RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l'avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l'ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l'atroce padre. Di questi tempi, l'Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest'uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e' titolare.

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Wef, la grande sciocchezza


Proprio in queste settimane, l’Sda Bocconi – che per conto del Wef si occupa di raccogliere i dati sul nostro Paese – sta finendo le ultime rilevazioni che comporranno la fotografia dell’Italia nel rapporto sulla competitività (Global Competitiveness Report, Gcr) dell’ormai celeberrimo World economic Forum (Wef).

Si tratta di una classifica che rispecchia gli stessi parametri scientifici degli altri indici internazionali, come il Doing Business della Banca mondiale? Su quali dati si basa il posizionamento del nostro Paese? Sono tutte domande più che legittime, visto che, anche quest’anno, l’Italia rischia di fare l’ennesima figuraccia internazionale, relegata ai bassifondi di questa classifica economica, scatenando quella che in molti ormai chiamano la sindrome del Botswana: la tendenza dei media italiani, ma non solo, a riprendere le classifiche dell’annuale indice del Wef, accostando la posizione dell’Italia a quella del Botswana, sulla base di uno strumento che più dei dati e cifre si affida alla percezione dei manager nostrani.

Ma partiamo dall’inizio. Fondato da Klaus Schwab, membro del gruppo Bildeberg e vicino ad Israele (nel 2004, Schwab ha ricevuto 1 milione di dollari dalla Dan David Foundation di Tel Aviv), il Wef si propone – vedi il sito – come una realtà apparentemente senza scopo di lucro e non subordinata ad interessi politici, economici o altro, ma, anche i muri ormai sanno che nei suoi trent’anni e passa di attività è cresciuto sino a diventare una potente forza di indirizzo dell’economia mondiale e delle relazioni internazionali, una sorta di Ambrosetti su scala globale. Per capirlo basta andare a vedere chi comanda veramente a Davos. Oltre a Schwab, Fondatore ed Executive Chairman, il board del forum annovera il gotha del potere economico, tra i quali: Christine Lagarde, presidente del Fmi, il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, Peter Brabeck-Letmathe, Ceo della Nestlé e Indra Nooyi della Pepsi.

Interessi molti, quindi, trasparenza poca, visto che sul sito è possibile facilmente avere accesso ad un solo bilancio, quello della costola americana del Wef, mentre mancano i conti della “casa madre”. Quello che si sa è che l’annuale meeting di Davos arricchisce non poco le casse del forum. Ci sono diversi livelli di membership al forum: quella base, che garantisce l’invito annuale a Davos, costa 52 mila dollari. C’è poi il biglietto di ingresso al meeting, altri 19 mila dollari. Ovviamente, membership base e biglietto consentono l’accesso alle sole sessioni generali, mentre, invece, per accedere alle riunioni private occorre associarsi al Wef come “Industry associate”, per un costo di 137 mila dollari. Se poi si vuole andare accompagnati, allora il Wef richiede una membership come “Industry partner”, che costa 263 mila dollari, più ovviamente il costo dei due biglietti. Ricapitolando, sono 71 mila dollari per il manager “sfigato”, mentre quello “figo” – che partecipa ai meeting privati – paga in totale 156 mila dollari. Il tutto escluso trasferimenti, vitto e alloggio. Considerato che il numero di partecipanti della scorsa edizione è stato di circa 2 mila persone, la creatura di Schwab incassa ogni anno un bel gruzzoletto, che non sappiamo esattamente come, dove e in cosa viene speso.

Torniamo ora alla classifica che viene elaborata in questi giorni. Come funziona questo rapporto sulla competitività? Il Gcr si divide in due parti. Nella prima parte descrive il Global Competitiveness Index (Gci), ovvero l’indice, mentre la seconda parte si occupa di fare un’analisi descrittiva dei singoli Paesi. Il Gci si basa su 12 pilastri, ovvero dimensioni che cercano di racchiudere i livelli di produttività e prosperità economica di un Paese. La graduatoria dei Paesi viene composta utilizzando dati raccolti dagli organismi internazionali o nazionali (Banca mondiale, Fondo monetario, Organizzazione mondiale della sanità, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, etc.) sia effettuando un sondaggio Executive opinion survey (Eos), commissionato dal Wef stesso a circa 130 organizzazioni (pubbliche o private) nei vari Paesi analizzati. In Italia se ne occupa la Bocconi gratuitamente.

Ognuna delle dimensioni è a sua volta composta da variabili, nell’insieme l’indice è composto da 113 variabili: 80 provenienti dal sondaggio Wef e 33 dalle fonti delle organizzazioni internazionali e nazionali. C’è quindi una maggiore dipendenza dell’indice dai dati raccolti sulla base del sondaggio rispetto alle analisi da fonti delle organizzazioni internazionali, tra l’altro anche alcune di queste – come quelle provenienti dalla Banca mondiale – sono il frutto di altri sondaggi di opinione. Non vi è, dunque, nessuna elaborazione diretta sui bilanci, ne degli Stati, ne delle imprese o sistemi di imprese.

La struttura stessa dell’Eos fa sorgere una serie di dubbi. Le risposte dei manager, ad esempio, non sono sempre indicative della qualità di molti aspetti messi a confronto nel questionario. A loro vengono chiesti pareri su vari campi come la sanità, la giustizia e il welfare. Insomma, gli viene chiesto di essere dei tuttologi. Spesso, poi, si tratta di questionari molto lunghi e meccanici, che rischiano di far scattare nell’intervistato la risposta monotona e ripetitiva.

Veniamo all’Italia. Partendo dai dati, delle 71 variabili utilizzate per costruire l’indice di competitività, solo 3 sono fonti di provenienza nazionale e riguardano dati Istat (Pil, Pil pro capite e popolazione). Mancano all’appello fonti essenziali per definire il quadro Paese, come le stime di Banca d’Italia e Unioncamere o le analisi finanziarie della Centrale Bilanci. Altrettanto utili sarebbero le relazioni annuali del presidente della Corte dei Conti e della Cassazione, che offrono un quadro aggiornato sullo stato della giustizia civile e penale e del fenomeno della corruzione. Al contrario, per la voce relativa al funzionamento della giustizia, il rapporto si affida alle “sentenze” dei manager. Inoltre, la voce che riguarda il posizionamento in merito al rischio default del debito sovrano non è affidata ad un organismo internazionale, bensì ad una società privata di consulenza di base a New York, la Euromoney Institutional Investors, che, come si legge nei suoi stessi annunci di lavoro, è esperta in “manipolazione e interpretazione dei dati economici”.

Per quanto riguarda il sondaggio, a detta degli stessi professori della Bocconi, si tratta di un campione non rappresentativo dei manager nostrani, che spesso rispondono pensando alla loro realtà più vicina, non al confronto internazionale. Eppure, l’effetto Botswana pesa sull’indice per il 70 per cento, come sostiene la ricercatrice Federica Pintaldi, che nel 2011 ha scritto un libro proprio sull’affidabilità degli indici internazionali. I manager italiani, infatti, non sembrano rispondere in maniera troppo affidabile. Ad esempio, nella classifica Wef sulla qualità del servizio sanitario, che si compone per la maggior parte delle risposte date dai manager al questionario, l’Italia si piazza peggio degli Usa, quando, al contrario, stando ai dati dell’Oms, in tema di costi/benefici della sanità, il nostro Paese ottiene punteggi ben migliori di quelli americani.

Se poi ci mettiamo che il questionario somministrato è di 180 domande, che vi è enorme difficoltà nel mantenere un’equa distribuzione territoriale, settoriale e dimensionale degli intervistati (in realtà il Wef vorrebbe un campione di sole realtà imprenditoriali grandi) allora le cose si complicano terribilmente. Altro tema spinoso è quello del tasso di rispondenza che, sempre secondo l’Sda Bocconi, risulta essere molto basso. A fronte di 1 migliaio circa di interviste inviate si ha, ogni anno, tra gli 80 e i 100 rispondenti, un campione veramente poco rappresentativo del mondo economico italiano. Inoltre, nel 2013, di 100 rispondenti, solo 2 provenivano da aziende pubbliche – Rai e Poste – altra anomalia se si pensa al peso non indifferente che le società pubblica hanno sulla nostra economia.

Se scalare gli indicatori è un’arte, vista anche la loro importanza mediatica, è davvero importante tenerli d’occhio in maniera critica. Basterebbe organizzarsi meglio, come avvenuto rispetto all’indice Doing Business della Banca Mondiale dove, grazie alla costituzione di un gruppo di lavoro coordinato dalla Banca d’Italia e la presa in carico da parte del Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica (Dipe) della Presidenza del Consiglio – che il 14 dicembre 2010, ha firmato uno specifico Accordo di collaborazione con il Gruppo Banca mondiale – si è riusciti a migliorare la posizione del nostro Paese, sensibilizzando i rispondenti e smontando l’indicatore, per far vedere come può facilmente diventare il frutto di percezioni distorte. Per l’Italia, infatti, i dati vengono prima raccolti attraverso una sub-indagine nazionale, coordinata appunto dal Dipe, e poi inviati all’organismo internazionale. Il Doing Business Italia si svolge attraverso la somministrazione di questionari e la realizzazione di interviste presso alcune categorie di stakeholders sia privati (ad esempio, imprenditori, notai, avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti, spedizionieri doganali, ecc.), sia pubblici (ad esempio, uffici comunali, Camere di commercio, Autorità portuali, Agenzia dogane, tribunali, ecc.). Si tratta di un piccolo sforzo organizzativo che, tuttavia, fornisce una garanzia certamente maggiore di accuratezza rispetto allo “strampalato” indice sulla competitività del World economic forum.