RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l'avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l'ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l'atroce padre. Di questi tempi, l'Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest'uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e' titolare.

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Procure e banchieri


L’inchiesta sui rapporti tra il costruttore Bulgarella e il banchiere Palenzona e quella sulla corruzione in Campidoglio aprono una questione delicata. In entrambi i casi la magistratura non ha guardato in faccia a nessuno. Ottimo. Ma c’è un grande ma: mentre su Mafia Capitale i pm di Roma risultano convincenti, al di là della querelle sulla scelta di estendere la qualifica mafiosa a ogni forma di criminalità organizzata, nel caso del presunto favore creditizio che Unicredit, sospinto dal vicepresidente, avrebbe reso all’imprenditore siciliano in presunto odor di mafia, i pm e il gip di Firenze convincono molto meno. Massimo Mucchetti ne parla in una lettera al Direttore del Foglio.

Anzi, sabato 31 ottobre, il Tribunale del riesame ha annullato il decreto di perquisizione degli uffici di Palenzona e del suo collaboratore Roberto Mercuri. Nelle motivazioni, il Riesame tende addirittura a smontare l’intera inchiesta laddove osserva che la mera elencazione di ipotesi di reato non supportata da alcun fatto non funziona.

Il caso Palenzona ha peculiarità tali da renderlo un unicum e il suo esito costituisce l’ultimo anello di una catena di buchi nell’acqua fatti da molte inchieste giudiziarie sulla finanza le quali, tuttavia, tengono banco sui media alimentando le solite analisi sugli immancabili “poteri forti” e infliggendo danni reputazionali reali alle persone e alle imprese non di rado favorendo rivali e concorrenti. Ne ricordo alcuni. L’inchiesta sull’Opa di Unipol su Bnl. Il governatore Antonio Fazio è stato crocifisso ma alla fine è stato riconosciuto innocente.

Con lui Gianni Consorte, l’allora capo della compagnia assicurativa bolognese. Alla fine, e cioè dopo anni. Nel frattempo Bnl era andata a Bnp Paribas. Senza quell’inchiesta i francesi non l’avrebbero mai presa. E che dire dei fondi neri di Finmeccanica e delle tangenti che avrebbe pagato alla Lega in relazione a una fornitura di elicotteri all’India? Inchiesta archiviata, ma dopo un tempo abbastanza lungo da costringere l’azionista pubblico a mandare a casa il capo azienda indagato, Giuseppe Orsi, per attenuare il danno reputazionale che nel mentre pativa l’azienda, salvo vedere poi assolto da tutto il povero Orsi.

Indimenticabili le accuse all’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, per aver siglato un pezzo di carta che riassumeva le pretese di Salvatore Ligresti in procinto di vendere la Fonsai a Unipol: accuse archiviate. O, per restare in ambito Unicredit, che dire dell’inchiesta Brontos che si concluse con la piena restituzione dell’onore insidiato del banchiere Alessandro Profumo?

L’elenco potrebbe continuare, e tuttavia già questa sequenza basta a far sorgere il dubbio: seguire i flussi opachi del denaro e intercettare le conversazioni degli indagati bastano per scoperchiare le Tangentopoli vecchie e nuove, ma in materia di finanza quanto il Grande Orecchio della Giustizia ascolta basta a distinguere la “ciccia” dalle “ossa”? Non sempre: ai magistrati – e pure ai giornalisti – servirebbero preparazione professionale e freddezza culturale per non scambiare le lucertole per draghi. Non sempre gli uni e gli altri ne sono provvisti. A questo proposito il caso Palenzona è esemplare.

L’ipotesi accusatoria si fonda su due presupposti: che Unicredit abbia concesso la ristrutturazione del debito del gruppo Bulgarella; che il presunto mallevadore dell’operazione conoscesse così bene Bulgarella da sapere che era contiguo alla mafia. La ristrutturazione non risulta. Ma se anche fosse stata concessa, l’inquirente avrebbe dovuto valutarne le condizioni in comparazione con la prassi di mercato. Solo a quel punto avrebbe potuto ipotizzare favori.

Ma a quel punto i pm fiorentini non arrivano. E nemmeno i giornali. Poi c’è l’odor di mafia. Se il Riesame non l’avverte, se non l’avvertono nemmeno la questura e la procura di Trapani che per decenni pagano l’affitto a Bulgarella, perché mai un banchiere di Tortona avrebbe dovuto saperne di più? Qui manca perfino il fatto a cui agganciare le ipotesi accusatorie.

Ma l’inchiesta – come la guerra del maresciallo Badoglio dopo il 25 luglio – continua. Magari fino alla prescrizione così da poter dire che i “poteri forti” avranno brigato per evitare il giudizio e non che il giudizio è stato evitato da chi non vuole chiudere un’inchiesta per non ammettere di aver sbagliato. Non sono un giurista. Ma i sapienti del ramo trovino il modo di scongiurare gogne immeritate. Salveranno gli innocenti e il ruolo della magistratura. Che questi buchi nell’acqua possono insidiare più di eventuali processi sbagliati all’ordinaria criminalità.