LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

Continua Qui

Rai, l’editore dimezzato


Confesso un notevole imbarazzo ad intervenire in questa discussione, perché mi pare di dover commentare il progetto di costruzione di un edifico che inizia dal tetto, anziché dalle fondamenta. Così Massimo Mucchetti, in apertura del suo intervento in aula a palazzo Madama, in occasione della discussione generale sulla riforma della Rai. 

La RAI, ma anche Mediaset, ma anche Sky, ma anche Telecom, ma anche la stampa operano in un quadro normativo che si è sedimentato nel tempo e che ha avuto nella legge Gasparri l’ultima sistemazione di ampio respiro. Era il 2004 e ricordo – ai tempi lavoravo al «Corriere della sera» – di aver criticato molto quel provvedimento. Devo dire che il metodo che venne seguito allora e il respiro che quel provvedimento comunque aveva me lo rendono più interessante della leggina che abbiamo sul tavolo oggi.

Allora si cercò di dare prima di tutto un quadro di riferimento per la competizione nel settore dei media. Non mi convinceva molto il sistema integrato della comunicazione, ma mi domando oggi quale opinione abbiamo come Parlamento e quale opinione ha il Governo su quel sistema, che era la cornice entro la quale tutto si muoveva, anche perché da allora – giusto o sbagliato che fosse quel quadro di riferimento – tutto è cambiato.

Forse qualcuno non ha ben presente che oggi Google in Italia raccoglie pubblicità – in perfetto regime di elusione fiscale – in misura di circa il 40 per cento superiore a quella della RAI. Eravamo abituati a considerare la RAI il secondo operatore pubblicitario dopo Mediaset. È clamorosamente superato dai fatti, ma noi di questo non ci occupiamo.

Ci riempiamo genericamente la bocca con le nuove tecnologie, che non vogliono però dire solo digitalizzazione, che è già vecchia.

Vogliono dire Netflix, YouTube, cioè la possibilità, oggi per i ragazzi e domani per gli adulti, di costruirsi il proprio palinsesto. Io mi domando, quindi, che futuro avrà il servizio pubblico nel mondo che cambia. Vedete, molto spesso ci riempiamo la bocca con l’espressione «servizio pubblico» senza sapere bene di cosa si tratta, perché quando si parla di RAI e di televisione è un po’ come quando si parla della nazionale di calcio: siccome tutti abbiamo fatto i temi a scuola o la recita di fine anno, ci sentiamo in grado di dire la nostra su questa materia, così come, avendo giocato a calcio in parrocchia, ci sentiamo tutti commissari tecnici. Tuttavia, la televisione in Europa e in Italia è nata ad opera dello Stato, quindi è nata naturalmente servizio pubblico, ma non perché ci fosse qualcosa di speciale nella testa di chi la progettava, bensì perché era così, c’era solo quella. Il servizio pubblico comincia a differenziarsi dal resto nel momento in cui il resto nasce e il resto è la TV commerciale; oggi però il resto è tutto quello che ho evocato prima e molto altro ancora.

Allora che senso ha oggi parlare di servizio pubblico? È una domanda interessante e vorrei dire al Governo e a quanti pensano che sia una questione di fare l’emendamento, di cambiare qualcosa (anche io faccio questo), che occorre porsi una domanda più generale, chiedendosi in cosa oggi la RAI si differenzia da Mediaset, da La7 e dalle altre TV generaliste. Forse perché tratta argomenti che le altre non affrontano? Non è vero, basta controllare i palinsesti: sono perfettamente sovrapponibili. La RAI si distingue da Mediaset semplicemente perché ha un altro tipo di proprietà, una proprietà pubblica che impone dei vincoli sui quali i colleghi si sono ampiamente intrattenuti (ho appena finito di ascoltare il collega Minzolini, con il quale mi congratulo). Tuttavia, la RAI si distingue soprattutto dalla TV commerciale perché ha delle fonti di finanziamento diverse da quest’ultima ed è forse a partire da queste fonti che si può costruire l’indipendenza e la funzione residua del servizio pubblico in un’età in cui conterà fatalmente di meno nelle ore che le persone passano davanti a un video.

Considero pertanto un errore da sottolineare con la matita blu la doppia delega che il disegno di legge in esame dà al Governo, comunque la si sistemi: quella sulle fonti di finanziamento e quella sulla revisione, sul riordino del quadro normativo. Un’azienda, un editore (se il Parlamento è l’editore della RAI) è tale se è lui che determina la politica dei ricavi. Un imprenditore che non determina la politica dei ricavi della propria azienda è uno che non conta nulla. Il disegno di legge propone di delegare al Governo determinate possibilità; tuttavia già adesso il Governo può ridurre, congelare il canone, può pagare in ritardo o in anticipo le convenzioni speciali, già adesso può fare molto, ma se noi facciamo passare il principio che quella è materia del Governo su cui il Parlamento, che è editore, può esprimere solo un parere di tipo consultivo, è chiaro che sarà un certo tipo di editore. Vorrei rubare all’amico Gianpaolo Pansa un’espressione che usava per alcuni giornalisti.

Li chiamava giornalisti dimezzati. Ebbene, qui noi avremo un editore dimezzato, non perché ha l’ultima parola sulle fonti dei ricavi, ma ancora di più perché delega ad un componente, che vorrebbe definire minoritario nel consiglio di amministrazione, la definizione del quadro normativo nel quale si trova a lavorare.

Mi auguro che su questo punto il Governo abbia un ripensamento di saggezza e di rispetto per le sentenze della Corte costituzionale, che furono sentenze sagge. Voglio ricordare che dopo la sentenza della Corte n. 225 del 1974 fiorì la stagione di RAI 3. Qualcuno la chiamò – e forse anche con simpatia, non a torto – «Telekabul». Ma è stata anche la televisione di Arbore, la televisione che ha introdotto una grande innovazione nel linguaggio televisivo, nella cultura italiana; così come lo fu RAI 2, sia pure in misura minore, quando venne istituita.

Oggi mi domando qual è il respiro culturale, di là dalle frasi fatte. Purtroppo, avendo fatto il giornalista, le fiuto lontano 1.000 chilometri le frasi fatte che non vogliono dire nulla, e riferite a questo tema ne ho sentite tante anche in quest’Aula.

Il senatore Minzolini ha fatto cenno ad una proposta che fu del presidente Prodi. Correva l’anno 2004, era dicembre, e il presidente Prodi prese l’impegno, sul «Corriere della sera», a dividere la RAI in due parti. Da una parte, una RAI commerciale, che si sarebbe battuta sul mercato in regime di graduale privatizzazione – del resto al mercato si deve offrire un’azienda che ha dimostrato di saper funzionare – con le stesse regole delle altre televisioni commerciali e, dall’altra parte, una TV a proprietà pubblica, quindi libera dai condizionamenti dei centri del potere economico-finanziario, ma non schiava dei condizionamenti della politica e del Governo.

Mi rendo conto che è un po’ difficile arrivare a definire un’identità libera di quella che chiamiamo televisione di Stato, ma nel mondo esistono degli esempi. Quindi, anziché inventarci cose strane basterebbe copiare. Il modello della BBC è durato nel tempo. Il modello – per dirne un altro – di una delle più grandi agenzie di stampa britanniche, la Reuters, ha garantito una vera indipendenza, pur essendo degli enti, delle fabbriche, dell’informazione legati mani e piedi, coraggiosamente, alla storia del proprio Paese.

Ritengo, come ha detto bene il senatore Fornaro nel suo intervento, che questa è la governance più adatta alla RAI, a quella parte di RAI; ma se quest’Aula e Montecitorio diranno che deve rimanere tutto come è, senza guardare come cambiano le regole della competizione nel mondo dei media, incuranti del progresso tecnologico reale, se questo si decide, che almeno sia fatta salva, non dico una reale indipendenza (vasto programma) ma almeno un po’ di ipocrisia, che è il pedaggio che il vizio paga alla virtù.

E allora almeno diamoci una governance dualistica, con un consiglio di sorveglianza che è l’espressione degli stakeholder, il quale consiglio nominerà l’organismo gestorio, con un amministratore delegato e tre, quattro o cinque manager responsabili delle principali divisioni dell’azienda. Questa è la governance che ha fatto grande l’industria tedesca, che ha fatto grande l’industria svedese e l’industria del nord; questa è la governance della BBC. Noi invece diciamo che vogliamo creare il capo azienda. Voi ricorderete che, all’indomani della privatizzazione della Telecom (correva l’anno 1998, non ieri, ma 15 anni fa), Guido Rossi, che quanto a governance credo che sia un autorità più autorevole di tutti noi (dobbiamo riconoscere i nostri limiti), si scagliava contro l’ideologia del chief executive officer come dominus assoluto dell’azienda, ma vedeva utile un ruolo centrale del consiglio di amministrazione o – io dico – del consiglio di sorveglianza, con una gestione manageriale dove il cosiddetto capo dell’azienda è un primus inter pares. Mi rendo conto che forse questo è chiedere troppo, ma avere un capo azienda che di fatto è nominato dal Governo determina che poi dopo, come direbbe Groucho Marx, mi vengono degli accordi sui quali non sono d’accordo, ancora una volta con Fornaro da una parte e Minzolini dall’altra. Credo che si debba rivedere radicalmente questo disegno di legge.