LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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L’idea strana di Al & Giav


Alberto Alesina e Francesco Giavazzi ripropongono la Cassa depositi e prestiti (Cdp) come salvatrice del Monte dei Paschi. Invece di una nazionalizzazione aperta quale sarebbe stata la conversione in azioni dei Monti bond, che alcuni, quorum ego, avevano proposto già durante la campagna elettorale del 2013, avremmo una nazionalizzazione sui generis. Ci sono tre quesiti ai quali i due editorialisti potrebbero rispondere per rafforzare la loro idea. Eccoli.  Così Massimo Mucchetti in una lettera al Corriere della Sera. 

Caro direttore,

leggo sul Corriere di oggi che Alberto Alesina e Francesco Giavazzi ripropongono la Cassa depositi e prestiti (Cdp) come salvatrice del Monte dei Paschi. Invece di una nazionalizzazione aperta quale sarebbe stata la conversione in azioni dei Monti bond, che alcuni, quorum ego, avevano proposto già durante la campagna elettorale del 2013, avremmo una nazionalizzazione sui generis.

La Cdp, infatti, pur non facendo formalmente parte del perimetro della pubblica amministrazione, è controllata all’80% dal Tesoro. In entrambe le soluzioni proposte, il nuovo socio rimarrebbe nella compagine azionaria del Monte il solo tempo necessario al risanamento e, in via preliminare, dovrebbe superare le forche caudine della DG Competition della Commissione UE. Ma ci sono tre quesiti ai quali i due editorialisti potrebbero rispondere per rafforzare la loro idea. Eccoli.

In primo luogo, ci si chiede come la Cdp, una volta divenuta holding bancaria, possa evitare di essere sottoposta alla vigilanza consolidata della Banca d’Italia con i conseguenti effetti sui requisiti patrimoniali. Già nel febbraio 2015, nel corso di un’audizione alla Camera, il direttore generale della banca centrale, Salvatore Rossi, aveva avvertito che tale sarebbe stato l’esito nel caso la Cdp avesse attribuito alla Sace anche attività bancarie, in particolare la possibilità di raccogliere risparmio. Figuriamoci se, invece della piccola e ottima Sace, la Cdp si ritrovasse in pancia il gran Monte con i suoi pericoli di frana.

Secondo quesito: come evitare il rischio, paventato dall’ex presidente della Cdp, Franco Bassanini, che i nuovi requisiti patrimoniali riducano drasticamente lo spazio per le attività della Cdp a sostegno dell’economia reale italiana. Certo, in teoria, la Cdp potrebbe vendere le sue partecipazioni, a cominciare dall’Eni, e sostituirle con quelle bancarie. Non è sicuro l’effetto di una tale manovra sugli equilibri patrimoniali per l’oggi, date le quotazioni correnti. E’ da discutere l’assunzione del rischio bancario in regime di “bail in” da parte di una Cdp che si finanzia con una risorsa privata come il risparmio postale rimborsabile a vista.

Non manca, inoltre, un’incertezza di fondo per il domani ove i titoli di Stato, che Cdp e il Monte hanno copiosi in portafoglio, non fossero più considerati risk free come si va chiedendo in Germania. E sotto questo profilo si pone il terzo quesito: come rispettare gli accordi europei sulla qualità degli investimenti della Cdp che concorre a giustificare la sua estrapolazione dal perimetro della pubblica amministrazione?