Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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Mr Renzi e Tony Blair


Matteo Renzi vuol portare al summit europeo la riforma del mercato del lavoro approvata in prima battuta al Senato. Il governo persegue molti obiettivi. Per esempio, razionalizzare ed estendere gli ammortizzatori sociali. Cosa buona e giusta, specialmente se ben finanziata. Renzi promette un altro miliardo e mezzo e si vanta di essere l’unico ad aumentare questo capitolo di spesa, ancorché dal 2004 al 2012 gli stanziamenti siano saliti da 18 a 31 miliardi. L’intervento di Massimo Mucchetti su il Foglio di Giuliano Ferrara. 

Ma due sono gli argomenti più sensibili: rendere più facili i licenziamenti individuali e depotenziare il contratto nazionale di lavoro. Costituiscono, questi due obiettivi, una delle risposte giuslavoristiche possibili all’atomizzazione del lavoro. Trent’anni fa, sarebbe stata impensabile. Oggi è resa praticabile dalla crescente perdita di rappresentatività e di reputazione dei sindacati. Nel discorso pubblico prevalente, la realtà sembra interessare poco. E tuttavia, la realtà sintetizzata dai numeri, presto o tardi viene a galla e prende le sue vendette. Nel 2013, secondo il Rapporto nazionale sulle comunicazioni obbligatorie, sono stati fatti 1,1 milioni di licenziamenti. Più o meno, un dipendente su 12 del settore privato ha perso il posto. Sulla base del Rapporto di coesione e di alcuni rilevazioni regionali, licenziamenti collettivi sono 200. Dei circa 99 mila licenziamenti individuali8 – questo almeno si evince dalle statistiche del ministero della Giustizia  8.286 sono stati oggetto di una sentenza. In 2.759 casi il giudice  ha stabilito il reintegro nel posto di lavoro ovvero l’equo risarcimento del licenziato. Non è disponibile il dettaglio tra i due esiti, ma sappiamo che in 2.705 casi il giudice ha invece dato ragione all’azienda. Le altre sentenze sono, per così dire, intermedie. Dunque, se è vera l’aneddotica dei “ladri” e dei “fannulloni” reintegrati dai guidici formalisti, se è vero che che i sindacati tendono a difendere (non sempre) anche gli indifendibili, è altrettanto vero che nel complesso la magistratura del lavoro appare decentemente salomonica.

Il reintegro ex articolo 18 tuttavia, è percepito come un simbolo del potere sindacale, prim’ancora che dei diritti dei lavoratori. Tanto quanto il contratto nazionale. Due simboli si argomenta, da smontare per ridare slancio agli investimenti. Ed è notevole che, non essendoci riuscito Silvio Berlusconi, ce la possa fare Matteo Renzi, leader del centrosinistra che ha preso Tony Blair per modello. Ma quanto c’è di vero e di robusto in una simile narrazione? Il paragone Renzi-Blair pare suggestivo quanto ingannevole. Tony Blair sconfisse delle Trade Unions già messe in ginocchio da Margaret Thatcher. Blair accettò l’eredita thatcheriana e l’addolcì con un pò più di spesa pubblica per istruzione e welfare. Potè farlo perché la ricetta economica della Lady di ferro stava funzionando: meno industrie certo, ma anche più finanza e servizi facendo leva su Londra e sul Big Bang. D’altra parte, il Regno Unito blairiano aveva ereditato un debito pubblico basso e la piena sovranità monetaria.

Renzi, invece, fronteggia una situazione infinitamente più insidiosa. L’Italia è in recessione, patisce i vincoli dell’euro, Milano non è Londra. Da noi, il movimento sindacale si è a suo tempo ripreso dalla batoste che gli avevano inflitto Romiti alla Fiat e Craxi sulla scala mobile. La concertazione ciampiana gli ha restituito centralità, la Cgil di Cofferati ha ricostruito un certo diritto di veto. Renzi fa il dirty job della Tatcher senza far vedere una politica economica e un’idea di paese di eguale forza. Può contare sull’indebolimento dei sindacati provocato dalla crisi: da questa crisi epocale. Che è cosa ben diversa dalla cura thatcheriana. Può sperare in Marchionne che vorrebbe spingersi oltre Romiti, ma la Fiat di allora in pochi anni divenne la numero uno d’Europa rilanciando la sua presenza in Italia.

Quella Fiat aveva una storia da raccontare al paese. La Fiat di oggi ha una storia buona per i suoi soci senza bandiera, ma in patria si è ridotta a produrre meno di 400 mila pezzi, fa cassa integrazione come tante altre volte in passato, ha spostato la sede fiscale a Londra, quella legale ad Amsterdam. Dio sa quanto sia augurabile riportare a regime le fabbriche italiane e come a tal fine tutto si debba fare. E però tante promesse andate a vuoto costringono all’incredulità tommasea chi voglia attenersi ai fatti.

Renzi spera anche di imitare Craxi della scala mobile. Ma Bettino, come Blair, addolcì la pillola con più spesa pubblica. L’addolcì all’italiana: “A sinistra” con il welfare esplosivo e un pò dissennato degli anni Ottanta e “a destra” con il trasferimento di ricchezza ai dententori di titoli di Stato che pagavano interessi ben di sopra l’inflazione. Ora però quelle armi che consentirono una crecita annua media comunque superiore al 2 per cent nel decennio, sono spuntate. Data l’inconsistenza degli avversari, Renzi vincerà la battaglia politica contingente. Avrà la fiducia perché lasciare il paese senza governare sarebbe peggio. Ma poi?

Riuscirà il premier nella mediazione sociale e nel rilancio economico che tengono assieme la comunità nazionale? Questa riforma rischia di indebolire le ragioni di scambio del lavoro verso il capitale, già minate dallo sviluppo delle tecnologie e della globalizzazione. E un tale effetto, in mancanza di rilancio reale degli investimenti, rischia di deprimere la domanda aggregata con il pericolo di innescare una spirale al ribasso dell’intera economia. Il ministro Padoan sta conducendo una silenziosa e raffinata campagna a Bruxelles per modificare i principi della contabilità pubblica europea così da allargare le maglie per l’Italia e fare un pò di quello che un tempo si chiamava deficit spending. Facciamo il tifo. Ma per chiudere senza farla lunga, diremo che tra Keynes e Milton Friedman non esiste una terza via che passa da Pontassieve e possa ottenere la crescita diminuendo la domanda aggregata: una terza via dove tutto è possibile.