Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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Concorrenza e doppia fiducia


L’Italia sta correndo il rischio di chiudere questa legislatura senza aver varato alcuna politica della concorrenza. Temo – ma spero ardentemente di essere smentito dai fatti – per il disegno di alcuni deputati del Pd di fare terra bruciata attorno al ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che ha perso il favore dell’ex premier da quando si disse contrario all’anticipo delle elezioni.

Peggio di un delitto, sarebbe un errore grave. Il premier Gentiloni ha bisogno di presentarsi al Consiglio europeo e alla Commissione Ue con la prova tangibile che il Paese prosegue nelle riforme per poter varare poi una legge di bilancio per il 2017 evitando procedure d’infrazione o misure di riequilibrio della finanza pubblica comunque recessive. Una rapida approvazione del disegno di legge annuale sulla Concorrenza da parte del Senato e, in terza e ultima lettura, della Camera offrirebbe la prova che serve. Ma qui sta il punto.

Legge annuale, approvazione rapida: mi rendo perfettamente conto che sembra una presa in giro. Questo disegno di legge “annuale” e’ il primo che si fa da quando, nel 2009, se ne decise l’obbligo. E il suo iter parlamentare dura già da due anni.

Tanta lentezza rivela l’esistenza di forti contrasti politici, che fanno eco ad ancor più forti contrasti di interessi economici. Le polemiche sul peso delle lobby sul Parlamento sono state di sconcertante banalità, non foss’altro perché prima che alla Camera o al Senato le lobby bussano alla porta del Governo e perché è diventato francamente irritante il balletto per cui ciascuno considera lobbistico il punto di vista contrario al suo, che ovviamente nasce nella testa di Giove e non in quella di Mercurio.

Oggi, dunque, mi limiterò a ricordare che le decisioni politiche vengono rese tanto più difficili quanto più si dimentica l’esortazione di Raffaele Mattioli a fare sempre i conti e si lascia invece campo libero alle retoriche sul consumatore, sui campioni nazionali o locali che spesso sono vecchi monopoli, su certe aziende nuove che rappresenterebbero naturaliter il bene perché figlie del Web, non importa se sono già diventate esse stesse monopoli capaci di dettare prezzi senza concorrenza e, non di rado, in regime di elusione fiscale.

Anche per queste complessità ha ragione la vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta, a chiedersi se lo strumento della legge annuale, disegnata dal Ministero dello sviluppo economico in concorso con gli altri ministeri competenti per singole materie, sia davvero idoneo o se non sia più efficace una politica della concorrenza che affronti, ministero per ministero, le liberalizzazioni ancora da fare con piani organici e non aggiungendo un vagoncino, scelto in modo più o meno casuale, all’omnibus della legge annuale.

L’ex ministro Federica Guidi potrebbe testimoniare di come il suo ddl sia stato largamente sfrondato dai colleghi, gelosi, magari anche a ragione, delle proprie competenze e conoscenze. Quel ddl, del resto, si ispirava alla cultura di un think tank che ha un approccio alla politica antitrust più simile a quello americano che a quello europeo (e che per questo ha potuto contare negli anni sui contributi di taluni grandi gruppi, anche pubblici).

Normale che le camere intervenissero. Meno normali sono stati i tempi, specialmente al Senato. Ma anche qui dobbiamo dirci la verità. Hanno pesato ragioni di calendario: dalla legge di bilancio alle unioni civili.

Ma ancor più hanno pesato sui tempi parlamentari altre ragioni: le dimissioni di Guidi, la lentezza nel sostituirla, le incertezze del Governo, prima e dopo quell’incidente, che ha aggiunto argomenti su argomenti cambiando spesso idea fino ai timori serpeggianti, anche e soprattutto nel Pd, che il ddl Concorrenza faccia perdere voti. Basta che si profilino elezioni o referendum e la madre di tutte le riforme economiche passa in cavalleria. Lo scrivo da persona informata dei fatti che mette il Paese prima della sua parte.

Ebbene, lasciando alla prossima legislatura la risposta al quesito posto dalla senatrice Lanzillotta, oggi, nel 2017, l’Italia deve comunque dare un segnale, e cioè approvare al più presto in via definitiva questo ddl e poi varare subito un decreto legge sulla Concorrenza che possa essere convertito in legge prima che inizi la sessione di bilancio. La decretazione d’urgenza in tali materie non è il massimo, ma il calendario la impone.

A questo punto, la via più rapida consiste nell’approvare con un doppio voto di fiducia, al Senato e poi alla Camera, il testo approvato dalla Commissione Industria del Senato il 2 agosto 2016, grazie al pazientissimo lavoro dei due relatori, Luigi Marino e Salvatore Tomaselli. Al punto in cui siamo non è un testo perfetto. Il tempo non passa invano.

Ci sarebbero cinque correzioni da apportare, alcune concordate anche con forze di opposizione, senza impatto sui conti pubblici. Se vuole, il Governo le può inserire nel maxi emendamento. Non credo proprio che possano insorgere problemi.

Esistono precedenti, anche freschi. Ma bisogna che il Governo abbia la coesione per farlo. Oppure, l’aula del Senato approva il ddl così com’è e poi, nel decreto legge per l’anno 2017, il Governo Gentiloni correggerà e completerà. Anche su questa prassi abbiamo precedenti a iosa. Se tuttavia si constatasse che al Senato la maggioranza rischia di non essere abbastanza compatta da reggere un voto di fiducia, il testo torna in Commissione Industria.

Personalmente, prendo l’impegno a stringere i tempi al massimo. Ma un presidente di Commissione non è onnipotente. E poi resta l’incognita della Camera. Batterei le mani al capogruppo del Pd a Montecitorio se prendesse l’impegno a non modificare il testo. Diversamente, se magari volesse apportare anche solo le citate correzioni, i tempi si allungherebbero un’altra volta.

Bene che vada, avremmo un’ulteriore lettura al Senato sul testo nuovamente modificato dalla Camera e, anche ammesso che si vari infine la legge, non ci sarebbe più modo di varare e convertire un decreto legge sulla Concorrenza che lasci il segno del governo Gentiloni ed eviti all’Italia di subire quell’effetto boomerang in Europa che deriverebbe dall’avere una politica della concorrenza così debole o addirittura inesistente.