WEB TAX, IL GIOCO DELLE TRE CARTE. Invito formalmente il governo a rimediare al grave errore commesso questa notte dando parere favorevole all'emendamento sulla web tax, presentato dal relatore alla Camera. La norma colpisce in modo pesantissimo le imprese italiane del web dimezzando l'onere a carico delle multinazionali digitali, ammesso che a queste venga in concreto applicata l'imposta

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Bankitalia, non fate i furbetti


Massimo Mucchetti interviene al Corriere della Sera sulle quote di Banca d’Italia. Quanto rendono le quote? Lo statuto fissa un tetto del 6% del capitale, dunque non più di 45o milioni l`anno. Ma quel tetto non sarà mai raggiunto in tempi prevedibili a inflazione costante e se lo fosse a inflazione galoppante sarebbe una camicia di Nesso. 

Caro direttore, al pari di ogni nuovo ministro dell`Industria anche Pier Carlo Padoan eredita dal predecessore qualche onore e parecchi oneri. Tra questi ultimi spicca la risposta da dare alla Commissione Ue sui presunti aiuti di Stato che la Banca d`Italia elargirebbe alle banche detentrici del suo capitale. Si tratta di un onere improprio non avendo Padoan partecipato alla privatizzazione volontaria della banca centrale secondo lo schema disegnato dalla banca centrale medesima e fatto proprio dal suo predecessore, già direttore generale a palazzo Koch. Un onere improprio e pure imbarazzante perché sulla carta l`Europa potrebbe aver ragione. E se poi i fatti gliela confermassero, rischieremmo di avere le banche, a cominciare da Intesa Sanpaolo e Unicredit, che scrivono plusvalenze inesistenti sulle loro quote della Banca d`Italia. Plusvalenze inesistenti che renderebbero falsi i bilanci.

Il nodo gordiano di fronte al quale si trova il governo è presto detto. Le banche quotiste devono vendere a investitori italiani tutte le quote eccedenti il 13%. Balla obbligatoriamente più o meno il 170% del capitale appena rivalutato a 7,5 miliardi attingendo alle riserve. Ma potrebbe ballare anche tutto il capitale ove i quotisti minori non avessero voglia di tenersi le quote. Questo valore contabile di 7,5 miliardi diventerà reale, e non passibile dei sospetti di Bruxelles, se i venditori troveranno compratori di mercato. E qui si apre il problema. Quanto rendono le quote? Lo statuto fissa un tetto del 6% del capitale, dunque non più di 45o milioni l`anno. Ma quel tetto non sarà mai raggiunto in tempi prevedibili a inflazione costante e se lo fosse a inflazione galoppante sarebbe una camicia di Nesso. Il rendimento reale sul bilancio 2013 sarà di 70-100 milioni per l`intero capitale rivalutato. Non più dell`1,5%. Poiché le quote danno zero potere, e così deve essere, l`acquirente potenziale avrà solo il rendimento come obiettivo.

Che dire se non che c`è di meglio nel mondo e perfino in Italia? La stessa Banca d`Italia ne è talmente consapevole da offrirsi come compratore delle proprie quote invendibili che poi terrebbe sui propri libri fino a quando non riuscisse a ricollocarle presso la stessa cerchia di potenziali compratori. La legge, al riguardo, non fissa scadenze né particolari vincoli di prezzo. Non esiste alcun titolo nei mercati regolamentati negoziabile in tal modo. Sospettare che quello delle quote del capitale di Banca d`Italia sia un mercato sui generis non è dunque una manifestazione di arroganza tedesca, ma una preoccupazione razionale e chi scrive, spesso accusato dai liberisti di patriottismo economico, l`ha manifestata privatamente al ministero e pubblicamente in Commissione finanze e poi nell`Aula del Senato. Insomma, ove non fosse confermata da frequenti negoziazioni tra quotisti, la rivalutazione delle quote e i relativi incassi da parte delle banche venditrici potrebbero essere serenamente bollati come aiuti di Stato erogati dalla Banca d`Italia alle proprie vigilate.

Il Parlamento avrebbe potuto correggere questa distorsione fissando dei termini temporali per l`intervento della Banca d`Italia nella sua inedita qualità di garante del collocamento delle quote. Alla scadenza di questi termini la Banca d`Italia avrebbe dovuto retrocedere alle banche le quote che non avesse potuto ricollocare, ovviamente senza perderci, e le banche avrebbero a quel punto dovuto restituire le somme incassate più gli interessi di legge. Purtroppo, la cecità estremista delle opposi- zioni e la disciplina di voto della maggioranza hanno salvato lo schema governativo ispirato dalla Banca d`Italia.

Non so immaginare se ora Padoan possa utilizzare la richiesta di chiarimenti dell`Europa per correggere la norma. Ammesso che lo voglia, non so se avrebbe il sostegno del premier: da segretario del Pd, Matteo Renzi nulla ebbe da eccepire in materia, pur eccependo su quasi tutto. Misteri dell`agenda politica rispetto all`azione di governo sui poteri reali. Perché due cose sono chiare: la Banca d`Italia era pronta a far uscire dai suoi conti 7,5 miliardi senza sentirsi male, e il governo Letta e il Pd renziano non hanno avuto l`ardire di verificare come quel flusso potesse essere almeno doppio e messo al servizio del Paese. Invece di dimostrare un respiro rooseveltiano, gli uomini nuovi hanno avallato, assieme ai soliti noti, un aumento di capitale surrettizio a spese della mano pubblica (tale è la Banca d`Italia) che soccorre le banche private senza vincolare a nulla né le banche medesime né í loro azionisti, fondazioni in primis, che se le ritrovano ricapitalizzate senza aver messo mano al portafoglio. Non ci resta che sperare, ora, che Ignazio Visco tagli il nodo gordiano a colpi di moral suasion. Che riesca cioè a far trangugiare rapidamente le quote alle fondazioni, facendosi così restituire la ricapitalizzazione-regalo, e ad altri soggetti, a partire dalle assicurazioni e dai fondi pensioni, direttamente e indirettamente vigilati o influenzati da palazzo Koch. A quel punto l`Italia avrà perso un`occasione, ma almeno non dovrà pagar pegno a Bruxelles.

(Intervento di Massimo Mucchetti al Corriere della Sera del 7 marzo 2014, vai qui per l’articolo)