LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Mps, de Bortoli e Mucchetti


Ferruccio de Bortoli e Massimo Mucchetti intervengono oggi, rispettivamente sul Corriere della Sera e sul Fatto Quotidiano, in merito alle vicende che riguardano il Monte dei Paschi di Siena. 

L’intervento di Massimo Mucchetti

Arriva. A questo punto della triste storia del Monte dei Paschi ecco la domanda delle cento pistole: perché il consiglio di amministrazione della banca senese si limita al forno di JP Morgan e non lo mette in concorrenza con l’altro forno proposto da Corrado Passera?

La questione è curiosa, ove si consideri che JP Morgan passa per la salvatrice della patria ormai dal 6 luglio, e cioè da quando il suo capo Jamie Dimon disse a Matteo Renzi che mai avrebbe lasciato fallire MPS per l’inezia di 5 miliardi. Se abbandonato, MPS avrebbe trascinato nel gorgo il sistema bancario e dunque l’Italia. Giammai. Il premier gli prestò fede, ma dopo tre mesi la grande banca americana ha ancora firmato nessun accordo vincolante. E ovviamente non ha firmato nemmeno il partner italiano dell’operazione, e cioè Mediobanca.

Tanto incaponirsi su JP Morgan, rappresentata in Italia dall’ex ministro del Tesoro, Vittorio Grilli, induce a chiedersi se il consiglio di MPS possa o non possa ascoltare l’ex ministro dello Sviluppo economico che, nella sua vita precedente, vanta i successi del Banco Posta e di Intesa Sanpaolo?

Di solito i consigli esplorano le alternative. Se non lo fanno, lo devono spiegare…In questo caso, sorge il dubbio che a Dimon sia stata concessa l’esclusiva. Se fosse, il consiglio dovrebbe chiarire quando, come e a quali condizioni. Oppure l’esclusiva e’ stata concessa de facto dall’azionista di riferimento di MPS, e cioè dal Tesoro? O forse ancora da palazzo Chigi?

Al mercato MPS ha presentato un piano targato JP Morgan che non è stato realizzato. E ora cambia il vertice, su richiesta della stessa JP Morgan (non di Mediobanca), e cambia pure il “suo” piano, ma tenendone ben fermi i costi sensazionali.

Il 29 luglio il consiglio aveva annunciato la svalutazione dei crediti deteriorati e la cessione di tutti quelli in sofferenza. La conseguente perdita di 5 miliardi sarebbe stata ripiantata con un equivalente aumento di capitale da offrire in opzione ai soci. Il soggetto deputato all’acquisto delle sofferenze, finora misterioso, dovrebbe pagare subito MPS. Poiché si finanzia emettendo obbligazioni, quel soggetto avrà bisogno di un prestito ponte che verrà rimborsato con l’incasso delle obbligazioni. Ma lo schema non decolla.

La scusa ufficiale è il referendum. Palazzo Chigi lo ha presentato come un’ordalia tra la luce e le tenebre. Gli investitori, pertanto, resteranno alla finestra fino al 4 dicembre. Naturalmente, l’argomento non depone a favore della saggezza del governo, che non dovrebbe mai presentate il proprio Paese sull’orlo di un precipizio.

Anche perché, se vincesse il No, dal 5 dicembre sarebbe Renzi per primo a gettare acqua sul fuoco e a invocare il ritorno al business as usual… La verità è che, alla faccia della grandeur di JP Morgan, 5 miliardi non sono noccioline. Il consorzio bancario internazionale di garanzia non si forma. E il ritardo rischia di infilare MPS nell’ingorgo delle ricapitalizzazioni dei colossi Deutsche Bank, Unicredit e Caixa.

Parte così la ridda teleguidata delle voci in attesa che il 24 ottobre il nuovo amministratore delegato, Marco Morelli, scopra le carte. Morelli era stato sponsorizzato dal Giglio magico per Unicredit, ma il consiglio della multinazionale bancaria italiana gli preferì il francese Mustier. Ora, a Siena, sembra giocare in squadra con JP Morgan, per la quale un tempo aveva lavorato. Secondo le voci prevalenti, la ricapitalizzazione resterebbe pari a 5 miliardi, ma verrebbe effettuata in parte con un aumento di capitale e in parte con la conversione delle obbligazioni subordinate in azioni.

Nella nuova versione dell’aumento sparirebbe il diritto di opzione. Perché? Per guadagnare tempo, si dice. E poi,visto che MPS vale meno di 600 milioni, che diritto ci sarà mai? In verità, a certe condizioni, i diritti possono valere qualcosa, e in ogni caso ci si chiede se la totale rinuncia ai diritti non implichi un danno erariale per il Tesoro. E non ci si venga a dire che il Tesoro ha solo il 4% perché con questa partecipazione ha il potere di licenziare Viola e assumere Morelli.

Quanto alla conversione delle subordinate, in prima battuta sarebbe volontaria, poi si vedrà. Certo è che i fondi avvoltoio le hanno appena comprate a 70 e guadagnerebbero bene anche con la conversione a 90, mentre i risparmiatori cassettisti, che le avevano prese a 100, materializzerebbero una perdita che potrebbe essere recuperata solo dal rimbalzo delle quotazioni azionarie.

Due parole sui costi by JP Morgan. Le commissioni per l’aumento di capitale da 5 miliardi peserebbero per 230 milioni. La progettazione e la costruzione del veicolo che compra le sofferenze ne prenderebbe altri 45. Il prestito ponte di 5 miliardi, studiato per 18 mesi ma che, essendo ottimisti, riteniamo verrà usato per soli 6 mesi, assorbirebbe altri 150 milioni tra interessi e commissione upfront. Le banche finanziatrici avranno come garanzia l’intero ammontare delle sofferenze, e cioè 9,2 miliardi, perciò al momento svalutabili fino al 18% del valore facciale. Attenzione dunque alle clausole, perché alle banche finanziatrici converrebbe l’insolvenza del veicolo….

Poi vengono gli interessi sulle obbligazioni senior (60 milioni l’anno), quelli sulle mezzanine riservate al fondo Atlante (100 milioni l’anno), le commissioni per il recupero dei crediti (altri 100 milioni l’anno). Se consideriamo che il lungo periodo di recupero potrà essere equivalente a 5 annualità, ecco che il giro di soldi tra commissioni e interessi si aggira sugli 1,7 miliardi. Cifre che oggi possono essere solo suggestive, ovvio. Ma insomma, se quest’operazione nel primo anno costa più di quanto vale oggi in Borsa la terza banca italiana, qualcosa da capire ancora resta. O no?

Veniamo così alle voci sulla proposta alternativa. Passera coprirebbe il buco di 5 miliardi con un aumento di capitale di 2,5 miliardi riservato a 4-5 fondi di chiara fama, dai quali avrebbe ottenuto via libera. Per questo non ci sarebbe più bisogno dell’avallo di Ubs. A questo intervento dei nuovi soci di riferimento si aggiungerebbe un altro miliardo di aumento riservato in opzione agli attuali azionisti. Il resto verrebbe dalla rinuncia ai dividendi per due o tre anni.

Passera, si sostiene, non toccherebbe le obbligazioni subordinate. I risparmiatori continuerebbero a percepire gli interessi e sarebbero pienamente rimborsati alla scadenza. Ma soprattutto Passera non cederebbe le sofferenze a prezzo vile a un veicolo messo su da JP Morgan ma a un veicolo formato con personale MPS, le cui azioni sarebbero date ai soci MPS. La banca deconsoliderebbe le sofferenze, ma l’upside resterebbe in famiglia.

Ora, queste voci provenienti dall’uno e dall’altro forno sono vere o false? Di certo influenzano il mercato, e dunque, mentre mi chiedo che cosa vigili la Vigilanza Unica, mi aspetterei che la CONSOB facesse chiarezza. Ma soprattutto mi aspetterei che il governo si assumesse le sue responsabilità. Magari in Parlamento. Chiarendo che, se tutto andasse male, si potrebbe sempre nazionalizzare in via temporanea utilizzando la clausola esimente dal bail in. Ma di questo parleremo un’altra volta.

L’intervento di Ferruccio de Bortoli

Sono giornate decisive per il futuro del sistema bancario italiano. Discussioni private molto accese, ed è un eufemismo. Dibattito pubblico pressoché assente. Dobbiamo tutti augurarci che il Monte Paschi risolva finalmente i suoi problemi di ricapitalizzazione e di sistemazione dei crediti in sofferenza, che le quattro good bank (Marche, Ferrara, Chieti, Etruria) trovino un compratore, che il fondo Atlante completi il salvataggio degli istituti veneti e non solo. Naturale che il governo sia impegnato al massimo nel promuovere una soluzione privata. Un intervento pubblico, per la normativa europea, penalizzerebbe azionisti e obbligazionisti subordinati e non. Il senso di responsabilità nazionale non ci impedisce, anzi ci impone, di avanzare qualche scomoda questione. Le modalità con cui è stato cambiato il vertice a Siena avrebbero scatenato, in altri tempi, forti polemiche.

Cominciamo da una telefonata. È il 7 settembre. Il ministro dell’Economia Padoan, su incarico di Renzi, chiama il presidente Massimo Tononi, per dirgli «da ambasciatore» di licenziare l’amministratore delegato Fabrizio Viola. Il Tesoro ha solo il 4 per cento della banca quotata in Borsa. Tononi non gradisce la procedura irrituale e qualche giorno dopo si dimetterà. Fa presenti le difficoltà di trovare – nelle condizioni particolari in cui versa la banca che pure oggi guadagna – un sostituto. Il ministro gli dice che il nome c’è già. E’ Marco Morelli, professionista molto apprezzato ma con un passato nell’istituto senese

Gli organi societari, in questa circostanza, sono ridotti a soprammobili. Gli altri azionisti non contano nulla. L’incarico al cacciatore di teste, una finta. La forzatura è figlia di un accordo tra il governo e la banca americana Jp Morgan del quale non sappiamo nulla. Renzi incontra a pranzo a palazzo Chigi il numero uno Jamie Dimon su sollecitazione di Claudio Costamagna, presente l’ex ministro Vittorio Grilli, oggi in Jp Morgan. Una delle più grandi banche d’investimento mondiali promette di impegnarsi nell’aumento di capitale di Siena, nella concessione di un finanziamento ponte (bridge financing) finalizzato alla successiva cartolarizzazione dei crediti in sofferenza (non performing loans). Agli americani Viola non piace, preferiscono Morelli che ha lavorato con loro. La Bce non gradisce la sostituzione. L’amministratore delegato uscente, peraltro, aveva appreso della sua sostituzione da un sms scrittogli da Marco Carrai, non si sa a quale titolo interessato alla vicenda.

Può darsi che la proposta di Jp Morgan, con Mediobanca in un ruolo minore, sia l’unica percorribile. Ma visto l’attivismo di Renzi e Padoan, se dovesse fallire coinvolgerebbe l’intero governo, complicando la soluzione B (capitale pubblico) che pure si sta studiando. Quali sono gli accordi allora? E qui la vicenda si complica. E si fa oscura. Al momento non risulterebbe firmato alcun contratto tra Mps e Jp Morgan per il prestito e la cartolarizzazione. Particolare curioso. Solo un pre underwriting agreement, e solo per l’aumento di capitale: poco più di una stretta di mano. Il successo dell’aumento di capitale (cinque miliardi) comporterebbe per Jp Morgan una commissione del 4,75 per cento che sia Tononi sia Viola hanno giudicato elevata. Ma sono i crediti in sofferenza posti a garanzia, e la loro messa sul mercato attraverso cartolarizzazioni a sollevare non poche perplessità. In sintesi, l’operazione è questa. Mps cede 9 miliardi di sofferenze nette su 28 lorde. Svalutandole in bilancio, prima della cessione, si crea un ammanco di capitale che va coperto. A fronte della cessione di 9 miliardi di sofferenze, Mps dovrebbe ottenere 7,6 miliardi, di cui 1,6 da Atlante e 5 da Jp Morgan come prestito ponte per 18 mesi.

Il prestito guidato da Jp Morgan però sarebbe concesso con la garanzia di tutti i non performing loans. Se qualcosa dovesse andare storto, la banca d’affari si prenderebbe tutti i 28 miliardi a un prezzo effettivo di 18 centesimi contro i 33 riconosciuti alla banca, di cui 27 pagati subito. Il margine di guadagno potenziale sarebbe elevatissimo. E Atlante, cui partecipano 69 istituzioni italiane, compresa la Cassa depositi e prestiti con i soldi del nostro risparmio postale, perderebbe tutto. Non solo. Jp Morgan per fare una valutazione delle sofferenze ai fini del prestito, ha incaricato Italfondiario del gruppo americano Fortress mettendo in discussione la scelta fatta da Atlante che si è affidato a Fonspa. Qui si pone anche un du plice rischio. Il primo che Italfondiario fornisca una valutazione dei crediti in sofferenza inferiore a quella garantita ad Atlante, a tutto vantaggio delle banche creditrici, soprattutto Jp Morgan. Il secondo che si formi una posizione dominante visto che Italfondiario non si limiterebbe, come Fonspa, alla valutazione dei crediti, ma è anche il principale operatore nella gestione e nella riscossione. Tutto ciò sarebbe in contrasto con il memorandum of understanding siglato da Mps con Quaestio, ovvero Atlante, e reso pubblico, che prevede «concorrenza e trasparenza» nella gestione di un mercato delle sofferenze che avrà dimensioni colossali.

Con l’indebolirsi delle grandi banche d’investimento europee (Deutsche Bank è il caso più clamoroso), le istituzioni americane hanno gioco facile. Ne ha parlato ieri su queste colonne Lucrezia Reichlin. Muovono capitali ingenti, arruolano ex capi di governo e ministri. Jp Morgan è istituzione seria. Ma un po’ più di trasparenza nei rapporti con il governo e nella ristrutturazione del capitale Mps appare opportuna, specie tenendo conto che la banca americana sarà impegnata anche nell’aumento di Unicredit. Tra i tanti dubbi che questo caso solleva, ci rimane da capire quali consigli darà Jp Morgan alla sua clientela nello scegliere tra i titoli dei due istituti, Mps e Unicredit. E se poi, nello sbrogliare la matassa di Siena, non avrà alcun ruolo chi confezionò, in Jp Morgan, ai tempi di Mussari e Vigni, il famoso, o meglio famigerato, strumento finanziario «Fresh» per l’acquisto da parte di Mps di Antonveneta. Uno strumento complicatissimo che permise alla Fondazione Monte Paschi di mantenere il controllo a Siena, però con soldi a debito. Operazione che ottenne l’avallo dello stesso Grilli, allora direttore generale del Tesoro con supervisione delle Fondazioni. I guai cominciarono lì. La memoria del Paese è corta. Quella di risparmiatori, azionisti e lavoratori delle tante banche coinvolte un po’ meno. Rinfrescarla fa bene a tutti.