LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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L’Ilva? Diamola a Guerra


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Massimo Mucchetti interviene sull’Huffington Post sulla vicenda Ilva. Secondo il presidente della commissione Industria di palazzo Madama, Matteo Renzi ha ottenuto la disponibilità di un grande manager, Andrea Guerra, a fare gratis da consigliere a palazzo Chigi. Un ruolo già ricoperto da una piccola folla di “neoassunti” gratuiti alla presidenza del Consiglio. Un “neoassunto” in più aggiungerebbe un titolo di giornale ai molti già in archivio e qualche buona idea. Vogliamo chiedere al manager, che Renzi considera un fuoriclasse, un impegno all’altezza della sua reputazione? Perché non affidare l’Ilva a Guerra? Per lui sarebbe una grande sfida dopo i successi di Luxottica.

Fa bene Renzi a prospettare l’intervento dello Stato nell’Ilva. Uno svelto come lui, che si sente piè veloce come il prode Achille, avrebbe potuto capire subito che questa era la strada buona già al momento del suo ingresso a palazzo Chigi. Era già tutto chiaro allora, ma meglio tardi che mai. Lo Stato, d’altra parte, è già responsabile del destino dell’Ilva da quando l’ha commissariata un anno e mezzo fa.

Peccato aver perso tanto tempo, che è denaro e sudore, cambiando un commissario a vocazione manageriale e industriale, indipendente dagli interessi bancari e siderurgici costituiti (Enrico Bondi) con un altro, commercialista di professione, consigliere del ministro dello Sviluppo economico (Piero Gnudi), che avrebbe dovuto vendere al più presto lasciando le strategie operative al compratore.

A Bondi non venne rinnovato il mandato perché, disse il governo, il suo piano industriale non reggeva. Il governo giustificava questa opinione sull’analisi dei siderurgici italiani e europei. Che, aggiungo io, temevano la sfida tecnologica dell’Ilva secondo Bondi. Mi chiedo: da quando in qua si decide sulla base del parere dei concorrenti? Mah, misteri del nuovo che avanza. Tanto più misteriosi ove si consideri che quegli stessi concorrenti (italiani), per una beffa della storia, proprio in questi giorni hanno sposato la soluzione tecnologica prospettata da Bondi, ossia la peririduzione del minerale di ferro tramite gas anziché il suo trattamento tradizionale tramite coke.

Le cronache di Piombino ne offrono ampia testimonianza, con gli algerini di Cevital vincitori che faranno il preridotto in patria per usarlo in Toscana e i siderurgici del Nord che lo vorrebbero fare proprio a Piombino. Se ne riparlerà a Brescia il 12 dicembre al convegno di Siderweb. Ma ora si tratta di decidere se vale ancora l’imperativo a vendere o se davvero debba intervenire lo Stato. Renzi, anche ieri alla Camera, ha introdotto sì un’opzione interventista, ma non ha ancora preso la decisione.

Andiamo con ordine. Anzitutto l’Ilva rischia di nuovo l’asfissia finanziaria. Per scongiurarla non basta ricapitalizzarla. Prima, vanno risolti alcuni problemi giuridici. Ma la ricapitalizzazione e le ulteriori modifiche alla norma avranno un senso solo se accompagnate a un progetto industriale, utile all’impresa e al Paese.

All’Ilva mancano i soldi per i salari di gennaio. E non parliamo dei denari per eseguire gli investimenti ecologici e quelli tecnologici sull’altoforno 5, ai quali si devono sommare i costi fissi derivanti dall’inevitabile fermata produttiva. Vanno infine finanziate le scorte di minerale e pagate le bollette del gas e dell’energia elettrica. Diciamo che servono almeno 2,5-3 miliardi, in parte come capitale di rischio e in parte come capitale di debito.

Una porzione cospicua di tale somma può venire in tempi ravvicinati dall’incasso delle somme (1,2 miliardi) sequestrate ai Riva, tuttora proprietari del 90% dell’Ilva, dalla procura di Milano. Si tratta di denari intestati a trust esteri e custoditi dalla UBS. È probabile che questa grande banca svizzera non voglia rischiare l’accusa di riciclaggio trattenendo nei suoi forzieri le somme reclamate dalla magistratura milanese. Risorse che saranno poi custodite dal FUG (Fondo unico della giustizia), il quale FUG (in base al decreto Competitività così come modificato dal Senato) potrà girarle all’Ilva come prestito in conto aumento di capitale per finanziare gli investimenti ambientali, e non altro. Alcune altre centinaia di milioni potrebbero arrivare concludendo la vertenza tra l’Ilva e Fintecna, antica proprietaria dell’Ilva ai tempi dell’Iri e ora parte del gruppo Cassa depositi e prestiti: Fintecna potrebbe trasformare l’eventuale credito in azioni.

A quel punto si potrebbero ragionevolmente riaprire i rubinetti delle banche in sede europea (già Bondi era a buon punto con la Bei e ora Gnudi lo riprende con l’appoggio del governo negli spazi aperti dal piano Junker) e in sede nazionale (alcune banche, come Intesa, sono esposte sia con l’Ilva sia con la Riva Fire, che rischia il fallimento nel caso di insolvenza della sua controllata Ilva, e dunque hanno interesse a non perdere il cliente).

Si è perso tempo, ma non la speranza. Il gigante dell’acciaio, architrave dell’industria meccanica nazionale, può ancora essere salvato. Ma, come dicevamo, vanno risolti i problemi giuridici. Nessuno può intestarsi l’Ilva senza essere liberato dai rischi delle pesantissime cause giudiziarie aperte dalle comunità locali e anche, secondo l’opinione di alcuni, dalle cause aperte dai Riva contro quello che gli attuali azionisti considerano un esproprio ingiustificato.

A quanto ci risulta, governo e commissario ragionano sull’applicazione della legge Marzano così come modificata per Alitalia allo scopo di isolare le attività con un futuro in una nuova società lasciando il passato alla vecchia. Ma chi ha titolo per invocare legittimamente il passaggio dall’attuale regime a quello della legge Marzano? Se si pensa al commissario attuale, lo si deve dire e scrivere. Al nuovo commissario ex legge Marzano, poi, andrebbero estese le garanzie giudiziarie sulle questioni ambientali che il decreto Ilva concede al commissario attuale. Ci vorrà probabilmente un provvedimento ad hoc. Ma qui si arriva al nocciolo della questione. Anche perché la Marzano modificata Alitalia consente la vendita a trattativa privata. Ed è probabile che i pretendenti richiedano quelle trattative in esclusiva che Gnudi ha finora negato, come egli stesso ha detto alla Commissione industria del Senato.

Il nuovo commissario dovrà vendere subito o tra due o tre anni? Se deve vendere subito (ma sono già passati sei mesi invano), i candidati sono ArcelorMittal, con Marcegaglia partner di minoranza, e Arvedi, con il Fondo strategico della cassa depositi e prestiti a supporto. Nessuno dei due ha fatto vedere nemmeno l’ombra di un assegno a supporto degli ancora genericissimi piani industriali, ai quali, peraltro, non è stata data alcuna pubblicità. Orbene, tutti questi soggetti non navigano nell’oro. Pure ArcelorMittal, di gran lunga il maggiore, è pieno di debiti. Ne ha meno di tre anni fa, ma ancora nell’ultima presentazione agli analisti riaffermava l’obiettivo di ottenere l’investment grade con ciò riconoscendo che al momento le sue obbligazioni erano ancora junk bond, titoli spazzatura secondo le agenzie di rating. Tanto per capirci, ove si contassero i soldi sequestrati, i più liquidi sarebbero ancora, e di gran lunga, i Riva.

Non è chiaro quali concrete garanzie sul futuro di Taranto possa dare il gruppo multinazionale ArcelorMittal di fronte all’eccedenza di capacità produttiva che già lo appesantisce. La storia di Thyssen a Terni o di Severstal a Piombino dovrebbero ammonire contro gli ingenui entusiasmi a suo tempo manifestati in alto loco sugli interventi esteri. Del resto, avere a bordo Marcegaglia non tranquillizza sia per la debolezza finanziaria dell’azienda mantovana sia perché Marcegaglia entrerebbe in conflitto d’interessi: sarebbe un piccolo azionista dell’Ilva e continuerebbero a esserne un grande cliente, con una convenienza prioritaria allo sconto sulle forniture, che incamererebbe al 100%, e non certo ai margini della fornitrice, dei quali avrebbe una piccola quota.

Più articolata può essere la posizione di Arvedi, le cui produzioni sono affini a quelle di Taranto. Arvedi non ha i soldi per affrontare la partita da solo. Potrebbe apportare la sua azienda, peraltro ottima sul piano tecnologico, a un nuovo gruppo imperniato sull’Ilva così da evitare una concorrenza fratricida ai limiti del dumping. In un’operazione del genere i contanti li dovrebbe mettere la mano pubblica. Per non privatizzare i profitti e pubblicizzare le perdite, ci sarebbero serissimi problemi di valutazione degli attivi e dei passivi per stabilire le quote di partecipazione dei partner potenziali (la futura Ilva in liquidazione, Fintecna, il FUG, Arvedi, eventualmente le banche) e ancor più seri problemi di governance e di management (Arvedi è un’azienda familiare, Gnudi non è un manager). Niente di irresolubile, ma due anni di trattative senza risultati tra Arvedi e la Cassa depositi e prestiti per un mero ingresso del Fondo strategico nel gruppo cremonese non incoraggiano all’ottimismo.

Di fronte a tali incertezze, è ormai chiaro che le scelte di giugno furono un errore grave del governo. In montagna, quando ci si accorge di aver sbagliato strada, si torna al bivio e si prende il sentiero giusto. Chi si inventa scorciatoie, normalmente non ritrova la strada, perde tempo ed energie e si riporta poi al bivio di partenza, infiacchito e scornato. L’umiltà di tornare sui propri passi è segno di prudenza. Per il governo comporterebbe il richiamo di Bondi e la riscoperta del suo piano. E tuttavia noi sappiamo che la politica – questa modesta politica italiana che non ha la saggezza di capire come l’ammissione di un errore sia segno di forza e non di debolezza – non lo farà. Pazienza. Ma almeno si usino i talenti giuridici e negoziali di Gnudi per traghettare l’Ilva verso un commissariamento di altri due o tre anni a opera di un nuovo commissario, che valorizzi le risorse pubbliche in vista, si relazioni con i privati, ma solo se utile all’Ilva, e intanto persegua un piano industriale coraggioso e innovatore. E qui non ci sarebbe niente di male ad attingere alle indicazioni del Politecnico di Milano sul preridotto e alle ingenti e poco utilizzate risorse gas dell’Enel.

Matteo Renzi ha ottenuto la disponibilità di un grande manager, Andrea Guerra, a fare gratis da consigliere a palazzo Chigi. Un ruolo già ricoperto da una piccola folla di “neoassunti” gratuiti alla presidenza del Consiglio. Un “neoassunto” in più aggiungerebbe un titolo di giornale ai molti già in archivio e qualche buona idea. Vogliamo chiedere al manager, che Renzi considera un fuoriclasse, un impegno all’altezza della sua reputazione? Perché non affidare l’Ilva a Guerra? Per lui sarebbe una grande sfida dopo i successi di Luxottica, una prova dall’esito non scontato, un servizio vero e misurabile del Paese. Per i mercati sarebbe una bella garanzia. Magari in vista di una quotazione in Borsa dell’Ilva risanata o dell’Ilva più Arvedi. Per il governo sarebbe un salto di qualità nel segno della competenza.