LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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L’intreccio tra banca e impresa


Pubblichiamo l’intervento di Massimo Mucchetti alla presentazione romana del libro “I Folonari, un’antica storia di vini e banche”, di Emanuela Zanotti. Tra gli ospiti, il presidente di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli e il vicedirettore del Messaggero, Osvaldo De Paolini. 

Grazie, presidente Patuelli, e grazie ad Alberto Folonari per avermi invitato a partecipare anche a questa presentazione del bel libro di Emanuela Zanotti, dopo quella milanese avvenuta presso la Fondazione Corriere della Sera. La sede di questo nostro incontro, qui a palazzo Altieri, qui all’Abi insomma, mi suggerisce di approfondire il tema che già avevo trattato a Milano: i Folonari come amministratori e azionisti di banche: del Credito Agrario Bresciano, della Banca San Paolo di Brescia e della Banca Commerciale di Milano.

Dei Folonari industriali del vino, naturalmente, si potrebbe discorrere a lungo. La loro storia, come si può leggere nelle memorie di Alberto Folonari così ben raccolte da Emanuela, si intreccia con quella del Paese attraverso le guerre mondiali, la ricostruzione, il boom economico con il mutamento degli stili di vita e di consumo degli italiani. Una storia, quella dei Folonari, ricca anche di aneddoti curiosissimi. Per esempio su come proteggere le informazioni sulle proprie mosse. Già negli anni Venti, se si veniva a sapere che Folonari era in viaggio per la Toscana o la Puglia, i prezzi delle uve su quei mercati locali impazzivano. Per questo i fratelli Folonari viaggiavano di notte, in incognito. Se si sapeva che avevano dato ordine di portare 3 mila fiaschi a Coblenza per ferrovia, si muoveva il prezzo del vino. E così le comunicazioni tra agenti e casa madre avvenivano attraverso un codice numerico. Come si usava tra le ambasciate e il ministero degli Esteri.

Ma oggi parliamo di banche. E in particolare del rapporto tra la banca e i suoi azionisti e amministratori imprenditori. Il rapporto tra banca e industria, inteso come intreccio azionario e amministrativo, è stato vietato nel 1936 con la legge bancaria che, in modo analogo a quanto previsto dal, Glass Steagall Act americano, separava il credito commerciale da quello finanziario, e dunque proibiva l’uso del risparmio per finanziare l’acquisizione di partecipazioni in imprese non finanziarie da parte delle banche e, al tempo steso, impediva alle industrie di diventare azioniste di rilievo delle banche.

Quell’intreccio banca-impresa venne bollato da Raffaele Mattioli come una ” mostruosa fratellanza siamese”. Un’espressione citata ormai tanto spesso da diventare banale. Meno banale, forse, sarà ricordare come la legge bancaria del 1936 ebbe due eccezioni, entrambe nel settore editoriale, verrebbe da dire et pour cause! : a) il Banco di Napoli proprietario del “Mattino” di Napoli e della “Gazzetta del Mezzogiorno” di Bari; b) il Credito Agrario e la San Paolo controllavano il “Giornale di Brescia” che, per anni, è stato il più profittevole quotidiano locale italiano, poi superato dal'”Eco di Bergamo”. Il grande Paolo Baffi cercò invano nel 1977 di far applicare la legge al Banco di Napoli. La Dc fece muro. Con Ciampi governatore, la Banca d’Italia, invece, ebbe successo a Brescia. Le due banche cedettero le azioni del giornale, ma a due fondazioni costituite direttamente da esse o da entità limitrofe che tuttora controllano la società editrice.

Detto dell’eccezione, veniamo al dunque. E oggi per noi, il dunque è la rivoluzione degli agrari del 1919. Che cosa era accaduto a Brescia subito dopo la fine vittoriosa della Grande Guerra? Era accaduto che molte grandi industrie della città e della provincia erano piombate in crisi, le loro proprietà passavano di mano, ma soprattutto la fine delle commesse belliche aveva determinato crolli di fatturato, licenziamenti di massa e diffuse insolvenze.

Ora si deve ricordare che il Credito Agrario Bresciano era stato fondato nel 1883 da un certo numero di imprenditori agricoli e proprietari terrieri secondo una logica mutualistica di credito ai soci per lo sviluppo e la bonifica delle campagne. Ma, a cavallo del nuovo secolo, il Cab, come del resto la San Paolo e, più di tutti, la Comit, aveva impegnato ingenti risorse nel finanziamento dell’industria nascente, sia erogando prestiti sia acquisendo partecipazioni. E gli industriali contraccambiavano comprando azioni della banca. Già nel 1910 il Consiglio del Cab era dominato dagli industriali.

Per dare a Cesare quel che è di Cesare, va tenuto presente che, senza questo modello di banca mista, l’Italia settentrionale non avrebbe conosciuto l’impetuosa prima industrializzazione. E Brescia è una tipica provincia del Nord. Le commesse belliche drogheranno poi gli investimenti e lo sviluppo. La Franchi e Gregorini, come ricorda il mio collega Paolo Corsini nella sua bella “Storia di Brescia”, un gioiellino di storia locale, aumentò i dipendenti da poche centinaia fino a 25 mila, assorbendo anche il gruppo Tempini. La Fiat, come ricorda un altro storico, Giorgio Rimi, ne contava 40 mila…La Caffaro costruì la centrale idroelettrica più avanzata dell’intero arco alpino. La Seb, Società elettrica bresciana, era una potenza in competizione con la Edison. La Brixia Zust fece fortuna con le cosiddette “carrette”, gli autocarri per l’esercito. La Togni produceva lamiere e tubazioni di ogni diametro.

Con la fine del conflitto, la droga bellica presentò il suo conto: la Franchi viene commissariata dalla Comit, la Seb passa alla Edison, la Brixia Zust alla Om, destinata a diventare Fiat, la Tempini finirà agli Orlando. E al Cab si leccano le ferite, la banca deve assorbire insolvenze così rilevanti che i soci di origine agricola, di meno pronunciate ma anche meno alterne fortune, si ribellano, cacciano gli industriali dal consiglio. I Folonari hanno parte rilevante nel ribaltone.

Che oggi interesserebbe comunque soltanto gli storici se non fosse per una regola che gli agrari introdussero nel lontano 1919 facendo tesoro dell’esperienza: le aziende gli amministratori non possono lavorare con la banca, niente partecipazioni incrociate, dunque, ma nemmeno crediti. Un taglio draconiano alla “fratellanza siamese” che nella seconda metà degli anno Venti alimenterà l’enorme speculazione finanziaria che porterà al disastro degli anni Trenta, che ebbe i suoi rimedi nella costituzione dell’Iri e nella legge bancaria del 1936.

Francesco e Italo Folonari, agricoltori e industriali del vino, restano immuni dai vizi degli anni venti. Sono azionisti anche della Comit, oltre che delle due banche locali. Ma la loro impresa resta familiare. Niente banche azioniste. In Comit, poi, i fratelli Folonari affidano a Giuseppe Toeplitz le proprie partecipazioni affinché votino come vuole il management. La Comit li finanzia, ma senza subire pressioni da un socio che fosse anche consigliere. E non risultano insolvenze.

Forse anche per questa storia aziendale e familiare, un Folonari, Giovanni detto Nino, viene eletto quale unico industriale privato nel consiglio Comit dopo la seconda Guerra Mondiale. Ed è proprio Nino che nel 1946, il 23 gennaio, tiene l’unico, breve discorso d’appoggio al progetto Mediobanca che Mattioli presenta al consiglio. La pagina di Emanuela Zanotti in materia costituisce un interessante complemento dell’opera di Giorgio Rodano che, nel suo “Il credito all’economia, Raffaele Mattioli alle Banca Commerciale”, riporta per intero le parole di Mattioli su Mediobanca.

In buona sostanza, Mattioli, pur denunciando le degenerazioni della banca mista, aveva la consapevolezza che, senza il credito finanziario di lungo termine, sarebbe stato impossibile far ripartire il ciclo di investimenti necessari al rilancio del Paese. E Folonari da’ l’avallo del privato a quel l’iniziativa che nasce all’intero delle banche dell’Iri tuttavia capaci di ragionare fuori da logiche di partito.

La regola del 1919 vale fino al 1951, quando proprio Nino Folonari porta a Brescia a dirigere il Cab un alto dirigente della Comit, ….. Comba. Il quale Comba si stupisce: “Ma come? I nuovi grandi industriali bresciani sono esclusi dal Cab?”. Comba opera immediatamente per superare il veto degli agrari. Ma come? Senza buttare via il bambino del rigore etico – allora si parlava più di morale che di rapporti tra parti correlate – con l’acqua sporca delle contese per il potere. Stare nel consiglio di una banca costituiva un elemento distintivo del ruolo sociale dell’amministratore e della possibilità di avere informazioni utili agli affari.

La regola di Comba, benedetta da Nino Folonari, dettava i limiti nell’assunzione del rischio e gli obblighi di garanzia. Il limite principale consisteva nel non superare, nei crediti agli amministratori, il tetto del 20% degli affidamenti totali del sistema bancario. La garanzia consisteva nell’impegno dell’ amministratore a rimborsare di tasca propria la banca nel caso aziende a lui riferibili non onorassero i propri impegni. La regola di Comba rimase in vigore – ed ebbe le sue applicazioni – con la benedizione di Alberto Folonari, ultimo presidente del Cab, fino al 1998, quando il Cab si fuse con la San Paolo dando luogo alla Banca Lombarda.

Non so se anche nella San Paolo, banca cattolica, vigessero regole analoghe. Mi si dice di no. Ma non ho approfondito. D’altra parte, il contributo della San Paolo all’industrializzazione di Brescia non è stato certo inferiore a quello del Cab. E il ruolo dei suoi esponenti di punta sulla scena nazionale – parlo del professor Bazoli per parte di madre un Folonari anche lui – è stato rilevantissimo. Ho ricordato questa evoluzione della governance di una banca laica per condividere con tutti noi l’idea che nessuno ne’ laico ne’ religioso ha il monopolio della retta coscienza.

Del resto, proprio i Folonari erano uniti nell’azienda ma divisi nelle opzioni politiche e culturali, pronti talvolta a fare scelte anche avverse al proprio campo: come quando Francesco Folonari uscì dalla San Paolo perché faceva troppo poca beneficienza rispetto ai valori statutari e – sommo peccato – lo annunciò attraverso un’intervista al quotidiano laicissimo “Bresciaoggi”; o come quando un altro Folonari, Antonio, appartenente al ramo laico, cedette al mondo curiale le sue azioni del “Giornale di Brescia” facendo così pendere decisamente la bilancia degli equilibri dell’informazione a favore dei cattolici.

Certo, oggi queste storie patrie possono sembrare lontane. Quando una Repubblica democratica sottoscrive derivati, che stanno infliggendo perdite miliardarie al bilancio dello Stato, non rivela chi abbia firmato i contratti oppure non informa sui carteggi con l’Europa relativi alla riforma della Banca d’Italia, o quando l’Unione bancaria europea trasforma le banche in aziende di credito burocratiche e i suoi funzionari entrano ad ascoltare senza chiedere permesso nei consigli di amministrazione, le storie patrie che abbiamo evocato, grazie alle sollecitazioni di Emanuela Zanotti e Alberto Folonari, sfumano nelle nebbie avvolgenti della nostalgia. Ma la nostalgia può aiutare a vivere degnamente il futuro. La nostalgia è un lusso che solo chi ha vissuto – e vissuto in modo degno – può permettersi.