RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l'avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l'ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l'atroce padre. Di questi tempi, l'Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest'uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e' titolare.

Continua Qui

Ora blindiamo le Popolari Spa


Adesso, approvata la riforma, si apparecchierà il banchetto delle banche popolari trasformate in società per azioni con le grandi banche estere a capotavola oppure la realtà si dimostrerà più sorprendente della fantasia del legislatore? Perché un punto è chiaro: il governo, che al Senato ha posto la fiducia sul testo approvato dalla Camera, non si preoccupa più di tanto del passaggio in mano estera delle popolari maggiori, mentre nel Paese qualcuno che si preoccupa non manca. E potrebbe agire. Così Massimo Mucchetti intervenendo dalle colonne del Messaggero sul dl popolari.

La tesi del legislatore è semplice: una volta trasformate in società per azioni, le attuali banche popolari avranno un regime interno più moderno, non più basato sul voto capitario ma sul voto del capitale, e potranno avere un accesso più facile ai mercati finanziari per ricapitalizzarsi meglio. Si tratta di una tesi discutibile, ma ormai il decreto è stato convertito in legge. Tanto vale prenderne atto.

Per bocca del viceministro Pierpaolo Baretta, anche il Governo si è detto sensibile al rischio che le popolari diventate ex possano essere preda di scalatori esteri. E in effetti il rischio non è campato per aria. La coda di fondi di private equity che vorrebbero comprare l’Istituto centrale delle banche popolari (una Spa), posto in vendita dai suoi azionisti, ce ne dà plastica conferma. E’ una presa di coscienza generata dal dibattito parlamentare che ha consentito alle popolari la facoltà di introdurre nei propri statuti un limite del 5% all’esercizio del diritto di voto, valido due anni, in occasione della trasformazione in Spa. In precedenza, nel testo originario del decreto, questo limite non era previsto. La vulgata di palazzo Chigi prevedeva che, aggregandosi, le banche popolari avrebbero costituito gruppi abbastanza grandi da non poter più essere scalati.

Un calcolo francamente ottimista. Le azioni delle popolari, nonostante i balzi post decreto, continuano a essere negoziate a sconto. Talvolta a forte sconto. Quand’anche si costituissero gruppi da 10-15 miliardi di capitalizzazione di Borsa, i colossi esteri variamente sopravvalutati non avrebbero soverchie difficoltà a promuovere offerte pubbliche di scambio convenienti per i soci italiani. E a mettere le mani, così, su un’altra, ancor più importante quota del risparmio italiano, uno degli ultimi presidi della sovranità nazionale. Ora, inserendo il limite del 5% al diritto di voto, si cerca di ovviare.

Ma la misura pare insufficiente per due ragioni: a) rispettando una simile soglia, quattro o cinque investitori collegati informalmente potrebbero prendere il comando dell’assemblea dell’ormai ex popolare senza nemmeno dare informazione preventiva alla Banca d’Italia e poi consegnare la merce al mandante per l’opportuna fusione; b) questo limite è provvisorio, tra 24 mesi liberi tutti. Magari, liberi di realizzare “noccioli duri” alcuni dei quali già sembrano scritti nella storia recente, con Unipol che potrebbe conferire Unipol Banca alla nuova aggregazione, per fantasticare, Bper-Bpm, e Mediobanca, da sempre attratta dalla Bpm e ora tendenzialmente liquida per effetto della ritirata dalle Generali, a dare man forte. Niente di male, ma perché raccontarci la storia della contendibilità?

Il limite provvisorio, inoltre, cozza con la realtà di Unicredit, la più internazionale delle banche italiane che quel limite ha ma senza scadenze. Secondo il governo, la provvisorietà si giustifica in tanto in quanto le popolari introdurrebbero un tale limite attraverso la procedura facilitata, prevista dal decreto, ossia con una maggioranza ridotta rispetto a quelle statutarie. La facilitazione assembleare obbligherebbe alla provvisorietà del limite. Certo, si fatica a comprendere perché mai, con la stessa maggioranza facilitata, si vada alla trasformazione in Spa, che rappresenta una mutazione statutaria ben più irreversibile. Ma la politica ha logiche che i comuni mortali non possono seguire…

Qualcuno ha detto: si attenda la scadenza del 5% tra due anni e poi, a Spa insediata, si reintroduca pure con la maggioranza dei due terzi del capitale quel limite al diritto di voto in funzione antiscalata. Temo sia un consiglio furbesco: una volta trasformata in Spa, nell’ormai ex popolare si voterà per capitale posseduto e già oggi i fondi esteri detengono quote rilevanti, probabilmente determinanti; a nessuno di questi investitori importerà del risparmio e del credito in Italia, ma solo – ed è anche giusto dal loro punto di vista – del guadagno speculativo alle porte.

Meglio sarebbe, invece, introdurre la limitazione del diritto di voto al 5% e anche a meno, revocabile con maggioranza qualificata, fin dal momento in cui si delibera, con l’ultimo voto capitario la fine della cooperativa. Certo, si dovrà avere la maggioranza statutaria delle teste votanti e non quella facilitata dal decreto. Ma se dietro le popolari c’è un mondo vero, e non un raggruppamento burocratico di maggiorenti di provincia, questa sarà l’occasione di dimostrarlo. E i soci potranno sempre accettare scalate amichevoli se ben pagate. Come è già accaduto tante volte.