LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Per il Pd non va tutto bene


Le elezioni regionali del 31 maggio hanno aperto un bivio davanti al Pd: una strada porta all’arrocco del gruppo dirigente, l’altra all’apertura. La prima prelude a un rilancio alla cieca, ai limiti del bluff, mentre l’altra presuppone la disponibilità a rimettersi in gioco utilizzando al meglio quel che resta della legislatura. Massimo Mucchetti commenta sull’Huffington Post il risultato del Partito democratico alle ultime elezioni regionali.

Non è questo un dilemma soltanto italiano. L’intera sinistra europea è in cerca d’autore: dell’autore di un’idea di futuro capace di reggere la sfida delle tecnologie e della globalizzazione alla politica dell’uguaglianza delle opportunità e dalla solidarietà fra gli uomini. Se si scende di livello, potrà forse prendere corpo una sfida tra gruppi: tra sedicenti futuristi che immaginano il futuro in un cocktail con due parti di Blair e una di Marchionne (meritevole, peraltro, di analisi molto serie) e in supposti nostalgici che credono di scorgerlo in un amaro medicinale distillato dalla CGIL o dalla Fiom, supportate dal corpo residuo del “vecchio” Pci (tutti, comunque, meritevoli di rispetto). Ma se così sarà, il Pd perderà altro vigore, altra capacità di attrarre il diverso da sé che pure, alle elezioni europee del 2014, era sembrata enorme.

Le reazioni a caldo, in vista della direzione di lunedì, sono state le solite. Come Bersani si consolava della “non vittoria” con la constatazione di essere comunque arrivato primo e con la forza dei gruppi parlamentari derivanti dal Porcellum, così Renzi si consola del risultato delle regionali del 2014 con l’aritmetica del 5 a 2, diluisce la perdita di 2 milioni di voti sulle Europee (5 milioni proiettando il dato delle 7 regioni su scala nazionale) nell’astensionismo crescente e comunque negando la validità del paragone tra elezioni diverse (sport nazionale peraltro praticato da tutti, quando conviene).

Le minoranze Dem chiedono il dibattito e sperano, senza dirlo apertamente in ossequio al galateo di partito, nel processo al Renzismo. Qualche ministro, per esempio il Guardasigilli, Andrea Orlando, azzarda prognosi negative sul Partito della Nazione al quale non aveva mai creduto…. Insomma, il solito teatrino, il solito deja vu’ a premessa del solito arrocco dei dirigenti che difendono se stessi: quelli di oggi come quelli di ieri. Reazione umana, ma insufficiente.

Che il progetto del Pd asso pigliatutto abbia subito una sconfitta politica non può essere messo in dubbio. È un dato di realtà. Possiamo rifiutarci di considerare la realtà spiacevole, come fanno talvolta i fanciulli. Ma i fanciulli sono giustificati perché credono il papà onnipotente. Anche i seguaci del capo possono regolarsi in modo fanciullesco perché credono onnipotente e onnisciente il capo. Ma il capo?

Il primo dato di fatto è che direttamente a Renzi vanno ricondotti i candidati governatori di tre regioni sulle sette chiamate al voto (Veneto, Liguria e Marche), mentre gli altri quattro derivavano due dalla storica esperienza locale della sinistra di matrice comunista (Toscana e Umbria) e due dal forte radicamento di tipo essenzialmente personale dei candidati nelle regioni del Sud (Puglia e Campania).

Dei tre candidati di matrice renziana, due hanno fatto fiasco per inconsistenza personale e corresponsabilità in sistemi di potere locale usurati (Veneto e Liguria). In Toscana e Umbria il Pd renziano non ha alcun merito: qui vinceva già la falce e martello… In Campania sono stati decisivi i voti di De Mita e Cosentino. In Puglia, ha stravinto un local champion che, come dimostra l’apertura ai cinque stelle, ragiona con la testa sua.

Il secondo dato è il calo assoluto e percentuale del Pd rispetto alle elezioni precedenti – europee, politiche e regionali – se confrontato con i risultati del centro-sinistra. Mettiamoci pure le liste dei presidenti e quant’altro si voglia, ma la sentenza delle urne non cambia: la luna di miele del premier-sindaco con il Paese è finita. L’astensionismo non regala scuse a nessuno, perché, in tutta evidenza, suona come una mozione di sfiducia che si rivolge a tutta la classe politica ma poi interpella ciascuno in proporzione al diverso peso specifico. Dunque, interpella il Pd più di ogni altro partito.

Il terzo dato è che questa sconfitta non produce danni seri nel sistema di potere del Pd. Anzi. La Campania conta più della Liguria. Dunque, si può rimarginare la ferita da posizioni comunque di forza nel gioco politico. Ma a patto di trarre le giuste lezioni dall’esperienza.

In primo luogo, il segretario non può non assumersi la responsabilità degli errori di oggi e degli accordi di ieri, che strinse con diverse aree della nomenklatura, per scalare il Pd. (Genova deriva da quegli accordi). Sarebbe un gesto forte. Non implicherebbe le dimissioni da palazzo Chigi. E nemmeno dal Nazareno, ove non prenda corpo un’idea di partito più ampia e originale di quella sperimentata negli ultimi anni quale mero sostegno del governo.

Un prezzo, certo, Renzi dovrebbe pagarlo. Un prezzo di immagine. Interromperebbe, infatti, la narrazione del condottiero che passa di vittoria in vittoria. Ma questo è un problema che il giovane Sensi, spin doctor infaticabile, sarebbe in grado di risolvere facilmente avendo dalla sua le cronache politiche più prone al governo che la storia del giornalismo ricordi.

Gridare, invece, al tradimento di Cofferati in Liguria esprime uno stato d’animo, non un atto politico. Far scrivere ai giornali di una resa dei conti imminente consente di vivere per un giorno. E poi? Lunedì, poniamo, ci sarà la filippica contro i traditori. Si riproporrà, forse con sdegno o forse no, la vexata quaestio di come si sta in un partito. I traditori negheranno di aver tradito e ribalteranno le accuse. Uno a uno, palla al centro. Allora, che si fa? Una lettera di richiamo, come farebbe il signor preside? Bene.

Lettera cestinata, immagino pubblicamente, dai destinatari. Allora, espulsione per frazionismo? Ma il solo ipotizzarlo fa sorridere. Lenin, naturalmente, se ne compiacerebbe dal mausoleo sulla piazza Rossa. E qualche politologo liberale, già feroce critico del centralismo democratico del Pci, scioglierebbe inni alla disciplina ritrovata dal Pd. Ma poi? Al gruppo parlamentare degli espulsi si chiederebbe di votare per il governo? Ne deriverebbe allora un rimpasto? O si aprirebbe la crisi di governo e si andrebbe alle elezioni anticipate nel nome della Paita e della Moretti?

Nel vecchio Pci, la disciplina di partito funzionava perché vi erano valori condivisi con spirito religioso. Il dissidente si sentiva quasi in colpa a dissentire. Fuori dal partito, temeva di trovare il deserto o il diavolo… Quel mondo è finito. E meno male: il partitone sbagliò molte delle sceglie cruciali per il paese, i dissidenti ebbero spesso ragione, specialmente nel terribile 1956 sull’Ungheria o nel 1979 sugli euromissili.

Nella Dc, la responsabilità di contrastare derive comuniste nel Paese, radicata in una cultura cattolico democratica condivisa e nella scelta atlantica, benedette entrambe dalla Chiesa, cementava al dunque le correnti riottose e, al tempo stesso, obbligava il governo a una politica economica e sociale di fatto socialdemocratica. Quale cultura robusta, quali scelte globali tracciano ora, nel 2015, il perimetro entro il quale il Pd chiama i suoi aderenti all’unità e alla lotta?

La fiducia nel genio del capo aiuta, ma da sola non basta. Il richiamo alla disciplina, se fatto con il garbo di cui da’ prova il capogruppo al Senato, Luigi Zanda, nella sua intervista al “Sole 24 Ore”, aiuta ancora di più. Ma senza idee nuove, vere e vaste rischia di rivelarsi alla fine, e al di là delle intenzioni, un esercizio burocratico. È sul fronte delle idee – di una ricerca comune e fiduciosa – che si può aprire la competizione e la collaborazione tra le persone per dare un futuro al Pd capace di coinvolgere il Paese e non solo le piccole nomenklature che sperano in una prebenda. Ma competizione e collaborazione possono partire se, lungi dall’arroccarsi, il capo aprirà i giochi e darà segnali di svolta di alto contenuto simbolico e poi la svolta la praticherà nel quotidiano.

I segnali riguardano certo la nuova legge sulla scuola: una misura che, essendo mal congegnata, rischia di rovinare il giusto richiamo alla meritocrazia e tuttavia può richiedere l’osservanza della disciplina. Ma i segnali riguardano ancor più le questioni che coinvolgono la libertà di coscienza dei parlamentari come la riforma costituzionale e lo stesso Italicum. Come si fa a votare un Senato di nominati dai consigli regionali quando proprio il Pd dice quello che sta dicendo in questi giorni sulle Regioni?

Come si fa a ipotizzare il Bundesrat in una repubblica che non vuole essere federale? In nome di che cosa ci si assume il rischio di andare a votare con l’Italicum andando al ballottaggio tra un Pd, che ha molto indebolito la sua capacità di coalizione sull’altare del bipartitismo nell’Italia tripolare, e una destra a trazione leghista, che si va avvicinando ai Tory e ai Tea Party e non solo a Le Pen?

Come si può rischiare di nuovo la spaccatura tra le regioni settentrionali più europee e più connesse al mondo globale, che sembrano di nuovo attratte dalla destra, e il resto d’Italia, dove hanno maggior corso le nomenklature ex Pci e i cacicchi locali? Ascoltare le campane che suonano anche per il Pd, per usare l’immagine di Ezio Mauro, è una dimostrazione di forza, non una confessione di debolezza.