LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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La sfida di Atlante


Il pasticciaccio brutto della Popolare di Vicenza rappresenta solo un caso di gestione cattiva e clientelare nella provincia dove Pietro Germi ambientò il suo “Signori e signore”? Un caso infine minore, da risolvere con qualche azione di responsabilità a carico dei vecchi boss e un break up o una fusione? Temo di no.

L’Italia resta bancocentrica. Può non piacere. La reputazione delle banche, ottima fino al 2008, e’ divenuta pessima. E non senza ragione. Ma così è. La Borsa serve a distribuire denaro agli azionisti estraendolo dalle società quotate più che ad attrarre denaro dall’azionariato per capitalizzare le imprese. I canali di finanziamento “innovativi” li abbiamo già sperimentati negli anni Settanta e Ottanta con i titoli atipici dei vari Bagnasco, Cultrera, Canavesio. E allora, se il sistema bancario e’ cruciale, bisogna evitare che frani il suo fondamento: la fiducia del pubblico.

Per minare la fiducia basta poco. Il caso minuscolo di Banca Etruria impartisce una lezione. Anzitutto al governo che, sottovalutandolo, ha lasciato colpire i portatori di obbligazioni subordinate e ha accettato una valutazione burocratica dei crediti in sofferenza da parte della Vigilanza unica. Con il duplice risultato negativo di diffondere paura tra i risparmiatori e di avere un prezzo per i non performing loan troppo basso in relazione al valore di carico che hanno nei bilanci bancari certificati, anche dalla Vigilanza italiana.

Adesso, il governo Renzi chiede l’autorizzazione a salvare le banche in crisi avvalendosi di fonti normative (l’articolo 107, comma 3, lettera b del Trattato e alcuni articoli della direttiva del “bail in”) che avrebbe potuto invocare anche per l’Etruria e le altre tre “banchette”. Sarebbe ancor più convincente se, oltre al richiamo alle norme, potesse vantare il pugno di ferro con i banchieri felloni.

Ora il caso della Popolare di Vicenza rappresenta il banco di prova di come un’azienda bancaria può uscire dai guai nel 2016. Il rapporto della Popolare di Vicenza (e di Veneto Banca) con il Nord Est e’ stato certamente un rapporto malato. Colpa dei banchieri e colpa dei loro soci clienti. Quando si compra un albergo a Cortina per alloggiarvi la filiale e lo si paga quattro volte il valore attuale a un venditore che è azionista della banca, e’ la terra raccontata da Germi che deve riflettere su una certa qual sua “normalità”.

Nella banca di Zonin risultano prestiti baciati, e cioè assegnati per comprare azioni, per ben 1,2 miliardi. Ma le azioni corrispondenti non hanno mai avuto un valore reale equivalente. Andava imposta d’autorita’ la quotazione della Vicenza in Borsa o, in mancanza, si sarebbe dovuto costringere i consigli a indicare e motivare in bilancio i clamorosi scostamenti dei valori delle due popolari venete da quelli delle popolari quotate.

Chi scrive, assieme ai presidenti delle Commissioni Finanze del Senato e della Camera, lo suggerì già prima della “riforma delle popolari”. Invano. Ma ora il danno è fatto. E rischia di oscurare il ruolo di supplenza che hanno svolto le popolari – anche le due venete – e le banche di credito cooperativo tra il 2009 e il 2013, quando le banche maggiori tagliarono i prestiti alla clientela per rientrare nei parametri patrimoniali richiesti dalla Vigilanza e dal mercato. Un ruolo non tanto diverso da quello svolto dalle discusse Landesbanken, che Berlino ha salvato non solo perché la classe politica federale voleva coprire gli intrecci politico-affaristici regionali, ma anche perché il credito facile era stato un propellente per l’economia tedesca.

Ecco, la Vicenza (e Veneto Banca) vanno salvate come aziende. Il consiglio insediato dal Fondo Atlante potrà decidere se seguire l’esempio del Nuovo Banco Ambrosiano o quello del Banco di Napoli. Ma in ogni caso lo aspetta un gran lavoro sul campo per ricostruire la fiducia che sola può far riaffluire il risparmio. Senza raccolta, niente impieghi. A questo scopo, il Fondo Atlante farebbe bene a considerare l’utilità di un piccolo sacrificio.

Qualche politico veneto dice: sono arrivati i soldi, diamoli agli azionisti sacrificati dall’aumento di capitale a 10 centesimi. Demagogia. Ma, se lavorerà bene, il Fondo Atlante potrà realizzare nel giro di qualche anno una rilevante plusvalenza. Avendo versato 1,5 miliardi, ha ora il 99,37% di un patrimonio netto pari a 3,8 miliardi.

Ecco, se alla fine, vendesse la Vicenza, poniamo, per 2,5 miliardi, il Fondo Atlante ne guadagnerebbe uno. E allora, ai fini dell’operazione fiducia, potrebbe essere utile assegnare ai soci non coinvolti nel sistema Zonin un warrant gratuito e non negoziabile, che dia diritto a comprare nel giro di un po’ di tempo 5 o 10 azioni a 10 centesimi dall’enorme pacchetto del Fondo Atlante. Sarebbe un modo per condividere con il territorio una parte sostenibile del guadagno futuro ma anche un investimento destinato ad aumentare già oggi, accelerando la ricostruzione della fiducia, il valore della banca e la sua funzione nell’economia reale.