LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Critiche deboli alla web tax


Massimo Mucchetti, sul Foglio, replica agli interventi di Giampaolo Galli, Alfredo Macchiati e Raffaello Lupi contro la web tax approvata in Senato. 

Complimenti al Foglio per la pagina di ieri sulla web tax. Sfortunatamente, gli acerbi critici Galli, Lupi e Macchiati non tengono conto della pubblicistica liberale anglosassone: “The world’s most valuable resource is no longer oil, but data”,The Economist, 6 maggio 2017; Martin Wolf, “Taming the masters of the tech universe”, Financial Times, 14 novembre 2017. Non tengono conto nemmeno della più recente giurisprudenza comunitaria (Corte di Giustizia Europea, sentenza C-6/16 del 7 settembre 2017 sul caso Eqiom).

E neanche del testo definitivo della norma, frutto di un lungo ed estenuante negoziato tra il ministero dell’Economia e chi scrive; le precedenti versioni avevano solo cristallizzato, com’è normale, lo stato di avanzamento della comune elaborazione in relazione alle scadenze parlamentari.

Il fatto è che Apple, Google, Facebook hanno assunto una posizione dominante nei servizi digitali, che mette in mora l’azione antitrust tradizionale (per esempio, il break up dei monopoli) e la protezione della privacy, la sicurezza, la formazione dell’opinione pubblica. Ma oggi limitiamo il campo. Ai bei tempi, le sette sorelle estraevano petrolio e lo lavoravano con proprie tecnologie lasciando ai Paesi produttori modeste royalties per barile che tuttavia diventavano rilevanti se riunite nelle casse dell’emiro.

Le Over The Top estraggono i dati degli user e li lavorano con le proprie tecnologie per offrire servizi world wide che ne gonfiano la cassa e ancor più il valore borsistico (le prime 14 multinazionali digitali valgono 5,5 volte il patrimionio netto e 34 volte gli utili, mentre le 14 maggiori multinazionali industriali valgono 1,3 volte il patrimonio netto e 12,9 volte gli utili).

Le sette sorelle incontrarono prima uomini come Enrico Mattei, con i profit sharing agreement, e poi gli emiri riuniti nell’Opec che le costrinsero a pagare molto di più. Se ne fecero una ragione. Le Over The Top non pagano nulla ai titolari dei dati. E’ una forma nuova e persino più arrogante di colonialismo.

Certo, a differenza del petrolio, i dati non hanno proprietà concentrate, capaci di negoziare. Ma se questi dati hanno un valore, quale deve essere il loro prezzo e chi lo può negoziare a nome dei titolari? In attesa che le tecnologie rendano possibile un vero mercato dei dati, penso che i legali rappresentante della proprietà dispersa dei dati personali siano i governi dei Paesi di estrazione.

Penso infine che, nel mentre, i governi possano iniziare a rappresentare il valore di questi dati attraverso il prelievo fiscale sui ricavi, generati nel Paese e fatturati da un altro Paese fiscalmente più comodo, e attraverso il prelievo fiscale sui redditi d’impresa, ove le Ott dichiarino la stabile organizzazione avendo cura, i governi, di non farsi prendere per il naso con i transfer price.

La base imponibile così recuperata darà un gettito che potrà essere usato o per diminuire le tasse ovvero il debito pubblico o anche per welfare e investimenti pubblici. Liberali e socialisti litigheranno com’è giusto, purché ci sia qualcosa su cui litigare. E ora, scendendo dai massimi sistemi alla bassa cucina, veniamo alle tre principali contestazioni di merito.

Si censura la traslazione della web tax sul consumatore. Ma allora bisognerebbe abolire tutte le imposte sui consumi e forse anche quelle sul reddito!

Faccio osservare che la norma tocca i rapporti tra imprese (B2B) e non l’e-commerce ( B2C). Al B2C si arriverà se e quando avremo risolto i problemi connessi.

Certo, in teoria, ai piedi della piramide c’è sempre il consumatore. Ma andiamo al sodo con un piccolo esempio. Un ristorante paga a Google 400 euro l’anno per essere menzionato con tutte le immagini e le informazioni gradite. E’ possibile che Google ricarichi i 24 euro della web tax. Se quel ristorante non è in grado di recuperare il costo di una bottiglia di vino in un anno, forse ha problemi più seri. Se poi l’Agenzia delle entrate, avvalendosi della prima parte della norma, riuscirà a convincere Google a dichiarare una stabile organizzazione in Italia e a fare un bilancio decente, allora il prelievo si sposterà sui redditi d’impresa e non sarà simbolico ma nemmeno intollerabile.

Si accusa la norma di penalizzare le imprese italiane. Ma come? I clienti delle imprese web non pagano e non fanno nulla. Con la fatturazione elettronica, l’Agenzia delle entrate saprà quel che c’è da sapere. L’imposta grava erga omnes sulle imprese web, con l’esclusione delle piccole imprese e dall’imprenditoria giovanile.

Ma alle imprese web domestiche e alle stabili organizzazioni in Italia di imprese estere si riconosce un credito d’imposta di pari importo che può essere prontamente compensato non solo con l’Ires (non è dovuta quando manca l’utile) ma anche con l’Irap, le ritenute sui pagamenti a terzi, i contributi previdenziali e i premi Inail. Personalmente, avevo proposto una soluzione più secca. Ma il governo ritiene che questa soluzione sia meglio difendibile in caso di contestazioni in Europa.

Si criticano infine le aggiunte alla definizione di stabile organizzazione utili per catturare le stabili organizzazioni occulte: contrasterebbero con i trattati contro le doppie imposizioni. Sappiamo tutti che questo è un punto delicato. Ma la giurisprudenza è in evoluzione. L’Avvocato Generale presso la Corte di Giustizia Europea dice: “La direttiva non preclude affatto l’applicazione di una disposizione nazionale avente lo scopo di prevenire una frode o un abuso”.

Oggi ho evitato gli aggettivi e i giudizi ex cathedra che i miei censori non mi hanno lesinato. Non per umiltà, ma perché, rispettandoli, mi aspetto da loro soluzioni operative migliori di quelle adottate dal Senato. D’altra parte, posto che non vogliano menare il can per l’aia e considerato che l’American Chamber of Commerce nega ritorsioni, peraltro improbabili, degli Usa sull’export italiano e, domani, europeo, che cosa potranno mai fare l’Ocse e la Commissione Ue se non aggiornare la stabile organizzazione e varare un’equalisation levy?