LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Batosta Draghi su Bankitalia


Lo stile è quello classico dell’Eurotower – un misto di diplomazia e burocratese – ma sotto sotto, nel parere della Banca centrale europea, relativo all’aumento di capitale della Banca d’Italia, Mario Draghi ha fatto qualche osservazione critica al decreto-legge che ha riscritto la ricapitalizzazione di Palazzo Koch.

La prima affronta una questione di metodo, mettendo in evidenza la débâcle di una legge forse scritta un pò troppo frettolosamente. Secondo il parere, infatti, “le autorità nazionali non sono esonerate dall’obbligo di consultare la Bce e di accordarle un tempo sufficiente a consentire che il suo parere sia tenuto in considerazione, come stabilito dagli articoli 127, paragrafo 4 e 282, paragrafo 5, del Trattato“. Come non dargli torto? Draghi riceve la richiesta di consultazione il 22 novembre 2013 e solo qualche giorno dopo, il 27 novembre, il decreto-legge viene varato in Consiglio dei ministri. Una tempistica così repentina ha messo probabilmente in difficoltà l’Eurosistema, visto che, mentre lo stesso ministro Saccomanni dichiarava alla stampa, subito dopo il varo in Cdm,  che il parere della Bce c’è era già ed era positivo, la Bundesbank inviava un suo parere negativo contro la ricapitalizzazione. Rilievi pesanti, secondo la stampa, ma che non sono mai stati resi pubblici dalla Banca centrale tedesca.

La seconda osservazione di Draghi è più di sostanza e riguarda le modalità con le quali il Comitato di esperti di alto livello istituito da Banca d’Italia ha proceduto alla valutazione sulla ricapitalizzazione. Secondo Francoforte: “una valutazione così a lungo termine, in cui sono formulate supposizioni in merito ai futuri dividendi nell’arco di un periodo superiore a 20 anni, implica l’utilizzo di dati congetturali in ordine alla quantificazione dei parametri chiave. Tuttavia, sarebbero auspicabili ulteriori dettagli sui presupposti quantitativi sulla base della valutazione“. Una bella bocciatura, dunque, dei criteri quantitativi utilizzati dai famosi esperti. Criteri sui quali la stessa Bce nutre fortissime perplessità visto che, sempre nel parere, raccomanda alla Banca d’Italia di “agire prudentemente e in conformità con i principi e gli obiettivi della Sebc all’atto di effettuazione dell’aumento di capitale“.

Sulla questione delle quote, in occasione del voto finale dell’aula del Senato sul decreto ai primi di gennaio, Saccomanni ha, poi, dichiarato:

É stato fissato un tetto massimo del 6 per cento, direi anche per una ragione di tutela. Voglio ricordare che la norma dice che il rendimento dev’essere in linea con il rendimento dei titoli di Stato a lungo termine: ebbene, c’è stato un momento nella storia non lontana, in cui i titoli di Stato rendevano il 7 per cento, e dunque si è voluto comunque fissare un limite al livello del 6 per cento”.

Nel passaggio successivo, sempre sulle quote, in merito ad eventuali rischi derivanti da una mancata sottoscrizione dell’aumento del capitale:

“Credo che questo rischio sia francamente del tutto ipotetico e che le quote, con la nuova normativa sui dividendi, siano uno strumento finanziario attrattivo. Ritengo dunque che il rischio di un riacquisto della Banca d’Italia, anche se, evidentemente, non è completamente inesistente, sia molto modesto: abbiamo infatti avuto in passato chiare indicazioni, da parte degli investitori istituzionali e delle fondazioni, che avrebbero molto gradito uno strumento di sicura solidità, che avesse un rendimento leggermente superiore a quello fornito dai titoli assolutamente privi di rischio, come i titoli tedeschi o americani”.

Le parole del ministro fanno però sorgere una serie di osservazioni. La prima. Né i bund tedeschi e neanche quelli americani risultano ad oggi essere risk free, in particolare quelli americani. Ancora nel 2014, i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi e americani sono via via saliti. L’8 gennaio 2014, ad esempio, il Tesoro americano ha collocato 21 miliardi di dollari in titoli a 10 anni per un rendimento del 3,009 per cento, per la prima volta sopra la soglia del 3% dal maggio del 2011.

La seconda osservazione, riguarda il rapporto tra la prima parte del discorso di Saccomanni – ovvero dove afferma la necessità di agganciare il rendimento delle quote di Bankitalia a quello dei titoli di Stato e quindi la fissazione del limite al 6 per cento – e la seconda parte, dove il ministro ha parlato delle quote come strumenti finanziari stabili, aventi un rendimento leggermente superiore a quelli risk free. Qui forse il titolare di via XX Settembre ha fatto un po’ di confusione. O i titoli di Stato italiano sono un benchmark perché sono alti o perché sono bassi. Se si dice che in passato i tassi di interesse di lungo periodo sono arrivati al sette per cento, per sostenere che il limite dei dividendi al 6 per cento è inferiore rispetto a quanto lo Stato ha pagato, è poco coerente affermare nel paragrafo successivo che gli investitori “istituzionali e le fondazioni “avrebbero gradito uno strumento di sicura solidità con rendimenti “leggermente superiori” ai titoli risk free.

I titoli risk free proprio perché solidi rendono di meno: un rendimento del 6 per cento è il triplo del rendimento del bund tedesco. Il tutto sembra assomigliare molto di più a una promessa un po’ azzardata ai mercati per rendere il titolo appetibile ai nuovi compratori e far entrare rapidamente capitali agli attuali quotisti che superano ampiamente la soglia stabilita del 3 per cento.