Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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In memoria di Renato Borsoni


Alle sette e mezza della sera è arrivata, Marisa. I riccioli bianchi, la sedia a rotelle, i nipoti a far corona con dolcezza. Bei ragazzi, mori, alti. Lei, con un sorriso divenuto regale, quasi stupita di ritrovarsi nel teatro, che fu la seconda casa della sua famiglia, proprio adesso, a 92 anni, per salutare Renato, steso nella bara, posta sul lato sinistro del palcoscenico della Loggetta (io la chiamo ancora così). Renato, il suo Renato, con la giacca d’obbligo nelle occasioni importanti, ma senza cravatta, i capelli un po’ lunghi, ancora grigi, la barba di qualche giorno, come la teneva sempre. Camilla e Corrado, i figli, l’hanno sollevata sul palco, lei e la sedia, con la destrezza di chi sa accudire. E poi Marisa e’ rimasta lì, a qualche centimetro dal volto ancora bello del suo uomo, nella penombra che promanava dalle quinte nere contro la luce bassa dei pochi riflettori accesi.

Renato, protagonista muto e assoluto, per l’ultima volta. Che presenza! Quanta verità in quell’essere il cuore dei cerchi concentrici del dolore degli astanti, quelli che erano rimasti nell’ora ormai tarda. Come penetrano le parole di Marisa, storpiate dalla sofferenza. Marisa che chiede il permesso di piangere, che raccomanda di tenere la luce accesa quando il rito degli addii sarà compiuto e calerà la notte. Marisa sembra aver dimenticato il bell’italiano dell’attrice che fu. La sua anima ha scelto il dialetto, la radice. Ma il suo “grazie” ai figli e ai nipoti, che la sollevano dalla sedia per l’estrema carezza a Renato, lo pronuncia nitidamente, proprio bene, con lo stesso sorriso benedicente che le aveva illuminato il volto nell’istante dell’ingresso.

Anche Renato ha quasi un sorriso. Così si viene predisposti, del resto, in queste circostanze. Eppure, quella postura delle labbra, che scopre appena i denti, sembra rispondere al lamento strozzato della moglie, che scema e ritorna, si interrompe nel silenzio e poi riesplode di fronte all’irreparabile: la confessione della perdita che capiscono i figli e i nipoti, abituati a quel linguaggio, non chi non aveva più avuto occasioni di seguire Marisa in questi ultimi anni. “Camilla, sembra una rappresentazione teatrale, più vera del vero”. “Sì, è lo strazio che si raddoppia”. Benedetto teatro, maledetto teatro.

“Corrado, il babbo ha avuto una buona vita, riconoscimenti, due figli ben riusciti come voi. È stato fortunato…”. “Sì, fortunato, ma sono stati lui e la mamma a crescerci. È vero, Renato è stato fortunato. L’unica, vera disgrazia fu la perdita della sua mamma quando era piccolo, poi è passato attraverso un secolo terribile con le sue idee, riuscendo a seguire le sue passioni”.

Caro direttore, di Renato Borsoni è già stato detto molto. Sui giornali e ieri mattina, con parole perfette, da Tino Bino nelle esequie in San Nazzaro. Di lui, ai lettori di “Bresciaoggi”, il giornale che disegno’ con originalità e passione come ha ricordato da par suo Cinzia Reboni, voglio lasciare una piccola testimonianza dei sentimenti. Della sua capacità di essere padre. Qualità rara nelle personalità eccezionali come fu la sua. Personalità che rischiano di sovrastare gli altri, senza lasciarli crescere.

Sono coetaneo dei figli di Marisa e Renato, amici da tanti anni. Ma, al tempo stesso, ho lavorato con Renato già prima dell’epopea di “Bresciaoggi”, quando Corrado e Camilla mi apparivano soltanto ragazzi. Correva l’anno 1973 e “il Borsoni” curava il progetto grafico de “l’altraBrescia”, un mensile che aveva l’ambizione, presto frustrata dalla sorte, di fare concorrenza al “Giornale di Brescia”, allora unico quotidiano della città. Furono giorni di lavoro spalla a spalla, lui quasi cinquantenne, grafico di successo, uomo di teatro che portava in giro la rivoluzione di don Milani con “L’obbedienza non è più una virtù”, e la nostra banda, un po’ velleitaria, diciamolo: Renato Rovetta, Giorgio Sbaraini, Sandro Cheula, Roberto Montagnoli e io, ancora ragazzo, ma preso sul serio da Renato come se fossi già grande.

Ecco il punto: Renato prendeva sul serio prima di tutto i suoi figli. “Quando il Comune gli diede finalmente le chiavi del teatro, lui mi porto’ con se’, la mattina che lo apri’: avevo 9 anni”, racconta Corrado. “I nipoti adorano passare il tempo con lui”, diceva Camilla, anche prima di questi giorni. Mentre l’altra sera guardavo Marisa sulla scena della Loggetta, mi è venuto in mente il manifesto a favore degli studenti denunciati dalla Questura per i primi scioperi nei media superiori, che Corrado disegno’ a 16 anni nello studio paterno.

Non importa se imparai ben presto che aveva ragione Pasolini a stare con i poliziotti contro i figli di papà con le molotov. Non importa perché noi non eravamo violenti, certo. Ma soprattutto non importa perché qui conta l’arte. In alto, il manifesto recava la scritta “no alla repressione”, senza maiuscole. Al centro, il casco antisommossa di un celerino dal quale fuoriusciva un corteo. Nell'”altraBrescia”, Renato disegno’ magistrali ritratti di Giuseppe Camadini con la Banca San Paolo nella testa, Mario Dora con la RollsRoyce, Giuseppe Pedini con l’Africa. Il padre aveva saputo imparare dal figlio. Essere padri, essere figli. Chi insegna a chi. Non avevo mai colto quel collegamento fra opere diverse. Quel dialogo. Mi è capitato venerdì. Di fronte al dolore, non alla disperazione, della famiglia Borsoni.