LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Banche venete, otto domande


Siamo chiamati a rendere alla Commissione di merito il parere della Commissione Industria, Commercio e Turismo sul salvataggio della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, che si articola nella cessione di un vasto compendio aziendale a Intesa Sanpaolo e nella liquidazione coatta amministrativa di quanto resta delle due banche venete. Così Massimo Mucchetti nella relazione sul Dl banche venete svolta oggi al Senato.

È chiaro a tutti noi quanto importante sia la decisione che il Senato dovrà prendere. Ieri, con la ricapitalizzazione precauzionale del Monte dei Paschi di Siena a carico, principalmente, del Tesoro, e’ tornato in vita lo Stato banchiere; in questi giorni, nasce lo Stato socio de facto, e non di diritto, socio dormiente e non di meno pronto a correre un rischio elevato per evitare un’immediata e maggiore perdita. Pertanto, il nostro non può essere un parere di routine. Anche in relazione a un punto specifico, solo in apparenza piccolo, ma ne dirò alla fine.

Anticipo fin d’ora che vi proporrò un parere nel complesso positivo. Ed è dalle ragioni che motivano un tale orientamento che prende le mosse questa relazione. La principale di queste ragioni consiste nella mancanza di alternative migliori da quando, il 23 giugno 2017, la BCE ha dichiarato “lo stato di dissesto o rischio di dissesto” per le due banche venete. Possiamo argomentare sull’esistenza di alternative migliori prima del 23 giugno. Personalmente l’ho fatto, nero su bianco. E qualcosa aggiungerò anche oggi. Ma dopo quella data l’unica altra opzione sarebbe stata il fallimento con la conseguente liquidazione atomistica di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza.

Dobbiamo avere la piena consapevolezza di che cosa vuol dire liquidazione atomistica per la clientela, per il sistema bancario e per lo Stato.

Per la clientela, e cioè per circa 200 mila famiglie e per 100 mila imprese di ogni dimensione, la liquidazione atomistica avrebbe significato l’immediata restituzione dei crediti ottenuti dalle due banche, circa 26 miliardi di euro, e il contestuale congelamento dei loro depositi, oltre i 100 mila euro, e delle loro obbligazioni senior, circa 20 miliardi. E’ chiaro a tutti noi quale catena di fallimenti un simile esito avrebbe determinato.

Per il sistema bancario, con la liquidazione atomistica si sarebbe posta l’esigenza di un’immediata ricapitalizzazione del Fondo interbancario di tutela dei depositi, il quale avrebbe dovuto rimborsare i depositi sotto i 100 mila euro. Si è stimato che tale ricapitalizzazione avrebbe toccato la cifra di 10 miliardi. Per non poche banche, chiamate ad alimentare il Fondo, sarebbe stato difficile partecipare a tale operazione senza rischiare cadere esse stesse in uno stato più o meno marcato di deficit patrimoniale. Con ricadute pesantissime anche sulle quotazioni dei titoli bancari in Borsa. Una questione non solo di interesse privato, ma anche di interesse generale poiché il tracollo dei valori di un intero comparto sui mercati finanziari certo non ne aiuta la gestione operativa.

Per lo Stato, il fallimento delle due banche venete avrebbe determinato il rimborso immediato delle obbligazioni che queste due banche avevano emesso con la garanzia dello Stato per far fronte al ritiro di una parte dei depositi. L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo ha parlato di 10 miliardi. In realtà, come avverte la Banca d’Italia, si tratta di 8,6 miliardi. Ma a questo esborso immediato andrebbero aggiunte le minori imposte derivanti dai fallimenti a catena e dai minori imponibili che, come abbiamo visto, sarebbero derivati ai clienti delle due banche venete e al sistema bancario in generale. Quantità al momento difficili da precisare, ma temo cospicue.

La soluzione prescelta verrà illustrata brevemente. Per i dettagli rinvio all’illustrazione che ne ha fatto alla Camera la Banca d’Italia, in particolare alle pagine 2-4 del documento informativo. In questa sede, mi pare sia più utile sottolineare gli aspetti che possono aiutarci a comprendere il processo in forza del quale si è arrivati a questa conclusione. Comprendere fin dove è possibile, avere consapevolezza dei lati ancora opachi laddove sia necessario, ben sapendo che questi lati opachi potranno costituire materia per la costituenda Commissione bicamerale d’inchiesta sul settore bancario.

La Banca d’Italia ha predisposto una serie di domande e risposte, che invito quanti non l’avessero ancora fatto a leggere con attenzione. Sono domande e risposte che chiariscono parecchio, ma non tutto. Anche perché schemi di questo genere non prevedono soggetti che incalzino l’interlocutore quando questi sia, per così dire, troppo sintetico.

Come voi sapete, Intesa Sanpaolo rileva per il prezzo simbolico di un euro un compendio aziendale formato da attivi pari a un valore provvisorio di 45,9 miliardi e passività per 51,3 miliardi. La differenza negativa, pari a 5,4 miliardi, costituisce un credito di Intesa Sanpaolo verso la liquidazione. Tale credito frutta l’1% annuo, dunque meno dei crediti ordinari. Ma è totalmente garantito dallo Stato fino alla concorrenza di 6,4 miliardi nel caso la due diligence di Intesa Sanpaolo sugli attivi ricevuti ne abbassi il valore provvisorio.

Intesa Sanpaolo ha ottenuto un sussidio per cassa dello Stato pari a 4,8 miliardi, in parte per finanziare la riduzione degli organici e la chiusura degli sportelli ritenuti in eccesso e in parte per assorbire l’impatto dell’allargamento del perimetro di attività sui propri coefficienti patrimoniali quali erano al 31 marzo 2017. Della sistemazione delle eccedenze di personale, circa 4 mila dipendenti, della chiusura di 600 dei poco più di 900 sportelli delle due banche si è letto già in questi giorni sulla stampa.

A tale fine l’acquirente riceverà 1,285 milioni di euro, così da non avere impatti negativi sull’utile annuale, e dunque sui dividendi. Quanto ai requisiti patrimoniali da preservare va osservato che quelli di Intesa Sanpaolo sono fra i più alti d’Italia, essendo pari al 12,5% degli attivi ponderati per il rischio. Per non chiedere ai propri azionisti i denari necessari a preservarli, Intesa Sanpaolo ha ottenuto un sussidio di 3,5 miliardi. Avesse avuto requisiti patrimoniali sempre sufficienti ma un po’ meno robusti, lo Stato avrebbe dovuto versare meno.

Lo Stato ha anche assicurato altre garanzie per un massimo di 6 miliardi, a fronte di rischi diversi, il cui valore atteso, il cosiddetto fair value, e’ stimato in 400 milioni. Queste somme, pari a 5,2 miliardi, costituiscono un aiuto di Stato autorizzato dalla Commissione UE. La cifra di 17 miliardi, che viene spesso citata, rappresenta invece l’esborso teorico massimo nel caso tutto quanto viene oggi garantito riveli alla fine di non avere alcun valore. Evento, francamente, non probabile.

Se questo è il quadro, quali sono i lati opachi?

Il primo lato opaco riguarda il rapporto dell’Italia con la BCE e la Commissione UE in relazione alla prima ipotesi di salvataggio. Il 17 marzo 2017 gli amministratori delle due banche venete avevano chiesto la ricapitalizzazione precauzionale per 4,7 miliardi. Governo e Banca d’Italia avevano accolto la richiesta e avviato la negoziazione. Tale soluzione non è più stata perseguita a causa delle valutazioni delle autorità europee in materia di “perdite probabili nel futuro prossimo”. Secondo la Banca d’Italia, sto citando, si tratta di “un concetto introdotto nella nuova normativa di gestione delle crisi, che ne impone la copertura con capitali privati”. Né la Banca d’Italia né il Governo aggiungono altro. E allora ben si capisce perché parlo di opacità.

Elenco di seguito gli interrogativi senza risposta:
a) di quali autorità europee stiamo parlando: della BCE o della Commissione o di entrambe e, in ogni caso, quali interlocuzioni sono intercorse tra il ministero dell’Economia, la Banca d’Italia e le due autorità europee?
b) di quali livelli stiamo parlando a proposito delle due autorità europee: del vertice della Vigilanza unica o di qualche suo dirigente? Del commissario Verstager o del vicedirettore Koopman o di altri ancora?
c) chi e come ha calcolato le perdite probabili nel prossimo futuro e chi si è assunto la responsabilità del calcolo?
d) da quando questo criterio è stato introdotto e come si raccorda con le precedenti deliberazioni della Vigilanza e, per quanto vi si connetta, della Commissione?
e) in quali altri casi, in Europa, e’ stato adottato tale criterio che, lasciatemelo dire, a prima vista sembra quanto di più soggettivo e opinabile?
f) a quanto ammontano le perdite probabili nel futuro prossimo delle due banche venete secondo le stime del soggetto o dei soggetti deputati a farle?
g) quando sono state effettuate queste stime, e sono mutate tra il 17 marzo e il 23 giugno?
h) quale sia stato l’andamento della raccolta e degli impieghi delle due banche venete in relazione alle diverse fasi del negoziato tra l’Italia e le autorità europee?

Sembrano tante domande ma basterebbero una paginetta, massimo due, per rispondere qualora si voglia farlo senza giri di parole. E questa risposta chiarirebbe un altro punto opaco: l’intervento privato per fronteggiare le perdite probabili nel quadro della ricapitalizzazione precauzionale.

A ben vedere, non è stato detto in forma ufficiale a quanto avrebbe dovuto ammontare tale intervento. Stiamo parlando di 1,2 miliardi come si è letto fino a ieri o di una somma maggiore come sembra far capire nella sua voluta genericità, ma forse sono troppo maligno, la risposta della Banca d’Italia alla domanda numero 5 del questionario citato? In ogni caso, non viene discusso, sempre nel questionario citato, il possibile intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi, quale soggetto privato, a fianco dello Stato nella ricapitalizzazione precauzionale. Come ricorderete, l’intervento del Fondo era stato prospettato nel 2015 per ricapitalizzare Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara.

La Dg Competition, ossia la Direzione generale per la Concorrenza della Commissione UE, l’aveva considerato un aiuto di Stato benché tale Fondo sia interamente alimentato da versamenti effettuati da banche private. Quel giudizio preliminare non venne poi confermato dalla lettera dei commissari Vestager e Hill al governo italiano. I due commissari UE si riservarono semplicemente di esaminare le decisioni del governo quando fossero state prese. Nel frattempo, lo statuto del Fondo è stato modificato eliminando i riferimenti alle funzioni direttive della Banca d’Italia. Una modifica che, a mio modo di vedere, indebolisce ulteriormente i già deboli argomenti della Dg Competition. Mi chiedo dunque se non sarebbe stato possibile dare soddisfazione alla precondizione privatistica posta dalla Commissione UE proponendo l’intervento del Fondo a statuto rivisto. Domanda destinata a restare senza risposta.

Certo, la Banca d’Italia osserva che, in caso di contenzioso con la Commissione in Corte di Giustizia europea, le due banche venete avrebbero dovuto accantonare una somma analoga alla ricapitalizzazione precauzionale vanificandone gli effetti. Mi domando tuttavia se una tale conseguenza sia automaticamente e immediatamente esecutiva e se, a quel punto, la Vigilanza Unica possa far scattare la procedura del “bail in”, posto che aveva convenuto sulla rilevanza non sistemica delle due banche venete. In ogni caso, resta non chiarito perché non si sia verificata la praticabilità di un intervento del Fondo a statuto rivisto e come si sia arrivati ad accantonare la ricapitalizzazione precauzionale quando, in tutta evidenza, sarebbe stata più conveniente per lo Stato e per il contribuente.

Detto altrimenti, non si capisce con quale logica le “autorità europee” – personalmente sospetto la Commissione UE più della BCE – preferiscano la soluzione adottata che costa al contribuente più di quella rifiutata, posto che le stesse autorità proclamano la priorità di proteggere il contribuente. Mi perdonerete la pedanteria, ma la ricapitalizzazione precauzionale avrebbe comportato un onere per il bilancio pubblico di 4,7 miliardi meno la quota attribuibile all’investitore privato, assicurando la continuità aziendale e dunque la possibilità di rivendere la partecipazione acquisita, mentre la soluzione adottata prevede un’uscita secca di 5,2 miliardi. Non tragga in inganno la fiducia, manifestata dal Governo, di poter recuperare tale somma nel tempo attraverso i proventi della liquidazione. Ammesso e non concesso che questo accada nella misura prevista, ciò che faranno i liquidatori, cedendo i crediti deteriorati alla Sga, l’avrebbero potuto fare anche gli amministratori delle due venete opportunamente ricapitalizzate stipulando lo stesso accordo con la stessa Sga.

Ma c’è altro punto, toccato dal questionario della Banca d’Italia, che merita un approfondimento. Si tratta della radicale differenza tra le attuali aspettative di recupero dei crediti deteriorati attraverso la Sga e il valore che venne attribuito alla stessa categoria di attivi con la risoluzione delle quattro banche nel 2015. Temo che la risposta offerta dalla Banca d’Italia non sia completa. La Commissione UE aveva allora imposto un presunto valore di mercato delle sofferenze, pari al 18%, dettato dagli interessi della ristretta oligarchia di soggetti pretendenti l’affare, mentre oggi accetta una soluzione diversa per le due banche venete. Ma perché oggi, nel 2017, e non nel 2015, al Monte dei Paschi le sofferenze si vendono tutte e subito a un prezzo del 20-21% del loro valore nominale quando per le due venete ci si attende un recupero del 46,9%? Non si poteva adottare a Siena una soluzione analoga a quella adottata a Vicenza e a Montebelluna?

Voglio pensare che la ragion di Stato – che punta a evitare nelle sfavorevolissime condizioni ormai date il fallimento disordinato delle due banche e le sue nefaste conseguenze – abbia suggerito le reticenze sulle quali mi sono intrattenuto a difesa della dignità intellettuale della Commissione Industria, Commercio e a Turismo del Senato. E tuttavia è nostro dovere – un triste dovere – constatare come l’intera vicenda delle crisi bancarie faccia emergere una preoccupante debolezza del nostro Paese nei negoziati internazionali. Una debolezza preoccupante in vista delle ventilate modificazioni dei principi contabili internazionali che potranno ulteriormente insidiare i bilanci di banche e assicurazioni italiane.

In conclusione, mi si sia consentita l’osservazione che avevo preannunciato. Il testo che ci trasmette la Camera non contiene alcuna manleva per gli amministratori e i sindaci che sono stati nominati dal Fondo Atlante nelle due banche venete per porre rimedio alle cattive gestioni precedenti, oggetto anche di inchieste della magistratura. Questi amministratori e sindaci hanno fatto il possibile nelle condizioni date. In particolare, hanno risolto buona parte dei contenziosi che, diversamente, avrebbero reso ancor più ardua ogni soluzione.

Non aver previsto questa manleva, relativa naturalmente a queste banche oggetto di liquidazione coatta amministrativa, infligge un danno ingiustificabile alla reputazione professionale e ai requisiti di onorabilità di persone che, con l’avallo informale della Banca d’Italia e del Tesoro, erano state chiamate a un incarico nel pubblico interesse. Una tale disattenzione da parte del legislatore scoraggerà in futuro i migliori professionisti dall’accettare simili incarichi da parte della mano pubblica.