RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l'avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l'ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l'atroce padre. Di questi tempi, l'Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest'uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e' titolare.

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Il Pd, Salvati e i chierici vaganti


Michele Salvati è stato il primo sostenitore della fusione tra il Pds, di cui era stato deputato, e la Margherita. L’idea del Pd come partito a vocazione maggioritaria gli appartiene. Se ora, nell’ultimo articolo sul “Corriere” (“Una coalizione riformista contro i populismi”, 4 gennaio 2017), intona il “de profundis” di quella sua, ambiziosissima idea, Salvati merita un ascolto particolare.  L’intervento di Massimo Mucchetti su Huffington Post.

Il Pd non ha aperto ancora alcuna discussione né sulla sconfitta al referendum del 4 dicembre né sulle precedenti, fallimentari elezioni amministrative. Non di meno, qualche lezione andrà pur ricavata dalla storia.

Salvati ci prova. È stato un chierico vagante della sinistra. Dalle giovanili eresie estremiste dei Quaderni Piacentini è approdato, nella maturità, al renzismo. Ai chierici vaganti del Medioevo l’Umanesimo europeo deve molto. Ai più recenti chierici stanziali che hanno scelto di militare per i governi – e invocano e rispettano il responso dei cittadini, solo a patto che sia quello che dicono loro – a questi chierici l’Europa deve molto meno. A Salvati non si può imputare una posizione così banalmente accondiscendente verso il governo né così timorosa della democrazia, ancorché traspaia da questo intervento una remora a lasciare l’ultima parola agli elettori (“inutile illudersi che si rendano conto…”). Non si potrebbe neppure imputargli, alla maniera di Benda, il tradimento della funzione critica dell’intellettuale. Ma sarebbe uno spreco non cogliere l’occasione per proporre a lui, e in generale agli intellettuali del Renzismo, la sfida di una nuova elaborazione.

Salvati riconosce che un partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria, già in difficoltà in un sistema bipolare, è oggi impossibile. Giusto, ma mi chiedo se bisognasse aspettare il referendum per accorgersene. Le elezioni del 2013 non avevano già fotografato un elettorato diviso in tre parti? E le amministrative non avevano già fatto intravedere che, con il ballottaggio stile Italicum, il partito di maggioranza relativa avrebbe facilmente perso per effetto di un probabile travaso di voti, nel secondo turno, tra il secondo e il terzo classificato?

Al governo caduto con il referendum Salvati attribuisce un disegno riformatore di portata senza precedenti e a Renzi una grande abilità politica. Ne siamo sicuri? Michele stava alla Camera quando il primo governo Prodi avviò le privatizzazioni e le liberalizzazioni, varò le Autorità indipendenti, tagliò il debito pubblico certo grazie ai tassi calanti (come adesso, del resto) ma anche grazie alla riduzione del costo del lavoro delle pubbliche amministrazioni pari a due punti di Pil, introdusse criteri di gestione meritocratici (poi svaniti nella successiva execution), congelò la dinamica del costo del lavoro nel settore privato attraverso la concertazione e portò l’Italia nell’Euro contro tutte le previsioni.

Non mi interessa fare classifiche. Mi interessa uscire dalla propaganda. Il governo Renzi è morto. Pace. Viva il governo Gentiloni. E magari critichiamo certe scelte dei nostri “padri”. Per esempio, la privatizzazione di Telecom Italia. Ma facciamolo seriamente. Mica come fa Renzi che la attribuisce al governo D’Alema quando la fecero, un anno prima, Prodi, Ciampi e Draghi. E proviamo a indagare perché fu fatta male. Butto li’: perché, volendo un nocciolo duro di soci stabili per dare continuità alla gestione, ne affidò la formazione a Morgan Stanley invece che a Mediobanca? O ancora, perché la mandò sostanzialmente liquida in Borsa, e dunque ottima preda di una scalata a debito, anziché appesantirla un po’ comprando Vodafone come chiedeva il management? Potremmo approfondire, senza processi retroattivi, storicizzando. Ma lo faremo un’altra volta. In questa sede, limitiamoci ai dati di realtà attuali.

Ora, il Pd ha un segretario che ha intestato al suo partito un referendum, la cui richiesta poteva lasciare all’opposizione, e lo ha perso in misura plebiscitaria. Un segretario che, da premier, ha posto per tre volte la questione di fiducia su una legge elettorale disegnata dal Governo, la stessa che poi – appena entrata in vigore, ma non ancora applicata – dice di voler cambiare affidandosi al Parlamento. Un leader che ora, come ha confessato il suo ministro del Lavoro, teme pure il referendum sul Jobs Act. Un ex premier che ha perso tutti i treni in materia bancaria e ha così bruciato miliardi di valore degli attivi bancari, accettando la svalutazione forzosa e incontrollata delle sofferenze. Credo sia giunto il momento di chiedersi se quest’uomo “totus politicus” abbia le qualità psicologiche, culturali e professionali per prendere le decisioni giuste nei tempi giusti o se sia soltanto un apprendista stregone che ha saputo ballare una sola estate.

Salvati non nasconde la nostalgia per la riforma costituzionale bocciata dagli italiani, che l’aspettavano, così diceva l’ex premier, da 70 anni. Nostalgia per il rafforzamento della governabilità che ne sarebbe derivato. Mi chiedo se la governabilità, bandiera in verità non nuova essendo stata sventolata da Bettino Craxi almeno trent’anni fa, vada perseguita a qualunque costo.

Se constatiamo come i populismi avanzino anche in Paesi con sistemi istituzionali più solidi ed efficienti del nostro proprio sul piano della governabilità, allora non possiamo non riconoscere come la crisi delle democrazie occidentali dipenda da altre ragioni, diverse dalla presunta insufficienza dei poteri del governo entro i confini dello Stato. Come dipenda da ragioni più profonde e più contemporanee: per esempio, dall’atomizzazione degli individui e dalla ricostruzione di nuove tribù d’opinione favorite dalle tecnologie internettiane.

Come dipenda dalla globalizzazione finanziaria che depotenzia la politica nazionale e ha ormai provocato il divorzio del risparmio dagli investimenti nei luoghi dove la gente genera – meglio, ha generato – il risparmio; dalla globalizzazione del diritto che, lo spiegò perfettamente Sabino Cassese, ha disintermediato i parlamenti e perfino i governi a favore di burocrazie senza patria; dal declino delle ideologie laiche e delle religioni cristiane; dall’andamento delle disuguaglianze di reddito e di speranza e, soprattutto, della loro percezione all’interno delle diverse comunità.

Fermarsi alla politique politicienne in una fase storica come questa non serve lo spirito pratico. Questa è un’illusione. Ma, anche accettando questo piano del discorso pubblico, non si può eludere una sfida intellettuale. Il riformismo renziano doveva contrastare la stagnazione dell’economia. “Mission impossible”, ammette Salvati. Il quale Salvati, tuttavia, ricorda quasi con affetto le armi che l’ex premier aveva messo in campo per conquistare comunque il consenso: gli annunci continui, l’attivismo mediatico, misure di sollievo sociale selettive. “Armi che si rivelano spuntate”, riconosce adesso Salvati.

Confesso qualche stupore. Le armi di Renzi erano più o meno uguali a quelle di Berlusconi. Se non avevano funzionato con Silvio, perché avrebbero dovuto salvare Matteo? Mi chiedo se, alla fine, non sia meglio – più produttivo, anche in termini di consenso – dire la verità alla cittadinanza invece di illuderla con le chiacchiere (l’attivismo mediatico, gli annunci continui) e cercare di comprarne delle porzioni con le misure di sollievo selettive (i vari bonus). Mi si consenta di citare Togliatti. Se il Migliore negli anni Trenta si rivolgeva ai “fratelli in camicia nera”, perché non dobbiamo trattare da adulte, e cioè meritevoli di discorsi seri e non furbeschi, le persone che oggi, disperate per la nostra inettitudine, si rivolgono ai movimenti populisti?

Michele elenca i soggetti che non hanno fatto sconti al governo: media, procure, movimenti populisti. Media e procure avrebbero dovuto farli? Ma soprattutto perché mettere assieme i media ai populisti? Suona male non solo perché il governo Renzi ha goduto di una stampa e di Tv buone, anzi prone, per almeno due anni ma anche perché la campagna contro la Casta il “Corriere” la iniziò durante il secondo governo Prodi e Renzi cercò di cavalcarla sia da rottamatore sia da palazzo Chigi.

Da tutta questa storia Salvati ricava tre lezioni. Condivisibili. E tanto più condivisibili se ulteriormente precisate con il contributo delle persone di buona volontà.

La prima: “lavorare a una coalizione riformista contro i populismi”. Bene, ma c’è un corollario. Se siamo alla riedizione del raggruppamento ulivista, non andremo lontano. Se intendiamo ragionare su un accordo con il centro e il centrodestra costituzionali secondo lo schema tedesco, allora va riconosciuto che le coalizioni hanno senso compiuto se varate tra partiti pesati e legittimati dal voto proporzionale, sia pure con un minimo di sbarramento per evitare l’eccessiva frammentazione della rappresentanza.

In Germania funziona. E l’Italia era e resta una repubblica parlamentare. Se invece si vuol cambiare la forma di governo, lo si dica e se ne discuta apertamente, senza le furberie della riforma costituzionale che avevano allarmato anche l’ “Economist” (e i discendenti di Walter Bagehot non possono essere certo annoverati tra i populisti). Ma questa è materia per la prossima legislatura se ancora la si reputerà prioritaria.

Seconda lezione: “salvare il salvabile”. Come non condividere in linea di principio? Ma poi bisogna entrare nel merito. Gentiloni ha ragione di correggere la Buona Scuola oggi e ridefinire o eliminare i vuocher domani? Non ho alcuna expertise su tali argomenti, e tuttavia, se fa bene lui, allora avrà fatto male chi lo ha preceduto che per l’occasione aveva maltrattato la Cgil, i cui iscritti avrebbero pure dovuto votarlo.

Le misure contro la povertà assoluta, appena annunciate dal ministro dell’Agricoltura (sarebbe toccato a Poletti parlarne, ma la concorrenza interna al partito…), non fanno mai male, e tuttavia risultano un palliativo rispetto al progetto per il Sostegno all’inclusione attiva elaborato da Enrico Giovannini e da Maria Cecilia Guerra; le prime costano un miliardo e sono coperte da una legge di bilancio che spezzetta tutto in mini provvedimenti (le “misure di sollievo” di cui sopra), l’altro e’ un progetto universale, impegna e sfida le pubbliche amministrazioni nell’esecuzione e ne costa sette, di miliardi, e dunque richiede scelte di finanza pubblica coraggiose e potrebbe non pagare subito in termini elettorali, perché i destinatari spesso non votano.

Tra il salvabile non può non mancare l’intervento pubblico nel settore bancario, evidentemente. Ma bisognerebbe allora ricordare come Renzi l’abbia sempre evitato e ora Gentiloni, vestendo generosamente i panni del Cireneo, sia costretto a portare la croce di affannosi e costosi recuperi. Resta che il decreto salva banche comporta un’inversione a U rispetto alla retorica delle privatizzazioni. Non è, sul piano della cultura politica, come bere un bicchier d’acqua.

Terza lezione: correggere la Costituzione solo laddove si registri la maggioranza dei due terzi in Parlamento così da rendere impossibile il referendum. Perché no?, mi dico facendo il cinicone. E aggiungo: perché a palazzo Madama non dare corso ai suggerimenti del presidente del Senato, Piero Grasso, sulla modifica del regolamento in tema di navetta delle leggi tra le due camere e in tema di coinvolgimento delle Regioni nel processo decisionale centrale attraverso la loro partecipazione nella commissione bicamerale per gli affari regionali, prevista fin dal 2001 e mai attuata? Ma non sfuggiamo al punto politico: un partito che ha flirtato con la democrazia diretta non passa dall’appello al popolo per “abolire il Senato” a tanta prudenza “anti populista” senza pagare dazio. Il Pd non ha una tradizione “tory”.

Nessuna delle sue famiglie politiche originarie ha una reputazione elitaria. Non può, il Pd, considerare fatale un’opinione pubblica ostile al proprio governo. Eppure, sarebbe bastata l’analisi delle elezioni del 2013 per capire che la maggioranza parlamentare favorevole a quella riforma costituzionale era figlia del Porcellum e non equivaleva alla maggioranza dei voti espressi nell’urna.

Posso pure capire che si sia cercato di superare quell’oggettiva difficoltà con il patto del Nazareno, poi però non si viene meno alla parola data a Berlusconi sul Quirinale per ricompattare il Pd salvo mettere nell’angolo la minoranza del partito pochi giorni dopo l’elezione del presidente della Repubblica ottenendo così il risultato di avere contro sia Berlusconi sia Bersani perché, a destra e a sinistra, ci si è rivelati inaffidabili.

Tornando per un attimo all’abilità politica dell’ex premier, siamo sicuri che questa supposta abilità vada oltre la politique d’abord? Ma l’ho già fatta troppo lunga. Per concludere questo commento alle recenti riflessioni dell’inventore del Pd vorrei solo giustificare il richiamo ai chierici vaganti di cui all’incipit.

Da Salvati, che è stato abbastanza libertino nel suo percorso politico e culturale da non avere fedeltà diverse da quella al suo libero pensiero, mi sarei aspettato che usasse in tempo utile la sua competenza economica per avvertire il premier, dalle colonne del “Corriere” o da altre tribune, che la stagnazione dell’economia rendeva quella del suo governo una “mission impossible”.

Ho in mente il Salvati che duetta con Andrew Glynn firmando una prefazione, critica e ammirata, a “Capitalismo scatenato”. Michele è un economista che sa di storia dell’economia e del pensiero economico e giuridico, diversamente da tanti suoi colleghi. Per questo, immagino che potrebbe ritrovare qualche punto di contatto in più con il radicale collega inglese, purtroppo scomparso ancor giovane nel 2007. E potrebbe pure cogliere, rileggendo il suo intervento sul “Corriere”, quanti punti sono stati toccati dalla dissidenza Pd che pure non le ha certo imbroccate tutte. Sarebbe d’aiuto a ricomporre l’unità del partito oltre le infantili ansie di rivincita di un segretario dimezzato dalla sconfitta.

Non sarà facile. Nel Pci l’invasione sovietica dell’Ungheria è stata condannata solo quando i capi hanno deciso che la si dovesse condannare. Tanti anni dopo. E non si è avuto il coraggio di dare ragione in tempo utile ai Giolitti, agli Onofri e ai Di Vittorio che la pensavano diversamente da Togliatti e dalla maggioranza bulgara del partito che chiudeva gli occhi. Fa parte del tratto chiesastico e illiberale del costume comunista preferire l’aver torto con il partito anziché l’aver ragione da soli.

È nell’interesse dei dirigenti stare dentro il gruppo dirigente non solo per fedeltà al partito-chiesa ma anche per conservare ruoli e potere personale. Ma gli intellettuali? Al Pd di oggi servono ancora gli intellettuali organici, innamorati quando non semplicemente tributari del capo? Non aiuterebbe di più riprendere con maggiore determinazione e passo sicuro il cammino dei chierici vaganti, riavvicinando e rimettendo in comunicazione – lungo il percorso – le diverse voci nel frattempo rimaste disperse e dissenzienti?