RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l'avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l'ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l'atroce padre. Di questi tempi, l'Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest'uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e' titolare.

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Rai, Telecom e il ruolo dello Stato


Domani il governo emanerà un decreto per costringere Telecom Italia a spegnere la rete fissa in rame dei telefoni entro una certa data per avere l’agognato passaggio alla banda ultralarga o sceglierà un’altra strada più rispettosa dei diritti di una società quotata in Borsa, che lo Stato ha privatizzato nel 1997, e della realtà industriale delle telecomunicazioni? E oggi come reagirà la Rai all’Opa di Mediaset su Rai Way? Sono queste alcune delle domande contenute nell’intervento di oggi di Massimo Mucchetti sul Messaggero

La bollerà come ostile e conserverà il suo attuale 65%, magari arrotondandolo al 66,7% così da blindarsi anche nell’assemblea straordinaria, oppure lascerà aperta la porta alla vendita del 14% a Berlusconi ponendo le premesse per una gestione condominiale della sua rete di trasmissione? Nell’immediato, queste sono le due domande vere che agitano il settore cruciale delle infrastrutture delle televisioni e delle telecomunicazioni, tra loro connesse più di quanto non si creda. Il resto, per adesso, è divagare in chiave politicista. Per il futuro, invece, ci vuole qualcosa di più. Perché è vero che l’Italia ha una rete di telecomunicazioni superata e un’infrastruttura televisiva inefficiente.

Comincio a rispondere dalla seconda domanda. La Rai non può accogliere l’offerta di Mediaset. Il prezzo è vile: valuta Rai Way 9 volte il margine operativo lordo quando la spagnola, Abertis stima 15 volte le torri di Wind, peraltro meno importanti e pregiate. Il soggetto offerente, Ei Towers, finanzierebbe l’operazione a debito con l’idea di ripagare i creditori grazie ai risparmi gestionali che deriverebbero dal monopolio. Ove i conti previsionali funzionassero (nessuno li ha ancora visti, ma diamolo per scontato), la nuova società delle torri non avrebbe comunque i soldi per investire e, magari, per partecipare utilmente alla ridefinizione del settore allargato alle telecomunicazioni. Avremmo una nuova Telecom, con un pesante fardello debitorio sulle spalle. E tuttavia mettere assieme le due infrastrutture non rappresenta un errore in assoluto.

Se si facesse una fusione Rai Way-Ei Towers, non si aggiungerebbe debito a debito e si avrebbero i risparmi gestionali attesi. Se infine Rai e Mediaset vendessero le loro partecipazioni nella nuova società, entrambe avrebbero un beneficio finanziario non trascurabile e si risolverebbe in radice il nuovo conflitto d’interessi che, diversamente, insorgerebbe in capo a Berlusconi. Dico di più, azzardando un’ipotesi dell’irrealtà: se Mediaset uscisse dall’attività televisiva diretta, il Biscione potrebbe a buon diritto proporsi come gestore delle torri: i Berlusconi diventerebbero come i Benetton, con le loro autostrade. Discuteremmo, a quel punto, della tendenza di tante dinastie a ridurre la propria esposizione al rischio industriale, ma nessuno potrebbe contestare la legittimità di una scelta imprenditoriale.

Il caso Telecom Italia, seconda questione, ha una dinamica diversa. Il consiglio di amministrazione di Telecom ha respinto il piano del governo per la banda ultralarga, sostenuto dalla Cassa depositi e prestiti. Secondo quel piano, che non e’ mai stato reso noto ufficialmente, Telecom avrebbe apportato mezzo miliardo a Metroweb nonché l’accesso all’ultimo miglio, di cui tiene il quasi monopolio e la sua clientela, ricavandone il prima battuta una partecipazione rilevante e, all’esito degli investimenti, la maggioranza assoluta. Nel durante, sia il Fondo strategico di CDP sia il fondo F2i, da CDP promosso ma non controllato, sarebbero rimasti in partita. Una simile struttura avrebbe potuto rendere conveniente, a un certo punto, anche l’incorporazione di Metroweb in Telecom Italia e il conseguente ritorno dello Stato in Telecom, sia pure con una partecipazione non imponente.

Il consiglio di amministrazione di Telecom ha considerato che il ritorno a breve di questo piano, nonostante gli incentivi resi possibili dall’Europa, non sia conveniente per la società. E dunque ha interrotto i negoziati fin qui condotti dall’amministratore delegato, Marco Patuano. Un punto va chiarito subito: il vertice di Telecom ha pieno diritto di decidere quel che ha deciso e il governo, che parla tanto di capitali esteri, non può trattare Telecom Italia come se fosse una municipalizzata imponendo lo switch off per legge. Ma c’è anche un altro punto: questo consiglio di Telecom è stato indicato da azionisti in uscita (Telefonica, Intesa, Mediobanca e Generali) e da una lobby, Assogestioni, che investe sempre meno in azioni italiane ed esercita un potere non proporzionato alla responsabilità patrimoniale assunta dai suoi associati.

Dove vogliono andare a parare gli amministratori di Telecom? C’è un nuovo azionista, il gruppo francese Vivendi, sulla porta. C’è da sempre sul tavolo l’ipotesi dello spezzatino del gruppo, che farebbe la gioia delle banche d’affari, e non solo. Il piano di Telecom risulta inadeguato rispetto alle reali esigenze di modernizzazione del Paese e anche rispetto alle prospettive industriali del gruppo di fronte al salto tecnologico in atto nel mondo. Telecom soffre il proprio debito. Che si risolve solo con un aumento di capitale.

La questione è sul tappeto da anni. Più che una guerra tra Governo e Telecom, oggi servirebbe prendere il toro per le corna e ridisegnare, con l’aiuto di un consiglio responsabile, un azionariato di Telecom adeguato alla seconda parola della sua ragione sociale, che fa Italia, nome proprio di un Paese e non aggettivo che qualifica la filiale di una multinazionale qualsiasi. E se i questo azionariato di riferimento deve avere un ruolo di garanzia anche lo Stato, come avviene in Germania, in Francia, in Olanda e in altri Paesi, non sarà certo uno scandalo. Ma l’unica vera moral suasion per il vertice di Telecom non sarà una sfida per decreto di incerta costituzionalità ma la reale partenza su larga scala di Metroweb nel posare la fibra con un accordo con Vodafone, Wind e gli altri per l’uso da parte della loro clientela.