LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Pd, cambiate il segretario


Massimo Mucchetti intervistato dal Fatto Quotidiano chiede un cambio al vertice della Segreteria del Pd.

Lei è uno dei sette senatori del Pd che non ha partecipato al voto finale sulla legge elettorale, non ha votato la fiducia ma si è detto presente per non far mancare il numero legale. Che senso ha tutto questo?

Se vuol accusarmi di bizantinismo, chino il capo e le do ragione. Ma non ho saputo far di meglio. Sono contrario a questa legge elettorale dannosa per la rappresentanza del Paese, suicida per il centro-sinistra e favorevole al centro-destra per avere in cambio il potere di fare le liste del Pd. A questo punto dovremmo aggiungere una quarta legge sulla stupidità umana alle tre già scolpite da Carlo Maria Cipolla in “Adagio ma non troppo”…

Sarebbe?

Fare del male agli altri e anche a se stessi, facendo del bene ai rivali.

Perché allora non ha cecato di far mancare il numero legale?

La forzatura del governo aveva lo scopo di far passare la legge elettorale prima delle elezioni siciliane. Gentiloni su questo punto ha subito Renzi, ma non ero e non sono disposto a dare una mano a quanti vorrebbero far cadere il governo senza sapere come sostituirlo adesso e come, non riuscendo a varare la legge di bilancio per il 2018, evitare all’Italia l’esercizio provvisorio.

Meglio l’esercizio provvisorio di una legge di bilancio elettoralistica.

Con l’esercizio provvisorio l’Italia rischia turbolenze sui mercati che è meglio evitare. In ogni caso, che vuol dire elettoralistica? Gentiloni disinnesca l’obbligo ad aumentare l’IVA, la famosa clausola di garanzia che rappresenta il costo fin qui nascosto delle precedenti manovre di Renzi. Ma poi, al netto delle spese obbligate e del rinnovo del contratto degli statali fermo da anni, non resta quasi nulla per le solite mance. Si sarebbe potuto effettuare in parte l’aumento dell’Iva, e così ricavare le risorse per una politica industriale forte, oppure sfondare decisamente il tetto del 3% al deficit. Questo governo non ha la forza per nessuna delle due scelte. E forse è bene così essendo la seconda scelta pericolosissima se condizionata dalla demagogia imperante. In compenso si dovrebbe varare la Web Tax, una scelta coraggiosa, all’avanguardia in Europa.

Dove sta il coraggio?

Sono tre anni che, assieme ad altri parlamentari come Boccia, Quintarelli e Zanetti, batto questo chiodo. Inascoltato. Da un anno le commissioni Finanze e Industria del Senato, in particolare i relatori Marino e Susta, stanno lavorando su un mio disegno di legge. Ora Germania, Francia, Italia e Spagna hanno chiesto un provvedimento della UE. E Gentiloni ha detto che l’Italia comunque partirà subito. Stiamo ragionando con il ministero dell’Economia nel quadro dei Trattati. Ma l’iniziativa è e sarà del Parlamento. Mi auguro che il Senato possa varare la norma con un emendamento alla legge di bilancio. Il gettito verrà con il tempo, ma sarà una rivoluzione. L’Italia si colloca nell’avanguardia dell’Occidente, pronta ovviamente a tenere conto delle direttive UE se e quando verranno.

Renzi aveva fermato i tentativi di introdurre la web tax.

Renzi ha perso un treno. Ma potrebbe recuperare dicendo che la web tax e’ solo il primo passo verso la regolazione delle piattaforme digitali, i nuovi monopoli. E magari venire al convegno che faremo senza offendersi se, nel frattempo, lo critichiamo sulla legge elettorale o su Bankitalia.

Come legge gli attacchi di Renzi al governatore Visco?

L’ex premier, con fanciullesca ignoranza, cerca un capro espiatorio per nascondere le responsabilità dei suoi governi nella costosa risoluzione delle crisi in Etruria, MPS e nelle popolari venete. E cerca pure una vendetta.

Ignoranza? Vendetta?

Renzi imputa a Visco un’insufficiente vigilanza sulle banche pericolanti e fa scrivere ai cronisti che preferirebbe Fabio Panetta. Ma dal 2005 il governatore non è più il monarca di palazzo Koch. Egli opera attraverso un direttorio a cinque, dove ciascuno ha un voto; Panetta aveva la supervisione della vigilanza e tutto è stato deciso all’unanimità. Renzi e la Boschi si vantano di aver commissariato Etruria dove Boschi senior era consigliere e poi vicepresidente. Dimenticano di dire che il governo ha soltanto eseguito il commissariamento richiesto dalla Banca d’Italia, mentre la Boschi cercava di coinvolgere Unicredit per evitare quell’esito.

Carlo Messina ha evocato un problema reale: l’Italia deve essere rappresentata al meglio in seno alla BCE dove si ridefiniscono le regole sui titoli di stato e i crediti deteriorati. Oggi la Banca d’Italia è più forte o più debole di ieri?

L’ad di Intesa Sanpaolo ha detto bene, ma ha aggiunto che Panetta aveva ben meritato in Europa, tirando così la volata alle polemiche renziane. L’ad di Unicredit, invece, ha esaltato Visco. Entrambi avrebbero fatto meglio a tacere. Non sta a soggetti vigilati parlare del vigilante di ieri che oggi, comunque, concorre alla vigilanza unica. Le uscite di Renzi certo non hanno fatto bene alla banca centrale. Proprio per questo la riconferma di Visco era obbligata.

Ma non si può criticare la Banca d’Italia?

Si può e si deve nei modi opportuni da parte dei soggetti che lo possono fare. “Il Fatto” lo fa spesso. Chi le parla lo ha fatto più volte, anche da senatore. I politici al governo lo hanno fatto meno, male e fuori tempo. Hanno dormito sul bail in nonostante le avvertenze della Banca d’Italia. Non hanno capito nulla su MPS e hanno cambiato linea all’improvviso sulle venete. Si indaghi bene, magari lasciando fuori dalla porta il tesoriere del Pd che Renzi ha infilato nella commissione bicamerale… Senonche’ la legge non assegna al Parlamento alcun ruolo nella nomina del governatore. Per le Autorità è previsto il parere vincolante delle Camere, per il governatore nulla. Al Pd non piace? Cambi la regola. E poi parli.

Il presidente del Pd chiede di intervenire sul caso MPS-Antonveneta.

Immagino che Orfini voglia mettere in mezzo l’allora governatore Draghi che a quell’acquisizione non si oppose. Chiunque può apprezzare il senso di responsabilità che ispira l’idea di coinvolgere in giochetti dilettanteschi il presidente della BCE che ha salvato l’Italia con il quantitative easing.

Vuol scoprire la verità, dice.

Cominci a studiare le carte… In realtà, temo che stia dilagando nel Pd un’irresponsabilità istituzionale preoccupante. Il leader del Pd non va contro il presidente della Repubblica, il presidente del Senato e il premier, che aveva eletto, e contro il presidente emerito della Repubblica, che lo aveva incaricato, con tanta leggerezza. Mi auguro che quanti ancora credono a un Pd attendibile, da Veltroni a Fassino, chiedano la convocazione di una direzione straordinaria per la nomina di un nuovo segretario.