LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Il codice da rispettare nei Cda


Riproponiamo l’intervista di Osvaldo De Paolini (Il Messaggero) a Massimo Mucchetti sui criteri stabiliti dalla risoluzione della Commissione industria del Senato per le nomine dei vertici delle società partecipate dallo Stato. Vai qui per lo speciale di Vado al Massimo sui “Boiardi” in streaming.

La risoluzione approvata dalla Commissione Industria del Senato presieduta da Massimo Mucchetti sui criteri per le nomine nei grandi gruppi, ha scatenato reazioni opposte: chi vi intravede un balzo in avanti per accrescere efficienza nella scelta dei candidati e chi paventa un ritorno ai tempi delle Partecipazioni Statali, un pericolo visto che í quattro gruppi finiti sotto la lente sono quotati in Borsa.

Senatore Mucchetti, stiamo davvero tornando al passato?

«Tutt’altro. Il Senato fa tesoro dell’esperienza dei vent’anni passati e guarda al futuro. Finora lo Stato aveva attribuito a queste aziende una sola mission: creare valore per l’azionista. Un po’ poco. Queste grandi aziende possono infatti costituire formidabili motori di sviluppo per il Paese. In ogni caso, noi abbiamo cominciato proprio dalla mission conclamata, misurare la remunerazione del capitale investito».

Mi scusi senatore, ma il miglior giudice in questo campo è il mercato. A che serve il vostro giudizio? Non basta quello dell’azionista Tesoro?

«L’azionista valuta il management dai risultati tenendo conto del contesto. Il Tesoro è l’azionista e il Parlamento controlla il Tesoro. Senza invasioni di campo. Mica siamo entrati nel totonomine, chiediamo solo che il governo dia conto».

Siete però entrati nel merito delle gestioni di Terna, Finmeccanica, Enel ed Eni. Sicuro che il mercato gradisca?

«Era nostro diritto e dovere. Immagino che nessuno auspichi un Parlamento che registra il verbo senza capire e verificare».

E qual è il vostro giudizio sui singoli gruppi?

«Terna ha bene operato in un business regolato, quindi più facile rispetto a quelli in concorrenza. Il management ha però aggiunto valore con attività collaterali».

E su Finmeccanica?

«Il nuovo vertice ha operato una profonda ristrutturazione. Il governo ha approvato. La Borsa ha premiato il titolo. Va detto comunque che il nuovo vertice è in carica solo da un anno. Poco per una valutazione compiuta».

Non le sembra un po’ fuori luogo che top manager stimati in Europa e nel mondo debbano sottoporsi al giudizio di parlamentari che magari nemmeno conoscono il significato delle parole ebitda o cash flow? Non c’è un po’ di presunzione?

«Le quotazioni dicono che le reputazioni variano da persona a persona. La Commissione ha studiato, ascoltato e verificato. La relazione è sul sito».

La conclusione su Enel?

«Enel è diventata una multinazionale, ma la sua redditività è risultata inferiore all’impegno finanziario profuso, che lascia un debito ancora troppo rilevante».

E tuttavia le banche mostrano favore verso i manager attuali.

«Ho letto di questo favore non firmato. Ma di quali banche stiamo parlando? Mi pare che Enel sia indebitata sul mercato obbligazionario e assai poco su quello bancario. Non vorrei che fossero banche a caccia di incarichi».

I giornali hanno dato conto di un confronto serrato tra lei e l’ad dell’Eni, Paolo Scaroni, che ha respinto le vostre obiezioni.

«L’Eni ci ha deluso due volte: rispetto alla gestione precedente e rispetto ai gruppi concorrenti».

Scaroni ha contestato con fermezza il paragone che lei fa tra Eni e indice Morgan Stanley, perché questo comprende le oil company Usa, fortemente basate sul mercato domestico.

«Scaroni le assimila alle National oil company. Ma Exxon non c’entra con Saudi Aramco, Chevron è l’opposto dell’algerina Sonatrach. Come dicevo, la Commissione ascolta e verifica. Del resto, la francese Total si confronta serenamente con tutti, americani in testa. E l’azione Eni ha sempre fatto meglio dell’indice fino a qualche anno fa».

L’argomento Borsa può portarci lontano: dovremmo parlare di dividendi e della stima che Scaroni riscuote nel mondo. Senatore, dica la verità: a lei non sta molto simpatico…

«Al contrario. Scaroni è persona intelligente e simpatica. Quando però si misura una gestione, si sta ai fatti e ai numeri».

Nella risoluzione proponete il vincolo di tre mandati per i capi azienda: qualunque sia l’esito della gestione. Le sembra ragionevole?

«L’abbiamo introdotto su sollecitazione dei 5Stelle e di Scelta Civica. In ogni caso, nove anni bastano a esaurire la spinta propulsiva di un manager. Oltre, si rischiano incrostazioni che non giovano. Avessimo un Jack Welch chiederei un’eccezione, ma in giro non vedo epigoni del mitico capo della General Electric».

Massimo Sarmi non sarà Jack Welch, però è il vero artefice della grande rinascita delle Poste. Che stanno per quotarsi. Non mi sembra una mossa intelligente mandarlo a casa proprio adesso solo perché ha superato tre mandati. Il mercato si porrà qualche domanda…

«La Commissione non ha avuto modo di studiare le Poste. Non mi posso ora pronunciare sui risultati di Sarmi».

La risoluzione sconsiglia al governo di nominare presidenti gli amministratori delegati perché non sarebbero indipendenti fin dalla prima nomina. Ma sull’indipendenza le interpretazioni sono più d’una.

«Secondo il codice di autodisciplina delle società quotate, e la logica aggiungo io, gli ex ad non sono indipendenti. Ma il codice non è legge. Il consiglio può anche decidere diversamente. Però se elevi alla presidenza chi è stato così a lungo capo azienda, questi continuerà a comandare quasi come prima, facendo anche venir meno la funzione di controllo implicita nella presidenza».