Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

Continua Qui

Le banche e le sofferenze


Questo decreto-legge segna una forte inversione di tendenza rispetto alla linea delle privatizzazioni «senza se e senza ma» che ha contraddistinto l’azione di governo negli gli ultimi vent’anni. Torna lo Stato banchiere sulle ceneri dei fallimenti del mercato e di alcune banche private o privatizzate. Alcuni colleghi – poco fa la senatrice Guerra e prima ancora il senatore Tremonti – hanno sollevato questioni non trascurabili ed hanno posto in luce alcune criticità di questo decreto. Condivido, ma non insisto su questo aspetto, perché il punto che vorrei sviluppare è il ruolo dello Stato banchiere. Così Massimo Mucchetti, intervenendo in aula a palazzo Madama durante la discussione generale sul decreto-legge “salva banche”.

Per ragionare su questo elemento, non possiamo tacere del ritardo con cui lo Stato prende in mano, attraverso questo decreto del Governo, le principali crisi bancarie aperte nel Paese. E’ questo un ritardo che indica una sottovalutazione della gravità del problema.

Vedete, sostenere in questo momento le banche in seria difficoltà serve a proteggere il risparmio ivi contenuto e a evitare guai peggiori. Ma il fatto che si sia arrivati a decidere con tanto ritardo e il fatto che in precedenza si siano sostenute soluzioni, prima ancora che sbagliate, irrealizzabili, come quella della ricapitalizzazione «di mercato» del Monte dei Paschi di Siena o la stessa soluzione del fondo Atlante per la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca o anche la procedura di risoluzione adottata per le quattro banche regionali (Banca Etruria e le altre), denuncia una preoccupante difficoltà a capire che cosa sia utile fare.

Non starò a seguire illazioni sulle ragioni di questa incapacità; mi basta sottolinearla e richiamare l’attenzione sul punto cruciale per cui in Europa e in Italia si rendono necessari salvataggi di questo tipo: il punto cruciale è che l’Italia bancaria viene messa in croce per il carico di crediti deteriorati, e in particolare di crediti in sofferenza, che mina la tenuta patrimoniale di non poche banche. Il punto singolare, del quale il Governo precedente, il Ministero dell’economia e le autorità monetarie italiane non hanno sufficientemente tenuto conto, è l’obbligo che viene fatto di liberare in tempi rapidi i bilanci bancari da questi prestiti non performanti, cedendoli a terzi a prezzi vili.

Ci sono dati che la stessa Banca d’Italia ha da poco fornito che testimoniano come il valore di bilancio di questa importante classe di attività, che vale fra i 70 e gli 80 miliardi a livello di sistema al netto delle svalutazioni e dei fondi rischi accantonati finora, sia stata fin qui recuperata dalle banche medesime per circa lo stesso valore, che è pari al 40-45 per cento del valore facciale. Ed è singolare osservare come, da quando si è fatto l’obbligo di cedere a terzi questa attività, il loro valore si sia sostanzialmente dimezzato.

Ci si domanda allora perché mai bisogna cedere a terzi queste attività; chi lo ha stabilito, come e perché.

Il regolatore sta creando artificialmente un mercato a favore di taluni investitori italiani e internazionali, che del recupero dei crediti in sofferenza hanno fatto un nuovo business, a danno del sistema bancario. Intendo dire che, se una banca ha 100 di sofferenze e le si chiede di cedere immediatamente, in pochi mesi, questa attività, deve venderla a 50, e la perdita di 50 che in tal modo realizza va coperta con un aumento di capitale, perché in questo modo – si dice – il bilancio è più pulito. Si potrebbe serenamente fare lo stesso aumento di capitale, svalutare questa attività allo stesso livello, ma tenerne il controllo e poi realizzarla nel tempo, come è già stato fatto in passato, portando a casa il valore che oggi si cede ai fondi di private equity e affini, ai quali si concede questa partita.

Secondo i resoconti della Banca d’Italia, la capacità delle banche di recuperare questi crediti è più rapida e superiore a quella di queste società specializzate. Delle due l’una: o la Banca d’Italia si sbaglia o abbiamo un problema. La stessa Banca d’Italia nei giorni scorsi ha invitato le banche a considerare l’opportunità di recuperare in house queste classi di attività.

Voi sapete che l’operazione sostenuta dal Governo per il Monte dei Paschi di Siena, che forma l’oggetto cruciale, centrale, di questo decreto-legge, prevedeva la cessione delle sofferenze a terzi, a un veicolo costruito dalla JP Morgan, per portare a casa il valore implicito nelle sofferenze, ma a vantaggio del veicolo, non della banca, che poi avrebbe dovuto fare l’aumento di capitale per risanare la ferita.

Per fortuna, l’operazione non è andata in porto; ma perché la richiamo oggi? Perché nel corso delle audizioni che hanno preceduto la discussione del provvedimento e la fase emendativa in Commissione, abbiamo ascoltato sia il Ministro dell’economia – che diventerà l’azionista del Monte dei Paschi e delle altre banche che disgraziatamente dovessero avere bisogno di questo intervento di salvataggio – sia lo stesso amministratore delegato del Monte dei Paschi, che aveva sostenuto, d’accordo con il Governo precedente, quel piano che si è rivelato irrealizzabile, come, d’altronde, le persone con una qualche esperienza di quel mondo dicevano fin dall’origine.

Ebbene, costoro ancora non prendono posizione su questo punto cruciale, cruciale perché i soldi dei contribuenti che ora vengono impegnati per evitare guai peggiori devono essere impiegati bene. Lo Stato azionista è chiamato a dare prova di saper scegliere manager capaci e vincenti.

Vedete, colleghi, io non mi emoziono sul fatto che coloro che vengono chiamati al capezzale del Monte dei Paschi debbano essere remunerati in ragione di 240.000 euro come tetto massimo, o del doppio o del triplo. Non è questo il punto principale quando stiamo parlando di miliardi di euro che vengono messi sul piatto.

L’importante è che il gerente sia capace: che il medico chiamato al capezzale del paziente sia in grado di guarirlo e non che sia un medico che, siccome lo paghiamo anche poco, lo accompagni alla tomba. Non è questo il punto. Il punto è che l’azionista, il Ministero dell’economia, Palazzo Chigi, deve dare un indirizzo, deve saper scegliere in questa materia facendo tesoro dell’esperienza.

Trovo preoccupante che la scelta sia stata fin qui elusa. Ma credo ancora ci sia il tempo per un ravvedimento operoso, rispetto al nulla che abbiamo sentito su questo punto durante le audizioni. Non possiamo lasciare la scelta in mano a soggetti che erano coinvolti nella velleitaria strategia precedente. Dico questo non perché ciò abbia attinenza specifica con un articolo o con un altro del decreto-legge in esame, ma perché resti a futura memoria che il punto cruciale non è soltanto il provvedimento in esame, ma l’esecuzione del decreto medesimo, su cui la responsabilità passa dal Parlamento, che oggi lo approva, al Governo, che in conformità con i suoi impegni e le sue caratteristiche istituzionali di Esecutivo, deve dare attuazione alla normativa in esame, avendo per orizzonte l’interesse dell’azienda bancaria, chiamata ad essere risanata e poi riportata sul mercato, e quello dei risparmiatori, che a tale azienda hanno affidato i propri denari.