Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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Bankitalia, rebus da sciogliere


Quote Bankitalia. L’argomento ha un suo rilievo: Intesa San Paolo e Unicredit (ma anche in misura assai minore Generali, Inps e Carige) rischiano di dover svalutare le loro quote della banca centrale per 5 miliardi. L’intervento di Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera, nel giorno dell’assemblea annuale di palazzo Koch.

Martedì 26 maggio, all’assemblea annuale, nel discorso sullo stato dell’economia, sarebbe bene se il governatore battesse un colpo, anche leggero, sul capitale della Banca d’Italia. Che non corrisponde ancora alla norma. L’argomento ha un suo rilievo: Intesa San Paolo e Unicredit (ma anche in misura assai minore Generali, Inps e Carige) rischiano di dover svalutare le loro quote della banca centrale per 5 miliardi.

Secondo il decreto Imu-Bankitalia, convertito in legge ai primi del 2014, nessun “azionista” può detenere più del 3% dell’istituto di via Nazionale. Intesa ne possiede il 44%, Unicredit il 22%. Hanno tempo fino ai primi del 2017 per vendere le eccedenze ad altre banche e assicurazioni, fondazioni bancarie, casse previdenziali e fondi pensione italiani. Passato il termine, le quote in eccesso perdono il diritto al dividendo e i quotisti sarebbero costretti a svalutare quanto, all’indomani del decreto, avevano rivalutato, pagando imposte reali, per rafforzare il patrimonio. Una beffa da scongiurare.

Sarebbe stato più semplice abrogare la norma della riforma Tremonti che imponeva ai quotisti di vendere al Tesoro. Certo, sarebbe sopravvissuto un conflitto d’interessi già più volte denunciato: i quotisti, tranne l’Inps, sono soggetti vigilati proprietari del vigilante. Ma trattasi di un conflitto puramente estetico non avendo i vigilati potere sul vigilante. Oppure, si sarebbe potuta applicare la norma Tremonti.

Nell’Eurozona, le banche centrali appartengono in genere al Tesoro. Legge e Trattati ne garantiscono l’indipendenza. Il Tesoro italiano avrebbe pagato un prezzo politico: basso, se si fosse limitato ad applicare la norma; più alto, se avesse voluto usare il capitale in eccesso della Banca d’Italia per finanziare in capo alle banche quotiste la costituzione di una bad bank per smobilizzare i crediti deteriorati e l’avvio di una banca di credito industriale capace di finanziare un nuovo ciclo di investimenti, una banca privata ad azionariato da riequilibrare anche con il concorso di investitori internazionali.

Il governo Letta, nel disinteresse del Pd neorenziano, scelse una terza via che, come previsto, si sta rivelando di ardua attuazione. Il capitale della Banca d’Italia venne rivalutato a 7,5 miliardi. I quotisti ora sperano di incassare l’equivalente della rivalutazione vendendo le quote. E però, finora, questi titoli negoziabili non sono mai stati negoziati. Il perché è presto detto: questi titoli possono rendere fino al 6% del capitale, non oltre. Oggi è tanto, domani potrebbe essere poco o pochissimo in caso di rialzo deciso dei tassi. La banca centrale, poi, è un istituto di diritto pubblico: i quotisti non contano nulla, ed è bene che così sia. Le quote, insomma, sono un titolo atipico, non assimilabile ne’ a un’azione ne’ a un’obbligazione. Per questa ragione, il mercato delle quote non è partito.

Del resto, i potenziali acquirenti hanno i loro vincoli. I fondi pensione investono solo lo 0,8% del loro patrimonio (130 miliardi) in azioni italiane. Il patrimonio delle casse previdenziali (60 miliardi) e’ impegnato in fondi di ogni genere, talvolta discutibili, spesso legati al mattone. Dovendo diversificare, non c’è molto spazio per le quote. Le banche e le assicurazioni? Certo, ma non possono avere titoli illiquidi. Restano le fondazioni, che fin dal 1999 potevano acquisire quote delle banca centrale, ma non l’hanno mai fatto.

Le fondazioni devono vendere le azioni delle banche d’origine detenute in eccesso rispetto ai limiti fissati dal fresco protocollo tra la loro associazione e il governo: 7 miliardi di incasso potenziale, buoni per entrare nel risiko delle popolari destinate a diventare Spa ma pure per rilevare quote delle banca centrale. In teoria. In pratica, le fondazioni ricche sono poche e non possono avere più del 3% della banca centrale.

Senza contare che le loro gestioni finanziarie, restando liquide, rendono parecchio di più del 5-6% delle quote. Vedi Cariplo. In altri tempi, quando al governatore bastava alzare il sopracciglio, gli assetti della Banca d’Italia sarebbero stati sistemati subito. Oggi, la cessione di sovranità a Bce, Eba ed Eiopa su moneta e vigilanza e il silenzio del ministero dell’Economia, che sorveglia le fondazioni, indeboliscono la moral suasion di palazzo Koch.

Un paracadute, tuttavia, esiste: la Banca d’Italia rileva le quote invendute e se le tiene per ricollocarle, ma senza scadenza. La legge lo consente, ma sarebbe proprio quell’acquisto di azioni proprie che il Governo ha sempre negato fosse la conclusione del percorso. Una conclusione imbarazzante per due ragioni: a) allora era proprio vero che la rivalutazione monetaria delle quote serviva per sostenere due banche e, attraverso il prelievo fiscale connesso, per pagare la cancellazione dell’Imu, avvalorando il sospetto di un aiuto di Stato; b) rilevando le quote, la Banca d’Italia si troverebbe in posizione di autocontrollo, e dunque se ne dovrebbe rivedere la governance.

Forse, un mercato delle quote si aprirebbe se il capitale della banca centrale fosse suddiviso in poche quote ordinarie, che votano il bilancio, e in molte quote privilegiate, che non votano ma hanno un rendimento garantito com’è stato per anni alla Cassa depositi e prestiti.