LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Presidente, oggi mi delude


La lettera di Giorgio Napolitano al Corriere della Sera a tutela della riforma costituzionale (o controriforma secondo molti, quorum ego) ha suscitato entusiasmo in almeno uno dei contraenti del patto del Nazareno, che l’aveva generata, e amareggiate riserve fra le minoranze dem. Confesso che anch’io ci sono rimasto male. Così Massimo Mucchetti in un intervento al Fatto Quotidiano.

Come milioni di italiani, stimo l’ex presidente della Repubblica al punto che mi piace chiamarlo presidente emerito, per sottolineare che al Quirinale si indossa un certo saio per sempre. Quando il presidente emerito interviene in Senato sulla politica estera, l’Aula si fa silente.

E impara. Ecco, anche sulla riforma costituzionale avrei voluto imparare. E invece mi sono trovato a leggere un richiamo all’ordine che dà per acquisita un’unanimità o quasi di consensi giuridici sul cosiddetto Senato delle Autonomie che anche i più giovani cronisti sanno non esistere. Che sembra dimenticare quanto, di fronte ai progetti di Bossi e Berlusconi, lo stesso Napolitano ebbe a dire in difesa del Senato.

Mi sarei aspettato un trattatello sulla superiorità della democrazia decidente rispetto alla democrazia dei pesi e dei contrappesi. Concentrare il potere nelle mani di una sola persona mi pare un rischio enorme. E tuttavia non possiamo giudicare di per se’ illegittimo il progetto del One Man Country.

Chi lo ritiene buono, ci può provare. A una condizione, però: per rispetto dell’intelligenza altrui, lo dichiari. Del resto, così sembra andare l’Occidente, che organizza l’economia e la società attorno a quello che un ex top manager della Fiat, Riccardo Ruggeri, chiama il Ceo Capitalism, il capitalismo dei Chief executive officer. Vecchi signori del diritto come Guido Rossi inorridiscono.

I seguaci di Lord Cadbury, teorico della Corporate governance, per quanto di parrocchia opposta a quella rossiana, inorridiscono pure loro. La monocrazia manageriale ha alimentato la turbofinanza prima del crac Lehman e continua a ispirare la ripresa ancor basata sull’incremento del debito. Di questi tempi appare vincente. Matteo Renzi la sta traducendo in politica.

Basti vedere le nomine: capi azienda variamente forti, presidenti variamente deboli, ma di sesso femminile, mi raccomando senno’ addio spot rosa, consigli per lo più modesti, ma con fedelissimi a riportare. L’esempio della Rai, architrave del sistema dei media, e dunque delle fabbriche del consenso, e’ il contrario della meritocrazia sbandierata alla Leopolda. Ma serve a dare tutto il potere al capo azienda. E a chi lo nomina.

Ecco, mi sarei aspettato che Napolitano inserisse la riforma del Senato nella temperie storica che Colin Crouch ha battezzato Post Democrazia. E invece…. Invece di duellare con il pensatore britannico, il presidente emerito duella con le minoranze Dem. E lo fa con la durezza burocratica che la destra comunista, pur liberale in economia, usava nei rapporti interni al Pci degli anni ’60 e ’70. Si dirà: ma la lettera al direttore del Corriere parlava al Paese.

E chi lo nega? Ma da chi Napolitano poteva aspettarsi qualcosa? Non dal M5S ne’ dalla Lega. E nemmeno da Forza Italia se e’ vero che Silvio Berlusconi ha ormai sposato la tesi di Brunetta secondo il quale, nell’estate del 2011, il Quirinale avrebbe ordito un’oscura trama per portare Mario Monti a palazzo Chigi. La maggioranza Pd, Ncd e i verdiniani sono già d’accordo.

Da riportare all’ovile ci sono i dissidenti dem. Ma soprattutto, il presidente del Senato. Certo, la lettera non esprime una richiesta diretta, ma il contenuto (se il Senato fosse eletto direttamente si tornerebbe al bicameralismo paritario) e il mittente (lui, il presidente emerito) esercitano nei fatti una pressione sulla seconda carica dello Stato affinché giudichi non ammissibili gli emendamenti all’articolo 2 che stabilisce le modalità di elezione del Senato. Nel dubbio, meglio evitare il rischio di una conta in aula.

Ora, qui non si contesta il diritto di Napolitano di scrivere quel che ha scritto. Non sono d’accordo con il titolo di ieri del “Fatto”. Napolitano non fa il Mattarella. Per fortuna di tutti il presidente in carica misura parole e atti. L’istituzione presidenza della Repubblica rispetta l’istituzione Parlamento. Napolitano fa, più semplicemente, politica di parte coram populo.

Anziché seguire l’esempio del papa emerito Ratzinger, che riserva i propri punti di vista ai colloqui privati con il successore per il quale prega a prescindere, il presidente emerito esterna laddove il presidente in carica tace, forse per poter esercitare meglio il suo magistero. Ripeto: la scelta di Napolitano e’ legittima.

Non viola regole scritte se porta il peso della sua reputazione, costruita nella rappresentanza dell’unità della nazione propria della presidenza della Repubblica, in una contesa politica interna a un partito, ma l’esercizio di un tale diritto ci instilla un dubbio: potremo ancora chiamarlo presidente emerito l’ex presidente? Personalmente, lo farò ancora, data la sua storia. Ma, purtroppo, con meno entusiasmo.