LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

Continua Qui

La Concorrenza e i colossi del web


Il disegno di legge sulla concorrenza è stato approvato martedì dal Senato in via definitiva, epilogo di un iter durato circa due anni e mezzo. Il provvedimento ha scatenato molte polemiche. Il presidente della Commissione Industria, Massimo Mucchetti, non ha partecipato al voto in dissenso con il partito, il Pd, del quale era stato, come indipendente, capolista alle elezioni del 2013 in Lombardia. L’intervista a BresciaOggi.

Senatore Mucchetti, il discorso con cui ha motivato la sua scelta è stato accolto con alcune proteste dai banchi del Pd. Imbarazzato?

No. Semmai, dispiaciuto di registrare da parte di alcuni colleghi, non certo di tutti, la voglia un po’ stalinista di zittire il dissenso. Ma il presidente Grasso mi ha permesso di finire il discorso. Episodio dimenticato.

Veniamo al merito. Alla fine la montagna ha partorito il più classico dei topolini?

In verità, nemmeno nel 2015, quando il governo Renzi presento’ il ddl a firma di una ministra, figlia di un fornitore dell’Enel, c’era una montagna.

Si è partiti con il piede sbagliato?

Il disegno di legge tocca numerosissimi argomenti, ma su aspetti per lo più marginali. Non si è preso il toro per le corna, e il toro di oggi non è dato tanto dai monopoli o dalle corporazioni del novecento quanto dai nuovi colossi del web che stanno radicalmente modificando i meccanismi del mercato e le modalità di formazione della volontà politica. Nel mio intervento, ho ricordato come Steve Bannon, lo stratega della Casa Bianca, proponga ormai di regolare Google e Facebook come public utilities di tipo nuovo. Una sfida a suo modo rivoluzionaria per tutti. In primis per il Pd. Ma noi, da perfetti provinciali, crediamo che toccare Google fermi il progresso, non riusciamo neppure a varare una web tax, e ci scontriamo sugli Ncc.

Tornando al punto, si potrebbe dire che, anche all’interno di un impianto di legge obsoleto, si doveva e si poteva fare di meglio. Concorda?

Certo. Si poteva evitare di concedere vantaggi a chi ha posizioni dominanti oggi o punta ad averne domani.

Lei ha sostenuto che si è fatto della legge sulla concorrenza uno strumento per favorire o salvaguardare alcune grandi aziende. Ne ha declinato le generalità: Enel, Generali, Unipol, Walgreen Boots Alliance e Big Pharma. Cominciamo. Perché Enel?

La cancellazione del servizio di maggior tutela senza prevedere rimedi antitrust determinerà il passaggio automatico all’Enel di 19 milioni di clienti dell’Acquirente unico, l’85% di questo settore. Perché non porre un limite antitrust del 50% del mercato al dettaglio? Quando ho fatto rilevare come, con questa legge, Enel aumenterà il suo margine di un miliardo a spalle dei consumatori, non ho ricevuto risposte basate su numeri, ma tirate retoriche sul libero mercato, dimenticando che l’Acquirente unico altro non è che il gruppo d’acquisto che da’ potere contrattuale ai piccoli.

Lei ha citato anche le due maggiori compagnie assicurative italiane. Per quale motivo?

La Camera, con la spinta del gruppo del Pd, ha reintrodotto il tacito consenso per il rinnovo delle polizze del ramo danni, che il Senato aveva cancellato facendo tesoro dell’esperienza positiva fatta con la cancellazione nel ramo Rc Auto. Le compagnie non sarebbe certo morte per questo sollievo da dare agli assicurati. Ma si è voluto essere più realisti del re. Ho citato le due principali compagnie per dare un volto ai principali beneficiari.

Perché Big Pharma, come si chiamano in gergo le grandi case farmaceutiche?

In commissione si stava coagulando un vasto consenso su una proposta per superare il patent linkage, che consiste nell’estensione della durata dei brevetti con irrilevanti modifiche alla vigilia della scadenza così da evitare per altri cinque anni almeno l’offerta degli equivalenti generici. Un gioco che costa un miliardo all’anno al servizio sanitario nazionale. Ma il governo Renzi si mise di traverso.

Poi c’è il tema della proprietà delle farmacie.

Riguarda Walgreen Boots Alliance, multinazionale britannica della distribuzione farmaceutica, che vuole comprare un certo numero di farmacie italiane. Ed ecco che si trasformano le farmacie in società di capitali aperte a qualsiasi investitore.

Nonostante l’introduzione di un limite antitrust fissato al 20 per cento?

I limiti antitrust vanno calcolati tenendo conto delle diverse realtà. L’Italia ha 18 mila farmacie, ma si sa che quelle davvero redditizie sono 5 mila. Se si consente a un singolo operatore di averne 3600, già si capiscono le potenzialità monopolistiche della norma. Non solo perché le farmacie, dato il loro numero chiuso, costituiscono già piccoli monopoli, che il legislatore protegge negando alle parafarmacie la possibilità di vendere i farmaci di fascia C, ma anche e soprattutto perché si consente a una multinazionale estera di acquisire con il tempo una posizione che le consentirà di trattare da potenza a potenza con il servizio sanitario nazionale.

Se fossero passati i suoi emendamenti, ci sarebbe stata una quinta lettura alla Camera e addio legge.

Perché addio legge? Lei crede che qualcuno avrebbe avuto la faccia di togliere il tetto antitrust all’Enel?