LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Ddl Concorrenza, perché non voto


Riproponiamo la dichiarazione in dissenso di Massimo Mucchetti, durante le dichiarazioni di voto sulla fiducia al Ddl Concorrenza, tenutesi oggi in Aula a Palazzo Madama.

Signor presidente, colleghi,

e’ con tristezza che prendo la parola per annunciare che non parteciperò al voto sul ddl Concorrenza. Osservare la disciplina di partito in sede di votazione è importante. Lo so bene. Tanto più quando il governo pone la questione di fiducia. Ma temo che questa volta la fiducia sia stata chiesta non per superare l’ostruzionismo delle opposizioni, ma per evitare il voto dell’Aula su emendamenti scomodi, come quelli che alcuni senatori avevano proposto su assicurazioni ed energia, emendamenti che erano stati respinti in Commissione grazie alle assenze e alle astensioni delle minoranze di centro-destra. Forse, anche in coerenza con le dichiarazioni testé fatte, queste stesse minoranze in Aula avrebbero avuto qualche difficoltà a ripetere tali comportamenti. D’altra parte, non andrebbe nemmeno richiesta, la fiducia in tempi tali da far saltare la discussione generale conclusiva su un provvedimento che si vuole cruciale, almeno a parole, per la competitività del Paese.

Mi dispiace, in particolare, che il gruppo del Pd, al quale mi onoro di appartenere, non abbia chiesto il proprio tempo nemmeno nella discussione sulla fiducia per evitare che il Senato debba riunirsi anche domani benché il calendario lo preveda. Domani sarebbe mancato il numero legale perché, in mancanza di elezioni anticipate, si anticipano le vacanze? O perché sarebbero emerse le difficoltà di un gruppo – di una maggioranza, e non solo di una maggioranza perché alla Camera vi sono state convergenze bipartigiane – che nel merito di talune rilevanti questioni ha fatto della legge sulla concorrenza uno strumento per favorire o salvaguardare alcune grandi aziende. Aziende delle quali faccio i nomi: Enel, Generali, Unipol, Walgreen Boots Alliance, Big Pharma.

Dicevo che è con tristezza che non parteciperò al voto. Aggiungo che non vi parteciperò con preoccupazione. In pochissime altre occasioni mi sono avvalso dell’articolo 67 della Costituzione. In occasione del primo voto sulla riforma costituzionale e del voto sull’Italicum. La storia ha poi rapidamente dimostrato chi, in quelle due occasioni, vedeva giusto e chi no. Accadrà lo stesso, temo, anche su questo fronte. E questo mi preoccupa.

Mi direte: ma la fiducia il 3 maggio l’hai votata. Perché adesso non fai altrettanto? Rispondo che la fiducia il 3 maggio l’ho votata nonostante forti perplessità delle quali do conto nel testo scritto che chiedo la cortesia al presidente di acquisire agli atti. Ma la principale di queste perplessità la voglio ricordare oggi. Essa attiene alla filosofia di fondo del provvedimento, disegnato dal governo Renzi, per cui si affrontano questioni particolari di diversa importanza seguendo qua e là la logica dell’Istituto Bruno Leoni, un brillante think tank di destra, finanziato dai grandi gruppi, fra cui l’Enel. Si affrontano questioni particolari, ma si sfugge alle questioni radicali del nostro tempo che sono quelle poste dai nuovi monopoli della rete, non dalle sopravvivenze del Novecento. E’ triste e preoccupante per tutti noi, e in particolare per il Pd, che sia un signore come Steve Bannon, il Chief strategist del presidente Trump a porre la questione di come trattare Google e Facebook e a rispondere che andrebbero regolate quali public utilities di tipo nuovo. E noi fatichiamo a deliberare una web tax.

Insomma, la fiducia l’avevo votata nonostante le perplessità perché il governo, chiedendola, e il Pd, concedendola, promettevano un analogo percorso alla Camera così da consentire poi al governo Gentiloni l’immediato varo di un decreto legge che avrebbe corretto alcune storture di questo ddl e avviato una più ambiziosa e mirata politica della concorrenza. E l’ambizione si manifesta nell’importanza delle questioni affrontate, non nel loro numero. E invece la Camera ha allungato i tempi e ha modificato il ddl peggiorandolo, come lo stesso relatore Marino ha riconosciuto con la consueta onestà intellettuale. Ora questo ddl rappresenta l’unico provvedimento di politica della concorrenza di questa legislatura ed è troppo tardi per scongiurarne gli effetti. Avremmo dovuto fare cinque leggi annuali sulla concorrenza. Ne portiamo a casa una che è quella che è.

Noto infine che è stato difficile, per non dire impossibile, il confronto tecnico, di merito, cifre alla mano. Difficile anche nel gruppo del Pd. Quanti di noi si sentono novelli Cavour che credono di perseguire sofisticate strategie politiche alle quali ogni volta va sacrificato il merito delle questioni? Tanti. Tanti, convinti che il merito seguirà, come l’intendenza del generale de Gaulle. Ma, diversamente da noi, Cavour, prima di praticare la politica del carciofo, era andato in Francia a studiare l’agricoltura moderna per realizzarla in Piemonte.

Ecco, se dico che la mera cancellazione del servizio di maggior tutela, senza prevedere rimedi antitrust, determinerà il passaggio automatico di 19 milioni di clienti dell’Acquirente unico all’Enel senza costi per lo stesso Enel, che ricaverà dalla fine della maggior tutela un maggior margine di un miliardo, vorrei che mi si dicesse che i bilanci e le presentazioni agli analisti vanno letti in un altro modo, e che si mi dicesse quale. Vorrei che mi si dicesse che i limiti antitrust non sono più quello che sono sempre stati, e cioè un modo per rompere o evitare la costituzione di posizioni eccessivamente dominanti che si ritengano dannose, ma un lacciuolo che riduce il vantaggio futuro previsto per un’azienda a partecipazione statale. Purtroppo, questo confronto non c’è mai stato. Si è solo discettato di mercato. Così, in astratto. Dando per scontato ciò che scontato non è.

Per queste ragioni, e anche per difendere la dignità del Senato compromessa nel confronto con la Camera, credo che sia dovere del presidente della Commissione Industria far seguire un gesto alle parole. Questo gesto è la non partecipazione al voto, ma non senza prima aver ringraziato i relatori, i colleghi della Commissione e gli uffici per il buon lavoro comunque fatto. E pure il ministro e il sottosegretario per quanto anche loro hanno fatto. Loro, non altri sopra o accanto a loro.