LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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La schizofrenia della Bce


Ghizzoni dice che il re è nudo. Il re è il sistema dei governi europei di fronte alla Bce e al sistema europeo delle banche centrali. Un soggetto schizofrenico, che inonda l’Eurozona di liquidità con il Qe ma al tempo stesso chiede alle 123 banche di rilevo sistemico un patrimonio di vigilanza crecente, che nelle attese, si colloca ormai al 20-25% degli attivi ponderati per il rischio. Così Massimo Mucchetti intervistato dal quotidiano economico Milano Finanza sul sistema bancario europeo ed italiano.

“La riforma delle cosiddette grandi popolari, per capirci – sostiene Mucchetti –  aveva come giustificazione principale il timore che, con il voto capitario, queste non avrebbero potuto ulteriormente rafforzare i ratios patrimoniali. La Vigilanza unica mette questi istituti di fronte all’alternativa del Diavolo. Ghizzoni la esemplifica bene: o trovano sul mercato 400 miliardi per aumenti di capitale oppure riducono gli attivi di 2 mila miliardi. Essendo la prima ipotesi poco realistica, avremo un ulteriore deleveraging. Alcuni godono di questa situazione: alle banche, ricettacolo di tutti i vizi della turbo-finanza, be gli sta, dicono. Ma è puro tafazzismo. Semmai, si perseguano i banchieri se hanno violato la legge, li si cambi se hanno fatto male, ma la banca in quanto tale è la principale arteria dell’economia italiana”.

Le banche già protestavano contro i target fissati da Basile 3 e la Bce ora li vuole raddoppiare…

E’ come se, senza dire niente a nessuno, stiamo puntando a una Basilea 4. La Vigilanza non si cura degli effetti delle sue decisioni sull’economia reale. Problemi dei governi. Il governatore Guido Carli avrebbe detto che si tratta di un atteggiamento eversivo. Ma più semplicemente si tratta di un atteggiamento burocraticamente prono all’interesse dei Paesi con le finanze pubbliche migliori a non considerare più risk free i titoli di Stato ma a legarne la valutazione al rating nella definizione dei risk weighted assets, così da avere ulteriori vantaggi nei movimenti transnazionali dei capitali.

Pensa alla Germania

Alla Germania ma non solo. Oggi i titoli di Stato non assorbono capitale di vigilanza. Se domani non assorbissero, quale sarebbe la scelta di banche e assicurazioni, ma anche dei fondi pensione, di fronte a titoli la cui rischiosità , espressa dal rating richiederebbe mezzi propri diversi, più alti con il rischio Italia e più bassi con il rischio Germania? La Bundesbank ci prova? La capisco. Ma noi? Non avevamo detto che il ruolo pubblico delle agenzie di rating andava ridimensionato? Anche Draghi aveva speso parole a proposito all’indomani del crac Lehman. Bene, si era scherzato; le agenzie restano al centro del sistema e domani, le banche, già “too big to fail”, non potranno fallire perché “too strong to fail”.

La Grecia però dimostra che gli Stati possono fallire.

Considerare risk free i titoli di Sttato dell’Eurozona è una convenzione, non un dato di realta. E chi lo nega? Ma le convenzioni servono a vivere. Oggi i Bund hanno rendimenti negativi, eppure nel secolo scorso lo Stato tedesco è fallito quattro volte e la Germania è ancora lì. Chiediamoci allora quali vantaggi avremo a considerare rischiosi i titoli pubblici rispetto ai vantaggi che abbiamo oggi a non considerarli tali. Il regolatore dice: così i contribuenti non dovranno pagare tasse per salvare le banche, le quali avranno abbastanza capitale per far fronte a perdite enormi. Ma quale capitale può far fronte a una crisi di fiducia, e dunque di liquidità, che potrebbe essere scatenata da fattori esterni? In ogni caso, quanto costa al Paese, in termini di stagnazione dell’attività creditizia e dunque di stagnazione di produzione e commerci, questa ricerca della sicurezza assoluta? E siamo sicuri che, con il proprio Paese in ginocchio, il sistema creditizio sarà al sicuro? E allora qui sono io a fare una domanda.

Quale?

Che senso ha per l’Italia una simile rivoluzione? I contribuenti di Germania e Regno Unito hanno subito un salasso per le loro banche, ma noi? Lo Stato italiano non ha perso un euro con le nanche e poco ha messo nell’economia.

Una domanda da girare alla politica…

Anche all’accademia mainstream e a quanti, come le banche centrali, credono che alla ritirata delle banche si possa supplire con l’ingresso delle pmi nel mercato dei capitali.

E lei non è d’accordo?

Le grandi imprese fanno ricorso da tempo al mercato obbligazionario come alternativa al credito e agli aumenti di capitale. Bene. Le medie imprese, come documentano le indagini di Mediobanca-Unioncamere, hanno stati patrimoniali già decenti. Quelle piccole, cioè la gran parte delle imprese, nei mercati finanziari non possono entrare direttamente perché i costi sarebbero superiori ai benefici. Entrarci per interposta persona mi lascia molti dubbi. Le banche hanno strutture professionali per valutare il merido di credito degli affidati, ma i fondi di credito, le assicurazioni e tutti gli altri soggetti che vorrebbero fare la banca quali garanzie professionali e patrimoniali danno? Temo che andremo ad alimentare un nuovo shadow banking.

I mini-bond sono però promossi dalle banche, che valutano il rischio dell’emittente.

Ma il rischio se lo accolla chi sottoscrive il titolo. Temo che le valutazioni senza responsabilità patrimoniale. Abbiamo già dimenticato Cirio e Parmalat?

Ma i soldi da qualche parte vanno trovati, non crede?

No, non da qualunque parte. Bisogna affrontare i nodi veri della questione. E superare la schizofrenia della Bce. L’economia ha bisogno di credito ed è più sano che questo arrivi da chi raccoglie e presta capitali per professione. Per chi può, ben venga la borsa. Ma non facciamoci illusioni. Negli ultimi lustri Piazza Affari e Wall Street hanno estratto dalle imprese quotate molte più risorse di quante ne abbiano convogliate. E non va dimenticato che nei momenti di crisi acuta i mercati scompaiono. Nel 2002 la Fiat evitò il fallimento grazie alle banche, coordinate dal governatore Fazio e non alla borsa. Nel 2008 Unicredit rischiava a causa della crisi post-Lehman e si evitò il peggio grazie agli aumenti di capitale sottoscritti principalmente dalle fondazioni bancarie e dalla Libia di Gheddafi…

I mercati non servono?

Ovviamente servono, e tanto, ma in genere fanno piovere sul bagnato e l’economia adesso sta nelle secche.

La Bce vuole istituti sempre più capitalizzati; dunque sbaglia?

La Vigilanza unica, che all’interno della Bce ha una fortissima autonomia, questo vuole. Ma che senso ha un barcone così massiccio da essere inaffondabile ma al tempo stesso incapace di muoversi? E come si può remunerare tutto questo caputale con i tassi sotto zero, con un sostanziale blocco agli investimenti in titoli pubblici e senza fare trading proprietario? In queste condizioni non si potrebbe più salvare il Banco di Napoli, come invece si riuscì a fare.

E allora che fare?

La difesa dei titoli di Stato e la liberazione di assicurazioni e banche dalla schiavitù del rating dovrebbero essere la linea Piave per governo e Banca d’Italia.

Con l’Unione Bancaria, però la sovranità in materia è già stata ceduta.

Intanto, la sorte delle assicurazioni in sede Eiopa non è ancora definita. E poi c’è modo e modo di partecipare alla Vigilanza unica. Diversamente il prezzo lo pagherebbro non solo le banche, ma tutti.