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L’Italia vista da Der Spiegel


Vado al Massimo propone la traduzione di un articolo recentemente pubblicato da Der Spiegel, che descrive la situazione politica italiana al momento del ritorno della riforma costituzionale in Senato. Provando a fare un bilancio del primo anno e mezzo del Governo Renzi.

L’AUTUNNO DEI PATRIOTI – Walter Mayr, der Spiegel – 5.9.2015

Italia: Il Premier Matteo Renzi vuole riformare il suo Paese dalle radici. Anche i critici gli riconoscono il forte spirito di riforma e la forza di governo. Ma solo nelle prossime settimane si capirà se riuscirà davvero a realizzare i suoi grandi progetti.

Come oratore è un talento unico. Matteo Renzi parla liberamente, senza errori, con la sua cadenza piena di grazia. Allo stesso tempo le sue parole cadono sul pubblico come un grimaldello. Ma quanto vale Renzi come riformista?

In questi giorni di fine agosto il discorso davanti a migliaia di cattolici a Rimini è stato il primo intervento pubblico del Presidente dopo la pausa estiva e l’ultimo prima che le cose in settembre si facciano irrevocabilmente più serie. Un “autunno caldo” è stato preannunciato al premier 40 enne. “L’Italia deve uscire dalla sua situazione di stallo”, incita Renzi dalla tribuna, “deve tornare il Paese delle possibilità, non dei piagnistei”. Il pubblico premia il premier di sinistra con un applauso. “Dobbiamo di nuovo imparare a correre”, continua a Renzi “e rendere il nostro programma di riforme una forza motrice per l’Italia”.

Matteo Renzi, il più giovane premier italiano dall’unificazione nel 1861, nell’anno e mezzo trascorso dal suo putsch contro il predecessore Letta ha mantenuto un ritmo rimarchevole. Tuttavia i rivali, prima di tutto nel suo partito socialdemocratico, minacciano ora un “Vietnam”. Al centro della scaramuccia interna che continua ormai da mesi c’è la riforma costituzionale. Tra le diverse cose, i piani di Renzi prevedono un depotenziamento del Senato, un passo che deve essere approvato in settembre da quegli stessi senatori oggi pagati 16 mila euro al mese. Le leggi devono poter essere approvate più rapidamente, in modo che l’eterno duello a “ping-pong” tra Senato e Camera dei Deputati finora di prassi trovi una fine.

Ad ogni modo, non è solo l’opposizione a sostenere la necessità di modifiche al disegno di riforma costituzionale, ma anche 28 senatori della forte minoranza dei senatori del partito democratico di Renzi. Se la minoranza si impone, un punto centrale del piano di riforme sarà procrastinato e il premier, affetto da cronica impazienza, subirà un freno rilevante. “Incredibile” questo eterno tira e molla, dichiara Renzi alla sua uscita a Rimini. E nell’eventualità che la sua tabella di marcia sia fatta naufragare dalla resistenza dei colleghi di partito, minaccia elezioni anticipate.

A Roma c’è molto in ballo in questi giorni. Non da ultimo una lettera aperta di 209 rappresentanti della borghesia e dell’élite finanziaria del Nord Italia, pubblicata dal Corriere della Sera: “In solo 18 mesi questo Governo ha fatto cose che non erano riuscite a nessuno prima”, si legge all’interno. I firmatari elencano, lodando, le 33 riforme, di cui 20 ormai approvate: dalla nuova legge elettorale, alle misure di contrasto alla corruzione e all’evasione fiscale, fino alla riforma della Pubblica Amministrazione. “La determinazione di Renzi di cambiare la situazione del paese”, si legge, non deve essere a nessuna condizione vanificata dalle manovre di professionisti del “No”.

A partire dal febbraio del 2014 una valanga di riforme ha sommerso le Commissioni e gli altri organi delle Camere parlamentari – uno “shock strepitoso”- lo ha definito un fedelissimo di Renzi in un circuito ristretto, dato che era ormai inimmaginabile riportare in forma l’irrigidito sistema italiano.

Ma qual è il bilancio di medio periodo dell’uomo che vuole ricostruire interamente il suo Paese?

Molto è stato iniziato, ma finora appare poco di misurabile. La quantità di energia spesa da Renzi e dalla sua squadra è considerevole; tuttavia la questione è complessa. Renzi cerca di sciogliere nodi contemporaneamente su diversi fronti: sulla Costituzione, sulle leve di politica economica, nelle teste dei connazionali. Quest’ultima è la principale sfida di Renzi per non perdere la partita delle riforme. La sfiducia degli italiani nei confronti dello Stato è cresciuta molto storicamente e si è consolidata con gli scandali di partito di inizio anni ’90 e del ventennio dell’era berlusconiana.

Non sono solo i caricaturisti a vedere Renzi come un uomo che, seppur agitando visibilmente gambe e braccia, rimane imprigionato nel tipico pantano nazionale. Burocrazia e corruzione, clientelismo e frode fiscale, piccola criminalità e crimine organizzato – tutto questo è tollerato, quando non addirittura approvato da alcuni membri della “Casta”, come viene definita la classe politica. Un’eredità pesante da portare per Renzi.

E nonostante tutto Renzi continua a correre contro le difficoltà, con la sua indole chiassosa e difficile da mettere in difficoltà. “100 giorni di lotta e una riforma al mese”, quanto annunciato da Renzi all’inizio. Nel frattempo la formula è cambiata, sono necessari almeno “1000 giorni per cambiare l’Italia”. Alle spavalde promesse del capo del governo seguono frequenti correzioni di rotta. La credibilità ne ha finora risentito in misura relativa perché – tra gli altri, dichiara il Columnist del Corriere Beppe Severgnini – “la memoria degli elettori italiani è vicina a quella di un pesce rosso, dura circa 4 secondi”.

Secondo i sondaggi il partito del premier è sceso dal 40.8% delle elezioni europee al 32.5%. Anche il gradimento di Renzi è precipitato; con circa il 30% ha ancora solo 8 punti di vantaggio rispetto a Salvini, leader del partito Lega Nord ostile agli stranieri. Contando i sostenitori del Movimento 5 Stelle di Grillo e di Forza Italia di Silvio Berlusconi, i partiti euroscettici arrivano quasi a toccare il 50%.

Ad ogni modo Renzi, soprannominato con beffarda ammirazione da Angela Merkel “il Matador”, continua a difendere l’Europa con coraggio secondo la sua visione e secondo i sondaggisti è inarrestabile. Secondo le sue parole, il suo scopo è restare per due intere legislature al vertice dell’esecutivo, di fatto mantenendo il potere fino al 22 febbraio del 2024. Con 10 anni di incarico ininterrotto supererebbe la durata media dei governi italiani del dopoguerra al 1000 per cento.

Il premier ha sempre messo in prima linea la necessità di incrementare l’occupazione. L’Italia esce da 7 anni magri: la produzione industriale è diminuita del 25% e la disoccupazione è al 12%. La disoccupazione giovanile ha raggiunto a giugno un massimo storico. E questo nonostante il fatto che le imprese che assumono nuovi collaboratori a tempo indeterminato siano esentate per 3 anni dal pagamento dei contributi sociali. Il “Jobs Act”, la legge di liberalizzazione di un mercato del lavoro fortemente regolamentato, così battezzata in stile Obama, consente alle imprese di licenziare più velocemente i propri collaboratori, ma le obbliga al contempo a garantire più diritti ai collaboratori duraturi. L’ala di sinistra del partito di Renzi, votata alla ferrea tutela contro il licenziamento, ha interpretato correttamente il Jobs Act come la prima dichiarazione di guerra di Renzi.

Da poco la terza economia dell’Eurozona cresce nuovamente, dopo 3 anni continuativi di recessione. Ma cresce lentamente: +0.5-0.7% secondo le previsioni per il 2015. La timida ripresa non sarebbe però legata alla politica del premier, quanto a più favorevoli condizioni di contesto, secondo il collega di partito, esperto di economia e senatore Massimo Mucchetti: “bassi tassi di interesse, bassi prezzi del petrolio e delle materie prime, così come la debolezza dell’euro” giocano a favore del premier. Si pone quindi la domanda, dice Mucchetti, “di quale ripresa stiamo parlando?”

Invero, sui mercati finanziai non si specula più contro l’Italia: il Paese, dice Renzi, è fuori dalla linea critica, un successo che egli riconduce non da ultimo ai suoi sforzi. Ma nel circuito attorno al premier non mancano le voci ammonitrici. Più della situazione in Grecia, quello che preoccupa maggiormente Giorgio Squinzi, Presidente di Confindustria, è che l’Italia non ritrova slancio.

Anche il Ministro dell’Economia nutre le sue preoccupazioni. Pier Carlo Padoan, 65 anni, in passato capo economista presso l’OCSE, è il prototipo del Professore sobrio in gessato, che borbottando nel suo accento veneziano ammonisce dal concedere regali fino a quando la loro modalità di finanziamento non è chiara. La rivoluzione copernicana nella politica fiscale promessa da Renzi, che da qui al 2018 dovrebbe portare a una riduzione di minimo 45 miliardi delle imposte, richiede una stretta disciplina di bilancio, dice Padoan “la riduzione delle tasse deve accompagnarsi ai tagli delle imposte”.

Già il modo in cui siede, in questo incontro nel centro storico di Roma, fa comprendere come il giubilo per la situazione attuale italiana sia prematuro: “il mio caro amico tedesco Schäuble”, dice Padoan, “ha tre parole preferite per riferirsi all’Italia: ‘implementazione, implementazione e implementazione‘ – e ha ragione; le riforme devono essere attuate”.

La nuova legge elettorale rientra tra i risultati  più apprezzati da Renzi– “una rivoluzione”, la definisce. Essa entrerà in vigore il 1 luglio 2016 e dovrebbe garantire, grazie a un rafforzamento del maggioritario, equilibri più stabili all’interno della Camera dei Deputati. Il partito che vince le elezioni ottiene un bonus e il 54% di tutti i seggi in Parlamento. Nel futuro i premier italiani siederanno con più sicurezza sulle loro poltrone – senza più, come raccontano i diplomatici a Roma, essere interrogati alle loro visite ufficiali all’estero su quanto durerà la loro carica.

Ma cosa succederebbe nel caso in cui di questa conquista del potere un giorno benefici la persona sbagliata? I ribelli interni al partito di Renzi intravedono dietro le riforme del premier il pericolo di un ritorno alle strutture autoritarie del periodo intrabellico. La nuova legge elettorale, combinata con la riforma costituzionale progettata, minaccia di “snaturare la democrazia italiana”, ammonisce Pier Luigi Bersani l’ultima domenica di agosto di fronte a migliaia di sostenitori a Reggio Emilia. L’ormai quasi calvo veterano, membro del PCI fino alla sua fine nel 1991, è tra i predecessori di Renzi nella più alta carica del partito e ne rappresenta oggi la voce della sinistra ortodossa. Uno come Renzi, dice Bersani, può anche gestire oggi una tale pienezza di poteri, ma cosa potrebbe accadere se a lui seguisse un demagogo? I principali avversari di Renzi in Italia sono un ex-comico, un sobillatore di destra e un miliardario condannato.

Molti italiani si fidano poco anche di se stessi. La colonna sonora è il motto del cantante Giorgio Gaber: “non ho paura di Berlusconi in sé, io ho paura di Berlusconi in me”. Renzi, che vuole armare il suo paese per la competizione globale, però ha bisogno di persone che si fidano di se stesse.

Da Palazzo Chigi, sede del Governo italiano, Renzi nega di decidere personalmente la maggioranza delle cose e avvia le riforme con lo scopo di assegnare più potere a meno persone. I direttori scolastici saranno in futuro indipendenti ma dovranno rendere conto del loro operato; i funzionari pubblici dovranno essere retribuiti indipendentemente dalle loro prestazioni; le oltre 100 province saranno abolite per definire le 20 regioni italiane nel pieno dei loro poteri.

“Vattene, vattene” gli hanno gridato i pensionati infuriati quando Renzi è salito in maggio sulla tribuna degli oratori alla festa del vecchio giornale del partito comunista “L’Unità” a Bologna. Gli organizzatori della manifestazione hanno coperto il rumore con una canzone dei Queen – “I want to break free” – ma Renzi si vedeva circondato: dagli insegnanti, che protestavano contro la riforma della scuola e da un gruppo di giovani che lo fischiavano. Il premier ha ruggito contro il rumore e ha detto che il suo scopo era “riportare l’Italia di nuovo al punto di tornare a credere in se stessa”.

Gli alleati di Renzi ricordano sempre che anche i risultati delle riforme di Schröder sono stati visibili solo dopo cinque anni. Ma la scena politica italiana, così facile da scompaginare, concederà così tanto tempo all’attuale capo del Governo? La terra tra Bolzano e Palermo lamenta sempre il secondo debito pubblico più elevato dell’Unione Europea e l’esodo dei giovani più qualificati all’estero.

Al contrario Renzi, l’ottimista, fa notare come la Fiat per la prima volta dopo molti anni abbia di nuovo assunto personale nello stabilimento del Mezzogiorno di Melfi; sostiene che le sue riforme hanno effetto e che i profeti di sventura, i “gufi” in Italia, dovranno ricredersi. Un “Vietnam” in autunno? Se i colleghi di partito continueranno con le loro minacce e insorgeranno allora si cercheranno, come rivelano già oggi persone di fiducia del premier, nuovi alleati in Senato – presso Silvio Berlusconi o i suoi precedenti sostenitori.

Secondo i sondaggi il partito di Berlusconi, ultimo premier italiano di lunga carica, è al solo 10%. Il fenomeno sembra quindi concluso. Se Renzi supera l’autunno indenne può ancora risolvere i problemi interni al partito. Il suo grado di autoconsapevolezza lo porta sempre con sé. Lui, che si è autonominato “il rottamatore”, vuole prendere il Paese nel qui ed ora. Per portarlo lì dove la maggioranza degli altri paesi europei già si trova.

L’Italia, così dice Giuliano Ferrara, il rubicondo fondatore del quotidiano Il Foglio, è piena di persone che considerano il proprio Paese immodificabile e diffondono questo modo di vedere le cose. Renzi ha invece deciso che “a queste persone bisogna togliere l’Italia”. Scrive Ferrara. E ha ragione.

Il testo originale dell’articolo è disponibile a questo link.