Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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Industria, se passa lo straniero


Il sistema finanziario italiano, da sempre asfittico, si è fatto ancora più debole e non regge più le grandi imprese alla prova della competizione globale in un mercato dei capitali senza confini. Così Massimo Mucchetti in un’intervista al quotidiano economico Milano Finanza, sulla cessione del controllo di Italcementi al gruppo tedesco HeidelbergCement.

Un anno e mezzo fa Carlo Pesenti chiudeva il convegno celebrativo per i 150 anni del gruppo dicendo che le aziende familiari hanno resistito meglio alla crisi, grazie alla capacità di adattarsi e interpretare il presente e il futuro. Ora ha venduto l’azienda ai tedeschi. Ci ha ripensato lui o è il sistema delle imprese familiari ad essere andato in crisi?

Mi pare una decisione personale. Le aziende familiari sono il modello largamente prevalente nel mondo. HeidelbergCement, la società compratrice di Italcementi, è controllata da Ludwig Merkle con il 25%.

In Italia, però, resistono bene solo le piccole e medie imprese familiari. Molto meno le grandi. Oggi i Falk, i Borghi, gli Olivetti, i Ferruzzi, gli Orlando e potrei continuare, non sono più sulla scena, ora anche i Pesenti cambiano mestiere, da imprenditori a finanzieri. Qualcuno teorizza per Fiat un futuro da public company perché una famiglia non potrebbe reggere ancora il peso di un tale colosso. Qualcosa significherà.

Significa che il sistema finanziario italiano, da sempre asfittico, si è fatto ancora più debole e non regge più le grandi imprese alla prova della competizione globale in un mercato dei capitali senza confini. Il capitalismo familiare di per se’, invece, non mi pare un problema. La Fiat e gli Agnelli? BMW e Volkswagen, Toyota e Psa hanno azionisti di riferimento di tipo familiare. E’ vero che le famiglie non amano perdere i benefici privati del controllo, e per questo sono restie a operazioni di crescita che richiedano capitali tali da comportare la diluizione delle proprie posizioni. Questa forma di conservatorismo, ancorché pure i fondi spesso non amino gli aumenti di capitale, può coartare quello che, in quest’occasione dell’affare Italcementi-Heidelberg, il “Sole 24 Ore” chiama il “diritto dell’impresa allo sviluppo”. Ma….

Ma non è vero?

Bisogna intendersi. Un conto e’ accettare di diluirsi continuando a guidare un’impresa più grande e sottoponendosi ogni giorno all’esame del mercato. Un altro conto e’ vendere. Nel primo scenario, giochi all’attacco, nell’altro lasci la partita.

Con Italcementi stiamo nel secondo scenario.

I Pesenti reinvestono parte del ricavato nel nuovo gruppo, ma siedono sul sedile posteriore. Intendiamoci, se un imprenditore ritiene di non poter più garantire un futuro brillante all’impresa e si trova davanti un’offerta generosa, è sano vendere. Nel caso di Italcementi, poi, i soci di minoranza sono trattati come Italmobiliare. E questo conferma la bontà della legge sull’Opa e la correttezza di Carlo Pesenti.

Molti sostengono che Pesenti e tanti altri vendono perché in Italia non si può fare impresa.

Negare che in settori del Paese alligni una cultura anti industriale sarebbe stupido. Burocrazia, leggi farraginose, corruzione, giustizia lenta e non di rado animata da pregiudizi. Talvolta, ma direi quasi solo nel settore pubblico, un sindacalismo corporativo. E tuttavia qui si continua a fare impresa, si delocalizza meno, anzi anche da noi c’è il reshoring. Le multinazionali fanno shopping di aziende italiane. L’Italia presenta ostacoli ma anche opportunità straordinarie. Il problema è un altro.

Quale?

Il problema non è tanto chi vende il controllo delle grandi aziende e perché, ma chi compra. Se ogni volta a comprare è un gruppo estero, abbiamo una difficoltà. La fisiologia è che alcune aziende vadano alle multinazionali estere, altre a multinazionali domestiche. Se vanno solo alle prime, siamo nella patologia.

E perché accade così?

Il capitalismo italiano, familiare e non, fatica a gestire la complessità implicita nelle imprese di grandi dimensioni per un insieme di ragioni. La prima è che non ci sono più le grandi scuole di management: l’Olivetti, l’Iri, la Montedison, la Comit. E’ rimasta l’Eni, ma e’ un’impresa fortemente caratterizzata. E la Fiat? E’ certamente una scuola. Suoi manager, come Luca de Meo, hanno fatto fortuna all’estero. Ma è ora meno presente su piazza: basti dire che l’ufficio dell’Investor relations e’ stato trasferito in America. In questa situazione, a produrre top manager è McKinsey, e però una società di consulenza americana, con il suo pensiero unico, può aiutare ma non sostituire la pluralità di scuole e di formazione che c’era prima. L’imprenditoria italiana, poi, è sostanzialmente individualista. Può creare reti d’impresa, ma crede poco nelle fusioni, nel mettere insieme gli interessi in modo organico. Infine, c’è la dimensione asfittica del sistema finanziario, la difficoltà di avere capitali pazienti, di rischio e di debito.

Problema storico.

Sì, ma fino agli anni Novanta c’erano alcuni rimedi. Mediobanca, Imi, i Mediocrediti e le Partecipazioni statali, principalmente l’Iri. Non era un sistema perfetto, e tuttavia, quando c’era, l’Italia aveva le grandi imprese, alcune delle quali attive nei settori che si usa considerare avanzati. Non ne ho particolare nostalgia, ma ha avuto senso smontarlo senza sostituirlo con nulla? Il Testo unico bancario del 1993 tolse a Mediobanca, Imi e Mediocrediti l’esclusiva del credito industriale e dell’assunzione di partecipazioni. L’ambizione era quella di attribuire a tutte le banche queste possibilità. Il risultato tende allo zero. Per effetto della politica dei tassi d’interesse, dell’abbondanza di moneta e della tecnofinanza, il credito industriale e’ stato sostituito dal credito a breve costantemente rinnovato. Costantemente fino al 2008 quando la crisi ha fatto scattare il credit crunch. E in seguito agli accordi di Basilea e a Solvency 2 banche e assicurazioni non hanno più convenienza a prendersi partecipazioni perché queste assorbono troppo capitale di vigilanza.

Non può essere la Borsa la soluzione? Il braccio destro di Renzi per l’economia, Claudio De Vincenti, preannuncia agevolazioni a chi si quota.

La Borsa drena più risorse dalle aziende quotate di quante ne apporti. Lo dice da anni al Consob nei suoi allegati statistici che pochi, purtroppo, leggono. Le agevolazioni vanno dunque legate alla ricapitalizzazione delle imprese, quotate e non. Le prime non sono per forza migliori delle seconde. Mi pare che Ferrero abbia fatto meglio di Parmalat. Ci vuole più credito industriale e un sistema finanziario con soggetti dallo sguardo ampio e nazionale.

Non rimpiangerà il vecchio sistema di Cuccia?

Ne’ rimpianti ne’ damnatio memoriae. Certo, con Cuccia e Maranghi, Italcementi era predatrice, ora è preda.

Italcementi sembra l’ultimo petalo caduto di quel sistema. Poco prima, e ben più clamorosamente, era caduto il petalo Ligresti.

Il sistema Mediobanca, messo in croce dal Testo unico del ’93, fini’ con la fuoriuscita di Maranghi nel 2003. Basilea ha fatto il resto. A voler essere un po’ pettegoli potremmo osservare che, se la famiglia Ligresti e’ esaurita, Fonsai non e’ uscita dall’orbita relazionale di piazzetta Cuccia, anzi via ha attratto Unipol. Ma questa e’ cronaca che non riempie il vuoto di un Paese senza più luoghi dove, nel rispetto della più completa libertà di scelta degli imprenditori, si possano tuttavia confrontare soluzioni diverse valutandone le ricadute sul portafoglio degli azionisti, sui livelli occupazionali e sulle relazioni con il territorio. Così da evitare, qualche volta, soluzioni esterovestite. Il sistema Cassa depositi e prestiti, nel rispetto dei vincoli europei, potrebbe fare molto.

Anche lei pensa che, dopo l’Iri, l’Italia non abbia più avuto una politica industriale?

No, la politica industriale c’è stata, ma ipocrita e sbagliata. L’Italia ha mentito a se stessa. Negando di fare politica industriale per compiacere il Washington Consensus, ha elargito ai produttori elettrici, con il CIP 6 e i conti energia, sussidi a fondo perduto pari a un multiplo dei fondi di dotazione dato alle Partecipazioni statali in tutta la loro storia. Lascio a lei valutare le diverse esternalità dei due tipi di intervento.

E di chi è la responsabilità?

Di tanti: dell’alta dirigenza delle Partecipazioni statali che, alla fine, aveva perso autorevolezza; della politica, che dopo Tangentopoli, non ha più fatto la sua parte e ha delegato al mercato quel che, in Italia, il mercato non può fare; degli opinion maker che, con lodevoli eccezioni, hanno rinunciato allo studio del reale per inseguire il mito della politica thatcheriana dimenticando che la Thatcher poteva contare sulla City. Alla fine, risultato esemplare, la London Stock Exchange si è comprata Borsa Italiana, risolvendo con gli euro di piazza Affari i suoi problemi patrimoniali. Ma questa e’ stata un’altra storia.