LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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I furbetti di Dublino


Sul Corriere della Sera Massimo Mucchetti spiega la norma che punta  a scardinare le pratiche di elusione dei giganti tecnologici dopo la sua approvazione in Senato. 

Presidente Mucchetti, il suo emendamento sulla web tax è ormai varato. Quanto dista dal disegno di legge da lei stesso presentato un anno fa?

«Là si prevedeva il monitoraggio dei denari in uscita dall’Italia verso soggetti non residenti privi di stabile organizzazione attraverso l’azione degli intermediari finanziari e dell’Agenzia delle Entrate. Superate certe soglie, l’Agenzia convocava il soggetto per verificare se quel giro d’affari fosse stato realizzato tramite una stabile organizzazione. Nel caso il soggetto non si presentasse o negasse la stabile, i ricavi generati in Italia ma fatturati all’estero venivano qualificati come “redditi diversi” e assoggettati alla relativa aliquota del 26%. Un forte incentivo ad ammettere la stabile».

Ma quei soggetti, in fondo, esportano servizi. Non rischiamo ritorsioni sulle nostre esportazioni?

«Questa è la tesi di Hal Varian.».

Un grande economista.

«Che dal 2002 lavora solo per Google. Egli sembra dimenticare che gli OTT non esportano come la Volkswagen ma lavorano in luoghi virtuali, dicono loro, una materia prima, i dati personali raccolti in loco, per rendere i loro servizi. I dati sono il petrolio del Terzo millennio ma le varie Google, a differenza dei petrolieri non li pagano. Certo, remunerare i detentori dei dati è oggi tecnicamente impossibile, ma il loro valore può essere difeso e remunerato attraverso le imposte del Paese di estrazione».

Da quel ddl è scaturita la prima formulazione dell’emendamento.

«Che introduceva l’imposta del 6% sui ricavi derivanti da attività digitali dematerializzate. L’imposta non si applicava alle transazioni tra soggetti, residenti o meno, che presentano un bilancio in Italia. Ma il governo temeva problemi in Europa. Pur non condividendo queste prudenze, ho negoziato un accordo che ha portato all’attuale formulazione».

Deluso?

«No. I negoziati sono fisiologici nell’attività parlamentare. I progetti ambiziosi faticano a coagulare intorno a sé i necessari consensi. E può essere saggio ascoltare le ragioni altrui, prima di tutto quelle del governo, chiamato a difendere la norma sul piano internazionale».

Il ministero definirà per decreto le attività sottoposte a web tax.

«Non possiamo cristallizzare in norma primaria realtà in rapido mutamento. Ma non mancheranno, presumo, la pubblicità, i sistemi di prenotazione alberghiera online e altro».
L’Agenzia delle Entrate monitorerà i pagamenti online tramite spesometro e, allo scattare di certi requisiti, farà le verifiche: competente sarà la Direzione regionale lombarda.
«A Milano si sono sviluppate le migliori professionalità per il contrasto dell’elusione digitale».

La norma aggiorna anche i requisiti della “stabile organizzazione” rispetto a quelli dell’Ocse.

«Sì, ma tiene conto degli ultimi orientamenti, per quanto non ancora formalizzati, in risposta alle tecniche elusive ».

Avete aggiunto due nuovi requisiti.

«Allargare il concetto di risorse oltre il riferimento storico a quelle naturali apre la porta alla adeguata considerazione dei dati personali, la ricchezza del nostro secolo».

La seconda novità?

«Individuare la stabile nella “significativa e continuativa presenza economica nel territorio costruita in modo tale da non farne risultare una sua consistenza fisica nel territorio stesso” consente più penetranti accertamenti».

Ma vi siete confrontati in audizione con questi colossi digitali?

«Abbiamo invitato Apple, Google e Booking. Non sono venute, pur frequentando spesso la Casa Bianca, Berlaymont e pure i ministeri italiani. Ma essere maleducati è un diritto».

Non state violando i trattati Ue?

«Non li violava la Diverted profit tax inglese alla quale mi sono in parte ispirato. Alcune multinazionali digitali presenteranno ricorsi? Non mi sorprenderebbe, ma avranno buone probabilità di perdere se l’amministrazione italiana saprà usare gli spazi aperti dalla più recente giurisprudenza europea contro l’elusione fiscale. Il mood è cambiato. Basta leggere l’Economist e il Financial Times».

Una novità per la cultura d’impresa.

«In verità proprio il Corriere nel 2009 scoprì il double Irish di Google e pubblicò un articolo di fondo per denunciare i nuovi monopoli della rete e i problemi che creavano per le autorità fiscali e le autorità di regolazione. Nel futuro vedo la riproposizione alle OTT degli sharing profit agrrement che Enrico Mattei propose ai Paesi petroliferi».

La web tax non riguarderà solo le multinazionali ma tutte le imprese web attive nei settori individuati dal ministero, quindi anche quelle italiane?

«L’imposta è erga omnes, ma genera un credito d’imposta di pari importo che può essere compensato con i versamenti delle imposte sui redditi e, in caso di eccedenze, esclusivamente con quelli dell’Irap, delle ritenute effettuate su compensi corrisposti a terzi, dei contributi previdenziali e dei premi Inail».

Dunque solo le imprese come Google non potrebbero compensare l’imposta. Ma non c’è il pericolo che si rifacciano sui consumatori finali?

«No: stiamo parlando di rapporti tra imprese. E comunque mi parrebbe un’obiezione curiosa dopo tante teorizzazioni liberiste sul trasferimento dell’imposizione fiscale dalle imprese e dalle persone alle cose».

Che gettito avrà la web tax?

«Ci sarà un rodaggio operativo non trascurabile. Dunque, prudenza per il 2018 e i 2-3 anni seguenti. A regime ritengo che da queste OTT si possa ricavare un miliardo di gettito se l’azione dell’Agenzia delle Entrate sarà penetrante e se il giro d’affari di queste OTT non perderà ritmo».

Non ci sfavorirà essere il primo Paese a imporre la tassa?

«L’Italia è un mercato che genera ricavi marginali, dunque preziosissimi, per Google e Facebook nella misura di 2,3 miliardi come risulta dalle nostre audizioni. Sarebbero folli a rinunciarvi per non dover pagare 100-150 milioni di imposte».