condanna di merito (Appello), una conferma, per così dire di metodo, della condanna (Cassazione), un’assenza di censure (Corte dei conti). Ciascuna magistratura obbedisce a una sua logica, lo sappiamo. Ma sappiamo anche che, quando sono in gioco gli equilibri istituzionali, sarebbe augurabile la convergenza dei giudizi.

La legge Severino non prevede e non risolve situazioni di tal fatta. Ma non ne faccio una colpa a chi l’ha scritta e votata. Nessuna legge può prevedere tutto. E per questo, limitatamente agli effetti parlamentari di una sentenza, resta in capo al Parlamento la responsabilità di un giudizio e non la scorciatoia di una ratifica predeterminata. Ai neo comunisti di diritto per discendenza politica o solo di fatto, perché magari si sono fatti le ossa nei boy scout, vorrei ricordare come il Migliore, e cioè Palmiro Togliatti, seguisse si’ la realpolitik sovietica ma anche, con doppiezza questa volta felice, introducesse i militanti a Voltaire, l’illuminista che avrebbe sacrificato la propria vita per la libertà di espressione di chi non la pensava come lui.

Ora torniamo a volare basso. Sulla scorta di una quasi quarantennale esperienza nella quale non ho mai subito contestazioni amministrative, propongo una nota a margine, a beneficio di chi non sa bene come funzionano le cose nei giornali e nelle TV. Aiuterà a capire perché ho detto a caldo a “Repubblica” che la sentenza d’appello non stava né in cielo né in terra.

Le contestazioni delle note spese, si sa, sono frequenti. Talvolta hanno ragione le aziende, tal’altra i dipendenti. Nelle imprese editoriali, dove i giornalisti hanno spesso l’esigenza di non rivelare l’identità delle fonti, sorge la questione se si debba notificare all’amministrazione il nome delle persone alle quali si pagano taluni conti (ristoranti per lo più, alberghi o altro). Proteggere le fonti non è un’ubbia. Chi scrive venne spiato dalla sicurezza di Telecom Italia perché autore di articoli non graditi proprio per scoprire quali fossero le sue fonti da rivelare poi al gerente della società, azionista del “Corriere”. Certo, questa giusta esigenza dei giornalisti può anche diventare la nobile copertura di comportamenti ignobili.

E allora che succede? Di solito, quando sono ricchi, gli editori non chiedono nulla. Tollerano i piccoli abusi che si risolvono in forme di integrazione retributiva de facto o addirittura non li considerano nemmeno tali e li classificano come benefit. Quando sono più deboli, gli editori stringono i freni e chiedono di indicare i nomi degli ospiti, fatta salvo la possibilità di qualificare come fonte riservata le persone delle quali non si vuol proprio rivelare l’identità. La Rai, che vive di canone, ha un obbligo di rigore in più. E, devo dire, la carta di credito aziendale almeno previene il fenomeno delle false ricevute con le quali il dipendente infedele incassa il rimborso di spese non effettuate.

Le aziende, di norma, quando sospettano che il dipendente ci marci, risolvono il problema in via amministrativa. Da capo della redazione milanese dell’ “Espresso”, ho vistato molte note spese dei colleghi, e quando, assai raramente, coglievo qualcosa che non mi tornava, ho sempre risolto secondo buon senso, con la benedizione dell’azienda, allora capeggiata da…un genovese. Ora, la Rai non ha denunciato Minzolini e la procura non ha inquisito l’amministrazione della Rai per aver validato per 18 mesi le note spese senza nomi e i relativi pagamenti.

Questa pratica, d’altra parte, era stata interrotta quando l’allora direttore generale della Rai, Mauro Masi, chiese di “regolarizzare” quelle note spese indicando gli ospiti e Minzolini si rifiutò preferendo rimborsare le somme. Per le persone di normale saggezza, la cosa avrebbe potuto e dovuto finire lì. Per Di Pietro, no. Sarebbe facile ironizzare sulla storia dell’Italia dei valori e di taluni suoi esponenti. Me ne astengo. E vado ai punti politici più rilevanti.

I miei critici sostengono che il Senato avrebbe dovuto applicare la Severino votando la decadenza di Minzolini dalla carica di senatore. Diversamente, avrebbe accreditato un privilegio. Alcuni giornalisti – cito Massimo Giannini, Marco Travaglio e Luigi Ferrarella – hanno ribadito il punto con diversa durezza. E’ consentito dissentire senza essere accusato di voto di scambio (Lotti versus Minzolini) e senza essere bollato come membro di due caste, quella dei politici e quella dei giornalisti, che salva l’amichetto?

La biografia – il passato di giornalista che non ha mai fatto sconti a Berlusconi (e non ha mai avuto rapporti professionali con Minzolini) e il presente di senatore (primo firmatario del ddl sulle incompatibilità economiche dei parlamentari, rimasto al palo anche per scelta del Pd renziano) – conta ancora qualcosa? Le biografie non possono assicurare il consenso a prescindere, lo so bene. Ma il rispetto dovrebbero pur garantirlo. E allora ecco le mie ragioni in dissenso con quelle dei miei critici che, quando siano educati, continuo ad apprezzare e anche a capire, se penso all’urgenza di riposizionarsi di “Repubblica” dopo la sbandata renzusconiana ai tempi del patto del Nazareno.

Il Senato, a mio parere, non era chiamato a ratificare sic te simpliciter la decadenza di Minzolini, ma a giudicare se l’effetto della decadenza dovesse o non dovesse conseguire a quella sentenza, in considerazione della pluralità contraddittoria dei giudizi espressi, almeno tre (giustizia ordinaria, giustizia del lavoro, corte dei conti). In questo senso, qualificare il voto del Parlamento come un quarto grado giudizio ove non confermi gli effetti della decisione del giudice mi pare improprio.

Certo, anch’io ho usato questa formula del quarto grado nel caso Berlusconi. Nel farlo, ho sbagliato. Lo riconosco. Ma poi restano la diversità dei casi e la Carta. Che è quel che conta. L’articolo 66 della Costituzione attribuisce ai due rami del Parlamento il diritto dovere di giudicare in tali materie. Giudicare, non ratificare. Ricordo che questa attribuzione fu fortemente voluta da due costituenti, tra gli altri: il democristiano Giovanni Leone e il comunista Umberto Terracini, il primo da gran giurista qual era, il secondo da rivoluzionario integerrimo che si era appena fatto vent’anni di galera in applicazione di una legge (ingiusta ma correttamente applicata).

Si dirà: Terracini era stato vittima di una dittatura; da settant’anni in Italia vige la democrazia. Ma di per se’ la democrazia non assicura sempre leggi perfette: negli USA vige la pena di morte; da noi per decenni l’aborto era un reato e, dopo averlo reso legale, si prevede comunque l’obiezione di coscienza del medico. Il diritto evolve nel tempo. Giudicare presuppone certo l’applicazione della legge, ma secondo contesti e fattispecie, altrimenti non servirebbero tribunali e corti d’appello, basterebbero uffici burocratici.

I due rami del Parlamento giudicano per quanto riguarda la libertà dei propri componenti. E’ un privilegio dei parlamentari rispetto agli altri cittadini? Si’, è un privilegio, meglio una guarentigia, ma della funzione, non della persona. Pure i magistrati hanno le loro guarentigie, che difendo perché mi stanno a cuore le loro funzioni, non le loro persone. L’articolo 66 stabilisce un’autodikia, che riprende le storiche difese del Parlamento contro i potenziali soprusi della Corona o del Governo. Rappresenta una protezione della quale non si deve abusare.

Personalmente, ritengo che l’articolo 66 possa e debba essere corretto nel senso di affidare a un soggetto terzo tra Parlamento e Giustizia ordinaria – una Corte speciale, la Corte costituzionale – le decisioni sull’incandidabilità. Ci vorrà per questo una legge costituzionale. La riforma renziana, in prima battuta approvata anche da Forza Italia, nulla prevedeva in materia. Curioso, vero?

Ma, si argomenta, tu hai votato per la decadenza di Berlusconi dal Senato in base alla legge Severino. Perché Berlusconi sì e Minzolini no? Rispondo: proprio in forza dell’articolo 66 che mi impone di giudicare senza vincolo di mandato, come prevede il successivo articolo 67 della Costituzione, e non di ratificare gli effetti parlamentari delle decisioni di un altro potere, ho ritenuto che il caso Berlusconi fosse il caso Berlusconi e il caso Minzolini fosse il caso Minzolini.

Il senatore Berlusconi era stato condannato per evasione fiscale di una sua grande azienda, Mediaset. La sequenza dei giudizi era stata normale. Sui collegi giudicanti non gravavano sospetti di alcun genere. Dunque, il reato era più “serio” di quello imputato a Minzolini, il giudizio ordinario non era contraddetto da altri giudizi civili e contabili, la storia personale dei giudici non dava luogo a remore. Casi diversi, diversi giudizi. Prendiamone atto e passiamo ad argomenti più importanti, mi verrebbe da dire. Ma vanno chiariti altri punti. Altrimenti non ne usciamo.

Si dice: con questo voto si rende più credibile il ricorso di Berlusconi davanti all’alta Corte di Giustizia europea per annullare la sua decadenza dal Senato. Due obiezioni. La prima: i giudizi si esprimono sui singoli casi secondo coscienza e non secondo le opportunità politiche. La seconda: se la Corte di Strasburgo si facesse condizionare dalle decisioni prese da un Parlamento nazionale su casi analoghi ma non uguali, verrebbe meno alla sua funzione di giudice di ultima istanza, sovranazionale e indipendente. Ne deriva che quanti coltivano simili dubbi avrebbero l’obbligo di proporre al più presto una riforma dell’Alta Corte. D’altra parte, gli avversari politici andrebbero battuti per via politica e non giudiziaria. Vale per gli avversari di Berlusconi come per quelli di Renzi.

Ma che cosa vuol dire giudicare secondo coscienza? La risposta è fatalmente personale. Già ho detto dell’articolo 66 della Costituzione e di quel che, a mio parere, ne deriva. Giudicare secondo coscienza implica – perché negarlo? – la possibilità di sbagliare in buona fede. Sarei pure tentato di aggiungere l’idea di un mio amico, secondo la quale il culto acritico della legge si infrange contro il dilemma sofocleo: la Legge del Re o la preesistente Legge divina, ai tempi basata sul primordiale legame del sangue? Ma non lo faccio.

Nessuno di noi si può paragonare ad Antigone ne’ possiamo equiparare Minzolini a Polinice. So bene, per averla sperimentata di persona, quanto la politica corrente assomigli più alla farsa che alla tragedia, pur rischiando di generare gli effetti di una tragedia. Per Sofocle, se i ricordi liceali non sono fallaci, il potere di dettare la Legge era tutto concentrato nelle mani del sovrano, il terribile Creonte. Nell’Italia di oggi esiste un Parlamento che dà e toglie la fiducia al Governo, ancorché il suo potere legislativo reale sia scarso e decrescente. Qualche uomo forte vorrebbe ergersi a novello Creonte, ma non gli è stato ancora possibile.

Al tempo stesso, è pur vero che il Parlamento fatica assai a dare forma di Legge all’ansia di Giustizia delle Antigoni italiane. Il dilemma sofocleo, ammettiamolo, riaffiora spesso nella nostra vita. Da ragazzo, educato da genitori comunisti e laici, imparai da un prete, don Milani, che l’obbedienza non era più una virtù e che, quando ti trovi a un bivio, la strada più impervia è quella giusta.

Nel caso di un senatore la strada più facile e, per così dire, più remunerativa è sempre quella di seguire l’onda dell’opinione pubblica e il volere del capo. Nel caso specifico, non ci sono legami di sangue o, più semplicemente, professionali tra Minzolini e Mucchetti avendo l’uno e l’altro seguito itinerari giornalistici diversi quando non opposti. Semmai, potremmo dire che l’articolo 66 della Costituzione preesiste ed è sovraordinato alla legge Severino. Antigone, si osserverà, non aveva modo di cambiare la Legge, perché Creonte era Creonte. Noi parlamentari potremmo. Potremmo in teoria, perché in pratica sappiamo che, se prima non divampa lo “scandalo”, certe leggi nell’Italia del 2017 non si riesce proprio a riformarle.

Torniamo, per chiudere, a volare basso: la leadership del Pd si è espressa per la decadenza. Come il M5S. Matteo Renzi ha detto che avrebbe votato sì, se fosse stato senatore. Graziano Delrio ha addirittura criticato la presidenza del gruppo parlamentare del Senato per aver concesso la libertà di coscienza.

A proposito di queste due prese di posizione, la seconda contrassegnata da un evidente eccesso di zelo quando dimentica che un uomo la libertà di coscienza la pratica senza bisogno di concessioni, faccio notare che entrambe arrivano a votazioni già fatte quando il caso Minzolini pendeva da mesi. Emanano il tipico odore dell’opportunismo. Che cosa ha impedito a Renzi e a Delrio di farsi sentire per tempo dentro il partito, sui giornali o in Tv? Temo che il Congresso imminente renda tutto strumentale.

Come strumentale mi pare Michele Emiliano quando promette di non ricandidare i 19 senatori Pd che hanno votato contro la decadenza di Minzolini, ove lui, Emiliano, diventasse segretario del Pd. ‘A Miche’, che fai? Da neo segretario invaliderai le parlamentarie nel caso qualche reprobo vincesse una candidatura? Ma via… E poi, Miche’, ma chi ti ha mai chiesto qualcosa?

In conclusione, credo si debba trarre profitto dal clamore suscitato dalla mancata decadenza di Minzolini per conformare l’applicazione della legge Severino all’articolo 66 della Costituzione e per rendere meno girevoli le porte tra magistratura e politica, almeno per evitare che il magistrato con precedenti esperienze in politica intervenga nei casi in cui siano coinvolti politici.