RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l'avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l'ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l'atroce padre. Di questi tempi, l'Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest'uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e' titolare.

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Banche, sfida nelle assemblee


Il decreto che ci avviamo a convertire in legge merita che si manifestino un commento e una speranza. Massimo Mucchetti interviene in aula in Senato in occasione della conversione in legge del decreto legge sulle banche popolari. Leggi il suo discorso.

Inizio con il commento: la trasformazione forzosa in SpA delle popolari maggiori non è di per sé un errore – anzi – ma le modalità con cui viene fatta suscitano diffuse riserve, che condivido. La soglia degli 8 miliardi di euro di attivi, oltre la quale scatta la norma contenuta nel provvedimento, appare arbitraria sia sotto il profilo qualitativo sia sotto quello quantitativo. Si dice che le grandi popolari non sono più cooperative perché slegate ormai dai territori d’origine. Ciò è giusto, ma è ancor più giusto dire che tutte le popolari sono cooperative spurie. A differenza delle cooperative propriamente dette, esse pagano dividendi e possono, se credono, distribuire il patrimonio tra i soci. Lo scambio mutualistico è pressoché inesistente.

Ma allora – dico io – perché limitare la trasformazione in SpA alle sole popolari di maggior dimensione? E se è la dimensione a minare la natura cooperativistica di queste aziende e non le regole sul patrimonio e sugli utili, perché limitarsi a trasformare in SpA queste cooperative di credito e non anche altre grandi cooperative di rilievo nazionale e internazionale nei settori del consumo e della produzione?

Chiaramente non mi auguro ciò, ma proprio perché non me lo auguro, spero che, nella replica, il Governo, nel quale siede un alto esponente delle cooperative, come il ministro Poletti – rappresentato qui dal vice ministro Baretta, che viene dal sindacato – faccia chiarezza su questi punti. Non vorrei non accadesse perché, non di rado, la logica finisce dove inizia la politica. Vi è di più. Se la dimensione è il criterio scelto dal Governo, come si stabilisce la soglia oltre la quale scatta l’obbligo di diventare SpA?

L’Unione bancaria europea fissa in 30 miliardi il limite minimo per essere considerate banche di rilievo sistemico. Un criterio non troppo logico ma comunque equitativo avrebbe potuto essere stabilire la soglia europea e comunque la soglia qualitativa dell’essere quotate per trasformarsi in SpA. Mi chiedo: perché fare del gold plating, o, per uscire dal gergo, perché fare i «pierini», e dire invece otto miliardi? Qualcuno ha sospettato che in tal modo si potevano infilare nel lotto le due popolari venete non quotate e la Popolare dell’Etruria, quotata ma disastrata, con quella di Bari come foglia di fico finale. Non mi iscrivo al partito del sospetto, anche perché la soglia, a mio avviso, non è il problema principale. Il problema principale è dato dagli effetti che questo decreto avrà sugli assetti di controllo delle grandi popolari una volta trasformate in SpA.

Il voto capitario rendeva non contendibili le popolari, se non a caro prezzo, come accadde per la Banca agricola mantovana e per la Banc se non a caro prezzo, come accadde per la Banca agricola mantovana e per la Banca cooperativa di Imola, scalate con successo, l’una dal Monte dei Paschi e l’altra dalla CariRavenna.

Non è questa la sede per discutere dei vantaggi della contendibilità elevata a totem per il sistema finanziario, che opera nei tempi brevi, e degli svantaggi per il sistema industriale, che lavora sui tempi lunghi. Sarebbe forse il caso che i partiti (anche il mio) trovassero il modo di ragionarne, dati alla mano. Ma stiamo al tema.

Senza più voto capitario, le popolari diventano contendibili, avendo esse compagini azionarie assai frazionate. La Banca d’Italia ritiene che, in tal modo, possano fare più facilmente gli aumenti di capitale che la vigilanza europea richiederà.

Il direttore generale Rossi ha riconosciuto in audizione alla Camera che le popolari oggi hanno un patrimonio di miglior qualità analogo a quello delle banche SpA, ma ricorda come a questo risultato si sia arrivati in extremis e in virtù delle pressioni della Banca d’Italia. Sempre Rossi ha rammentato come i crediti deteriorati delle maggiori popolari siano pari al 18 per cento degli impieghi, due punti in più della media del sistema, e come il grado di copertura dei fondi rischi sia di poco superiore al 30 per cento.

Personalmente, avrei completato il quadro statistico ricordando che i crediti deteriorati sono espressi al lordo, e che, nel paragone con la media delle 13 banche vigilate dall’Europa, le popolari maggiori non vanno poi così male (c’è un punto di differenza); come il coverage ratio, a cui abbiano fatto prima riferimento, sia basso soprattutto in una delle popolari maggiori, quella che però ha i mezzi propri più alti, superiori, in proporzione, a quelli di Unicredit e di Intesa San Paolo. Soprattutto, avrei ricordato che la patrimonializzazione delle banche non è un dato assoluto, bensì un rapporto tra il patrimonio netto e gli attivi ponderati per rischio e che, sotto questo profilo, le banche società per azioni più grandi si sono sistemate sia facendo aumenti di capitale sia, soprattutto, tagliando i prestiti alla clientela, mentre le popolari maggiori hanno dato più fiducia, e quindi hanno imbarcato più perdite reali e potenziali sui crediti.

Giusto per dare anch’io tre numeri, e completare il quadro svolto dalla senatrice Ricchiuti: tra il 2003 e il 2013, le popolari hanno aumentato del 117 per cento i loro prestiti, anno dopo anno; le banche di credito cooperativo (BCC) hanno aumentato i loro crediti alla clientela del 91 per cento, mentre le SpA, che negli ultimi anni li hanno pesantemente tagliati, li hanno aumentati nel decennio soltanto del 38 per cento. Fatico, quindi, a seguire – è una mia debolezza; altri sono più bravi di me – la logica secondo cui, in tempi di recessione, il lunedì si invitano le banche a dare più credito alla clientela, e il martedì le si rimprovera perché, dandolo, hanno avuto più sofferenze.

L’esperienza di 30 anni mi suggerisce qualche altro dubbio. Essere contendibili vuol dire essere scalabili. Ma una volta scalati si diventa non più contendibili: le ex popolari, divenute SpA, una volta scalate, avranno un padrone e i loro ratios dipenderanno da quelli del gruppo da cui saranno state assorbite. Sappiamo che Santander, Société Générale e Deutsche Bank hanno progetti di acquisto delle future ex popolari. Un collega mi ha detto: ma Deutsche Bank fa credito alle imprese italiane con generosità, che problema c’è? Bisogna guardare queste cose nel lungo termine.  Ma a me pare di ricordare che nella primavera del 2011 fu proprio Deutsche Bank a dare il via alla speculazione internazionale contro il debito pubblico italiano. Ce lo siamo dimenticati? Io no. Capisco che questa grande banca tedesca, imbottita di derivati (ha il record europeo in materia), abbia interesse a riequilibrare il proprio stato patrimoniale comprando retail banking e risparmio all’estero perché in Germania le landesbank restano dove erano. Mi chiedo se è anche nostro interesse. In passato, Antonveneta, popolare trasformata in Spa, è stata scalata e il nuovo padrone l’ha spolpata. Il Crediop è stato preso da Dexia ed è andata anche peggio. La vigilanza si è dimostrata impotente a far sì che il cambio di proprietà facesse bene ai conti. Quali garanzie abbiamo che la storia non si ripeta? Delegare tutto alla vigilanza europea, occhiuta sulle attività bancarie di tipo commerciale (le nostre) e assai indulgente con le attività finanziarie, tipiche delle banche del Nord, non mi pare un’assunzione di responsabilità adeguata. Il voto capitario ha certo nascosto clientelismi e tendenze alla conservazione. Su questo la Banca d’Italia ha ragione. Taluni presidenti – lo ha ricordato la senatrice Ricchiuti – hanno avuto perfino problemi legali. Ma la stabilità in altre popolari ha prodotto gestioni assai positive. Ricordo il tour che feci in campagna elettorale in Valtellina a questo proposito. D’altra parte, vorrei ricordare che, per esempio, la Bipop, una delle popolari più grandi ai suoi tempi, si trasformò in SpA e diede luogo poi a tutte quelle contestazioni che vennero mosse alla popolare di Milano, che era rimasta SpA.

Cancellando il voto capitario, lo dobbiamo sapere, mettiamo in vendita le popolari maggiori e i compratori saranno esteri. L’asta per l’Istituto centrale di banche popolari in atto in questi giorni ne è il prologo del fenomeno.  Immaginare fusioni tra popolari e tra alcune di queste e SpA malandate, per esempio quella di cui tanto si parla tra UBI e Monte dei Paschi di Siena, non servirà a conservare in mani italiane questo settore cruciale del credito che costituisce uno dei pilastri della sovranità nazionale.

Basta fare due conti e vedere i multipli. Allora, che fare? Preso atto dell’irremovibilità del Governo e degli orientamenti della Banca d’Italia, avevo suggerito non già una resistenza inconcludente a difesa del voto capitario, ma l’introduzione di limiti stringenti al diritto di voto revocabili con maggioranze molto qualificate. La Camera ha deciso diversamente introducendo un limite del 5 per cento che scade tra due anni. Il 5 per cento è troppo. Bastano quattro furbetti del quartierino che rastrellano e si mettono d’accordo per conto terzi e il gioco è fatto. È già accaduto alla BNL nel 2005. Di più, il 5 per cento a tempo è meno protettivo del 5 per cento senza scadenze di Unicredit. Perché questo doppio regime? Il vice ministro Baretta in Commissione ci ha detto che questo limite potrà essere inserito negli statuti con procedura semplificata ed è per questo che deve durare soltanto 24 mesi.

La speranza che ho evocato all’inizio riguarda il fatto che il mondo delle banche popolari, se è vero che ha la forza e il consenso che dice di avere, potrà inserire negli statuti nei prossimi mesi il limite del 2-3 per cento all’esercizio del diritto di voto – non al possesso azionario – revocabile con maggioranza del 75 per cento utilizzando, caro sottosegretario Barretta, le procedure ordinarie e non quelle semplificate. Se avrà questa forza si difenderà; in caso contrario, vuol dire che anche questo mondo è giunto al suo tramonto. Rimane comunque la speranza.

La risposta del sottosegretario Baretta

E’ comprensibile che il dibattito si sia concentrato sostanzialmente, al 99 per cento, sull’articolo 1, ma va detto con chiarezza che il provvedimento in esame non tratta solo di banca.

Il decreto-legge è molto articolato e contiene materie valide ai fini della crescita e dello sviluppo del Paese, come hanno opportunamente sottolineato questa mattina la senatrice Fabbri e poc’anzi il relatore Scalia: cito soltanto la portabilità dei conti correnti, gli strumenti più efficaci a sostegno dell’internazionalizzazione delle nostre imprese e del sistema economico italiano, le start up innovative, il potenziamento del fondo per le piccole e medie imprese. Invito a non sottovalutare tutte queste parti, perché sono davvero utili e su molte di esse si è registrato un consenso ampio oltre la maggioranza.

Ma veniamo al merito dell’articolo 1. Sono note e discusse le ragioni che hanno portato il Governo a prendere la decisione di intervenire su questa materia. Tutti, da qualsiasi parte, anche coloro che hanno criticato aspramente il provvedimento, hanno riconosciuto la necessità e l’importanza di una riforma.

Ebbene, visti anche i solleciti da parte delle autorità bancarie europee e nazionali e dopo gli esami fatti dalla banca europea alle banche italiane e la previsione di nuove regole, come opportunamente ha ricordato il senatore Guerrieri, non solo era necessario, ma francamente era anche urgente che si intervenisse su questa materia, per non lasciarla priva di una struttura di riordino di un settore così strategico per il nostro Paese.

La ragione che ci ha portato ad intervenire è molto semplice ed è stata ricordata in molti interventi, dalla senatrice Ricchiuti stamattina e da molti altri: distinguere tra la vera natura popolare, mutualistica e territoriale – sottolineo territoriale – del sistema bancario popolare e la natura commerciale tout court che, all’interno dello stesso sistema, è prevalsa nelle banche, soprattutto le più grandi.

Un solo esempio per capire un aspetto della vicenda, ovviamente, incentrato sulla più grande, la Banca popolare: con oltre 120 miliardi di attivo, ha preso le sue decisioni con l’11 per cento di partecipazione dei soci iscritti. Non demonizzo questo, ma certamente non me la sento dire che questo è l’esempio clamoroso di democrazia economica.

Non c’è alcun attacco alla democrazia economica e alla natura stessa delle banche popolari. La riprova qual è? Si interviene solo su 10, le più grandi, su 70. È stato rilevato che le altre 60 banche sono piccole, ma non sono toccate né nella natura, né nella governance e il fatto che siano piccole in un numero così rilevante, forse ha anche qualche attinenza con la loro prevalente mutualità e il loro aggancio al territorio.

In secondo luogo, le fondazioni bancarie non sono toccate. In questi giorni è stato fatto un accordo tra il Governo e le fondazioni bancarie per un sistema di auto regolamentazione. Ma perché in questo decreto-legge non sono presenti le banche di credito cooperativo? Ce lo chiediamo? Se ci fosse un attacco così viscerale alla democrazia economica, dovrebbero stare dentro un provvedimento così pesante, come viene denunciato. No, sono fuori, perché è in atto con loro (innanzitutto da loro stessi e con loro) un processo di autoriforma importante ed interessante. Quindi, escludo qualsiasi attacco alla democrazia economica; anzi, penso che stiamo tutelando le vere popolari. E poi c’è la soglia degli 8 miliardi che va in questa direzione.

Ci potevano essere altri criteri, che sono stati discussi a lungo, anche nel dibattito alla Camera. La vigilanza si colloca a 30 miliardi. La valutazione che ha fatto il Governo è che questa soglia, per il sistema delle popolari italiane, è troppo elevata rispetto alla comprensione del cambiamento di natura mutualistica. C’è il criterio delle quotate, certamente, ma – attenzione – ci sono alcune quotate che non sono SpA, perché sono piccole. Se noi avessimo detto che a priori le quotate diventano SpA, le avremmo obbligate tutte indipendentemente dalla loro dimensione. Alla Camera si è anche discusso di quelle che hanno delle SpA nei gruppi. Tutto questo è stato valutato, ma le controindicazioni che ho ora brevissimamente citato hanno portato a scegliere la linea della soglia.

Stamattina la senatrice Pelino ci ha chiesto di non scartare una riflessione futura su questi temi. Bene, credo che sia assolutamente ragionevole dire che non sono temi accantonati. Noi oggi scegliamo una soluzione, non condivisa, ma sicuramente certa, che è quella della soglia. Tuttavia, non pensiamo che si debbano aprioristicamente escludere dalla discussione futura anche gli altri criteri, come quelli della vigilanza o delle quotate. È un dibattito aperto e che resterà tale.

Perché gli otto miliardi? Ebbene, posso dire con molta chiarezza che tale soluzione può non essere condivisa, ma non si dica, per favore, che non ne è stato mai spiegato il perché. È stato spiegato più volte, in pubblico, in Aula, in Commissione, alla Camera. Quindi, è molto chiaro il perché. Ovviamente può non soddisfare ed è legittima un’opinione diversa. La valutazione che abbiamo fatto ci ha portato ad una soglia che si colloca – come dice la relazione che introduce il decreto-legge – ad un punto intermedio tra la quotazione massima e la quotazione minima, considerando quindi che quella poteva essere una valutazione di soglia che consente di affermare, anche valutando la distribuzione territoriale, che le banche che stanno sopra hanno in qualche modo superato la loro natura mutualistica.

È stato poi affrontato il tema del recesso. Ebbene, voglio dire con chiarezza che tutti conoscono la ragione per la quale la Banca d’Italia è molto prudente sul problema del recesso. Essa teme, infatti, che un’anomala situazione che dovesse verificarsi (cioè una contemporaneità di recessi, soprattutto in fase di trasformazione) finirebbe per penalizzare la capitalizzazione della banca stessa. Che la prova sia solo questo e non altro è data dal fatto – ad esempio – che, su un caso clamoroso dove non esiste questo rischio (cioè in caso di morte del socio), il divieto di recesso è stato tolto. In quel caso, infatti, è del tutto evidente che non c’è alcuna attinenza tra il fatto in sé e l’effetto che potrebbe esserci sulla capitalizzazione delle banche. Mentre invece la prudenza, soprattutto in questa fase di trasformazione, vuole proprio che si eviti che una coincidenza di recessi provochi un danno alle stesse popolari in trasformazione. È chiaro che tutto questo si è sviluppato, ma poi alla fine – come ha ricordato anche il presidente Mucchetti – la questione vera si è rivelata essere la scalabilità delle banche, soprattutto rispetto al rischio della scalabilità dall’estero

Pur non avendo alcuna obiezione di principio all’attrazione dei capitali internazionali, abbiamo condiviso tale preoccupazione. Da questa condivisione deriva l’accoglimento della proposta di limitare l’esercizio di voto, con la scelta adottata del 5 per cento. Bene, viene chiesto dal senatore Fornaro se il 5 per cento, che il Governo limiterebbe a ventiquattro mesi, può essere prorogato. Ma, senatore Fornaro, il decreto-legge non limita il 5 per cento a ventiquattro mesi, bensì consente che, per i primi ventiquattro mesi, il 5 per cento venga adottato con una maggioranza facilitata, la stessa che serve per trasformarsi in SpA. Quindi, noi consentiamo un vantaggio alle banche popolari che si trasformano: possono, cioè, adottare il limite di voto con una maggioranza più facile di quella altrimenti necessaria. Senatore Mucchetti, se, quindi, una banca volesse adottare il 5 per cento o anche meno – come lei ha rilevato – anche ora e non tra ventiquattro mesi, lo può fare con le maggioranze statutarie previste e non con la maggioranza facilitata, che noi consentiamo in questo caso specifico, per favorire l’accesso al 5 per cento in fase di trasformazione.

Senatore Mucchetti, io stesso penso che la speranza, cui lei ha fatto riferimento questa mattina, possa essere oggetto di condivisione. I diciotto mesi assegnati alla trasformazione, cui si sovrappongono i ventiquattro per il 5 per cento con maggioranza facilitata, mi auguro siano ben utilizzati dal sistema delle banche popolari per rendere più maturo il sistema e più competitivo per le sfide che ci attendono.