RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l'avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l'ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l'atroce padre. Di questi tempi, l'Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest'uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e' titolare.

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Credito, sconfitte non confessate


Il 26 maggio, all’assemblea della Banca d’Italia, Ignazio Visco avverte che, per effetto dei crescenti requisiti di capitale pretesi dalla Vigilanza unica europea, le banche italiane avranno difficoltà sia ad aumentare il credito all’economia sia a remunerare come un tempo gli azionisti. Gian Maria Gros-Pietro, rappresentante delle banche azioniste della banca centrale, conferma. Una previsione allarmante. Massimo Mucchetti ne parla su Il Messaggero

E’ stata una settimana da ricordare per la “buona finanza” quella che si è conclusa. Una settimana che, culminata con l’assemblea della,Banca d’Italia, inizia con la scoperta di un remoto dettaglio storico: il 23 gennaio 1946, quando Raffaele Mattioli illustra il progetto Mediobanca al consiglio di amministrazione della Comit, il verbale registra un solo Intervento a supporto, quello di Nino Folonari, industriale del vino di Brescia.

Il grande banchiere avvertiva la necessità di non cancellare le funzioni della “banca mista”, sebbene avesse contribuito a smantellarla negli anni ’30 sostenendo la costituzione dell’Iri, che prese in carico le partecipazioni industriali delle banche collassate, e la legge bancaria del 1936, che separava il credito commerciale da quello finanziario: senza la “banca mista”, che aveva fornito capitale di rischio e credito a lungo termine, l’Italia del primo Novecento non avrebbe mai costruito la sua struttura industriale. Ma a che titolo interviene Folonari? Ottimi clienti e soci disciplinati della Comit, i Folonari non l’avevano mai avuta in casa come azionista. Diversamente da tanti altri industriali, erano liberi. E responsabili, com’è emerso nella presentazione del libro a loro dedicato da Emanuela Zanotti lunedì 25 maggio all’Abi. E qui vien fuori il dettaglio piccante.

I Folonari erano grandi azionisti del Credito Agrario Bresciano. Quando Nino sostiene Mattioli, nella sua città vige una regola che aveva anticipato lo spirito della riforma del ’36: il Credito Agrario non lavora con le aziende dei propri amministratori. Il divieto era stato deciso nel 1919 per effetto della “rivoluzione degli agrari”, che aveva espulso dal vertice della banca gli industriali. Costoro, infatti, l’avevano conquistata per averne prestiti e partecipazioni e, dopo la Grande Guerra, l’avevano coinvolta nella loro gravissima crisi. (La regola del ’19 verrà aggiornata nel 1951 riammettendo gli industriali purché, se amministratori, si impegnino a rimborsare di tasca loro la banca in caso di insolvenza delle loro aziende; durerà fino al 1998).

Il 26 maggio, all’assemblea della Banca d’Italia, Ignazio Visco avverte che, per effetto dei crescenti requisiti di capitale pretesi dalla Vigilanza unica europea, le banche italiane avranno difficoltà sia ad aumentare il credito all’economia sia a remunerare come un tempo gli azionisti. Gian Maria Gros-Pietro, rappresentante delle banche azioniste della banca centrale, conferma. Una previsione allarmante.

Al netto dei tentativi di recuperare in extremis l’idea della bad bank per assorbire parte dei crediti deteriorati, i rimedi del governatore e del governo sono tre: più Borsa, incentivi alle obbligazioni per estenderle dalle imprese maggiori alle minori, nuovi fornitori di prestiti come le assicurazioni e i fondi di credito. Ma, ricorda Gros-Pietro, le banche sanno valutare il merito di credito, i nuovi agenti no. Aggiungo: quali garanzie daranno sulla raccolta destinata a impieghi “bancari” le assicurazioni e i fondi di credito? A quali tassi opereranno avendo, probabilmente, maggiori rischi? Le banche si dicono pronte a collaborare con il Nuovo Che Avanza. Gros-Pietro getta un ponte. Ma se sull’altra riva non c’è il pilone, che ponte sarà?

Tra banca centrale e banche, insomma, emerge una chiara diversità di accenti e di prospettive sul fronte cruciale del finanziamento della ripresa. I media sono troppo presi a misurare il tasso di renzismo di Visco per accorgersi del punto, ma venerdì, in occasione del rapporto Mediobanca-Unioncamere sulle medie imprese, la questione irrisolta torna sul tappeto.

Le medie imprese non vanno in Borsa, non emettono obbligazioni, si finanziano in banca. Molte sono multinazionali tascabili con la dimensione adatta alla propria nicchia di mercato. Dovrebbero essere le destinatarie delle forme di finanziamento alternative, ma a loro serve solo una banca che faccia la banca. (E un governo che prosegua con la riduzione dell’Irap).

Morale. L’Italia della Resistenza, con Mattioli (ed Enrico Cuccia), pensava a come finanziare un nuovo ciclo di investimenti al ritorno della pace e incontrava i Folonari. Lo faceva nel solco di una legge bancaria simile al Glass Steagall Act, ma partendo dal Paese reale. L’Italia di oggi subisce una sconfitta storica sul fronte dell’Europa bancaria, ma non la confessa. Le banche, pur liquide, non prestano quanto potrebbero perché, nel valutare i rischi, la Vigilanza comune considera i crediti commerciali e non i titoli della finanza strutturata. I primi, taglieggiati dalla recessione, costituiscono gran parte degli attivi delle nostre banche. Gli altri, i misteriosi level 3, da esaminare quando la Vigilanza ne sarà capace (forse mai), formano buona parte degli attivi delle banche del Nord Europa e, in parte, francesi. L’Italia, anziché difendere la sua natura, cerca di imitare i “vincenti”. Da vent’anni ci prova. E ancora insiste, quasi fosse in preda alla sindrome di Stoccolma.