RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l'avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l'ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l'atroce padre. Di questi tempi, l'Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest'uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e' titolare.

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La mutazione della democrazia


“Nella sua iniziativa legislativa, il Governo segue la politica del carciofo, tiene separate la foglia della legge elettorale e la foglia della riforma costituzionale. Cercando di ridurre al minimo la discussione parlamentare, il Governo esorta tutti noi a fare in fretta perché i mercati non tollererebbero lungaggini da parte di un Paese con oltre 2mila miliardi di debito pubblico”, così Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria del Senato, intervenendo questa mattina in aula sull’Italicum nella giornata delle dimissioni di Napolitano. Leggi l’intervento.

Questa discussione generale sulla riforma della legge elettorale avviene in una fase politica assai delicata nella quale il peso del Governo si è oltre modo accresciuto. Si e’ accresciuto sia per il progressivo indebolimento della presidenza della Repubblica sia per il crescente rafforzamento della presidenza del Consiglio nel processo decisionale in seno all’esecutivo e nel rapporto tra l’esecutivo e il Parlamento come abbiamo visto ieri nella scrittura del decreto fiscale e come vediamo oggi nel corto circuito tra maggioranza e opposizione negli emendamenti all’Italicum, infine risolto dal presidente Grasso.

Il Quirinale, dunque. Il Quirinale si è andato indebolendo man mano che, da parte del presidente Napolitano, emergeva la decisione di interrompere il mandato al termine del semestre italiano in Europa. Avere in animo un termine, che a un certo punto e’ stato indicato all’opinione pubblica, ha determinato una situazione paragonabile al semestre bianco che precede la naturale scadenza del mandato presidenziale. Per alcuni mesi, il Quirinale non è stato più in grado di gestire una eventuale crisi di governo ed eventualmente di sciogliere le camere proprio mentre una tale opzione occupava e occupa una posizione centrale nella lotta politica ed entra nella stessa nuova legge elettorale attraverso la cosiddetta clausola di garanzia.

Ora, al Colle avremo la sua supplenza per il tempo previsto e poi, avendo reso grazie a Giorgio Napolitano per il servizio reso al Paese, un nuovo presidente che mi auguro venga eletto nel più breve tempo possibile così da avere non solo un arbitro e un notaio del gioco politico, ma anche il custode e il difensore della Costituzione, non solo in grado di gestire al meglio i suoi poteri all’interno del Paese ma anche in grado di rappresentarlo all’estero, d’intesa con il Governo, in modo attivo e positivo.

E ora il Governo. In questo stesso periodo di indebolimento di un Quirinale fino all’altro ieri fortissimo, il Governo e il suo presidente in particolare tendono ad accentrare nelle proprie mani l’iniziativa legislativa che dovrebbe appartenere al Parlamento. Una tendenza che si manifesta in quattro modi principali: il ricorso ai decreti legge, per lo più a decreti legge omnibus, come strumento ordinario di legislazione; il ricorso sempre più frequente al voto di fiducia; il ricorso a leggi delega a maglie larghissime; la riduzione del tasso di accountability dell’esecutivo che non da’ conto al Parlamento di tutta una serie di propri atti, dal decreto fiscale alle nomine nelle società a partecipazione statale e negli enti pubblici come l’Isin, l’Authority del nucleare.

Il Governo dilaga, dunque. E laddove, pur dilagando, fatica a essere efficace, fatica per l’incapacità dei ministri di dirigere le alte burocrazie che non può essere compensata dalla squadra di fiducia di palazzo Chigi. Questa difficoltà, che direi professionale, frena di più dell’azione delle opposizioni, una delle quali ha scelto, almeno nella sua componente finora maggioritaria, di consociarsi alla maggioranza, di essere, per usare il gergo della finanza, una minoranza associata al controllo ovvero l’opposizione di Sua Maestà.

Quella che è in atto e’ la mutazione genetica della democrazia parlamentare in premierato forte. Una mutazione genetica ma non dichiarata, e dunque non sottoposta alla verifica parlamentare, ma realizzata de facto e ora cristallizzata nel combinato disposto della riforma costituzionale e della legge elettorale attraverso i numeri determinanti determinati dal Porcellum.

Una mutazione, fatemi dire, che sottopone tutto all’esigenza della governabilità. E lo fa come se fosse una svolta straordinaria quando, invece, di governabilità si parla fin dai primi anni Ottanta, da quando Bettino Craxi pose il problema, allora si’ in modo, per così dire, rivoluzionario. Lo fa come se il potere del Governo non avesse soverchiato quello dei partiti politici novecenteschi già negli anni Novanta per arrivare ai giorni nostri con l’affermazione dei partiti leaderistici e, in alternativa, con la non infrequente cessione di sovranità ai tecnici. Si batte e ribatte il tasto della governabilità, si insiste su questo discorso sul metodo senza che a farlo sia un novello Cartesio, credendo che possa risolvere di per se’ le grandi questioni del Paese: la crescita che non c’è, la disoccupazione ormai di massa, il sistema di welfare da rivedere senza inseguire le vecchie ricette anglicizzanti.

Nella sua iniziativa legislativa, il Governo segue la politica del carciofo, tiene separate la foglia della legge elettorale e la foglia della riforma costituzionale. Cercando di ridurre al minimo la discussione parlamentare, il Governo esorta tutti noi a fare in fretta perché i mercati non tollererebbero lungaggini da parte di un Paese con oltre 2mila miliardi di debito pubblico.

In realtà, al momento, il debito pubblico italiano paga interessi minimi, segno tangibile della fiducia del mercato nella solvibilità dell’Azienda Italia. E li paga così bassi – lo spread con i Bund tedeschi e’ ai minimi storici – grazie alle iniziative della BCE e non certo grazie ai fondamentali della nostra economica che restano deludenti e preoccupanti. I mercati da noi si aspettano la crescita. Le riforme elettorali e costituzionali interessano in tanto in quanto fissano le regole del nostro gioco domestico che alla crescita deve riportare il Paese. Più del discorso sul metodo interessa il progetto, l’azione di politica economica in un contesto che comincia a rivelarsi assai favorevole grazie all’apprezzamento del dollaro sull’Europa e al crollo del petrolio e delle materie prima in genere.

In questo quadro mi domando che senso abbia concentrare formalmente il potere nelle mani di una sola persona. Una persona che, nei fatti,già ne ha molto come si evince dal suo stesso linguaggio basato sull’io più che sul noi.

Se la politica del carciofo andrà a buon fine, l’Italia avrà una sola camera con il partito vincitore premiato con il 15% dei seggi in più e deputati scelti in grande maggioranza dagli uffici del leader del Partito. Questa camera voterà la fiducia al Governo e, con l’appoggio di un Senato con pochi grandi elettori, per di più espressione delle Regioni dominate dallo stesso partito, e cioè dal suo leader, eleggerà il presidente della Repubblica e i membri laici della Corte costituzionale e del CSM. Quale straordinaria concentrazione di potere nelle mani del leader-premier della parte vincente!

Qualcuno dirà che ogni 5 anni si vota e dirà che il voto rappresenta la massima forma di accountability in democrazia. In astratto e’ vero, ma il diavolo si nasconde nei dettagli. In particolare, in due dettagli minano le possibilità dell’alternanza con modalità normali all’esito di periodi normali. Primo, il potere logora chi non c’è l’ha. E’ una vecchia battuta di Andreotti tanto più vera oggi con il potere concentrato che abbiamo visto e lo testimonia la crisi di leadership del centro-destra – lo dico da osservatore senza alcuna animosità – laddove il centro-destra e’ stato il primo aggregato politico a forte leadership personalizzata. Secondo dettaglio, se l’industria dell’informazione e’ debole, ed e’ questa industria che forma l’opinione pubblica, se i padroni dell’informazione hanno interessi legati in vario modo alla politica, e dunque principalmente all’azione del Governo, il Governo stesso parte comunque in vantaggio nel confronto elettorale.

Se volessimo adattare il titolo di un grande economista, che e’ stato,anche un grande italiano, Piero Sraffa, alla narrazione della nostra vicenda attuale, dovremmo dire che stiamo costruendo la produzione di potere a mezzo di potere. Per questa ragione credo che il nodo fondamentale, in questa legge elettorale, non sia ancora stato sciolto. Bene elevare al 40% la soglia oltre la quale scatta il premio senza ricorrere al ballottaggio, ottimo il ballottaggio. Ma attribuire il premio al partito nel quale si esercita la predominanza del leader, che forma le liste senza la possibilità di dare una cittadinanza degna al dissenso, questo no. Questo non funziona, specialmente in assenza di un progetto e di una squadra all’altezza della sfida. Questo non aggiorna, non riforma la Costituzione. Questo ferisce la Costituzione. Per questo, pur lasciando ai leader la possibilità di nominare un certo, non enorme numero di parlamentari esperti, ritengo necessario modificare l’Italicum per restituire agli elettori il diritto di scelta eliminando i capilista bloccati e le candidature multiple e introducendo i collegi uninominali o, ove questa soluzione, per me ottimale, si rivelasse impraticabile, un congruo numero di parlamentari scelti con voto di preferenza.