Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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Riforme, Renzi e Borgia


La discussione generale sul disegno di legge di riforma costituzionale approvato dalla 1a Commissione non può non soffermarsi sulla questione della leadership del Paese, su come si forma e si esercita. Ci sarà tempo e modo, quando si esamineranno gli emendamenti, di affrontare i punti specifici. La leadership, dunque. Le opportunità. I rischi. L’intervento di Massimo Mucchetti in Aula a palazzo Madama sul disegno di legge costituzionale.

Diversamente dalla Costituzione che venne elaborata e approvata con ampie convergenze da un’Assemblea costituente, questa riforma del Parlamento, che la cambia in punti sostanziali, prende avvio da un accordo al vertice stipulato extra moenia nella sede di un partito (il Partito Democratico) da due persone, nessuna delle quali fa parte delle Camere. Questo accordo resta l’architrave del processo decisionale in atto e viene evocato dai due contraenti ogni volta che la dialettica parlamentare ne mette in forse i punti principali. O meglio, quelli che i contraenti ritengono debbano essere i punti principali perché nessuno, al di fuori della cerchia ristretta dei più fidi collaboratori, può dire in coscienza di conoscerne con esattezza i contenuti. Questo accordo si è tradotto in una riforma del Parlamento scritta dal Governo.

Una prassi che in altri tempi sarebbe stata ritenuta scandalosa. «Solo il Parlamento può riformare il Parlamento», si sarebbe detto. Ma oggi un elevato numero di persone, compresa la maggioranza dei commentatori, ritiene che l’iniziativa possa, anzi debba, spettare al Governo. Questo mutamento di opinione testimonia quanto sia cambiato, rispetto a settant’anni fa, il rapporto fra il corpo elettorale e gli eletti. Nel secolo scorso il corpo elettorale aveva fiducia negli eletti (al riguardo condivido le parole del senatore Morra) e gli eletti in tutto l’Occidente quella fiducia l’avevano guadagnata con le politiche economiche e sociali di matrice rooseveltiana.

La democrazia ha avuto ed ha tuttora diverse versioni (presidenziale, semipresidenziale, parlamentarista), ma tutte hanno alimentato la crescita della classe media che consentì di reggere bene e poi di vincere il confronto con il blocco sovietico sul piano internazionale e di vincere anche sul piano interno respingendo gli estremismi di destra e, ancor più, di sinistra con l’effetto di incentivare, fra l’altro (utile effetto collaterale), il processo di democratizzazione dei partiti comunisti specialmente nell’Europa mediterranea.

Negli anni Cinquanta, in un Paese come il nostro che stava passando dall’agricoltura all’industria come attività prevalente, dalle campagne alle città come luoghi della vita associata, la democrazia parlamentare, il parlamentarismo, era ritenuta dalla totalità dei cittadini il rimedio ai guasti della dittatura e democrazia parlamentare voleva dire potere distribuito.

Certo, la leadership del Governo era concentrata nella Democrazia Cristiana e quella dell’opposizione nel Partito Comunista, ma quelle leadership erano istituzionalmente contendibili, ancorché soltanto all’interno dei rispettivi campi, data la divisione del mondo in blocchi e la società italiana scopriva la ricchezza umana, prim’ancora che politica, delle associazioni libere tra datori di lavoro, dipendenti, artigiani, commercianti, professionisti.

C’era lo Stato e c’erano i corpi intermedi. Talvolta temuti, sempre tenuti in alta considerazione anche per la loro capacità di orientare il voto in elezioni fatte con il sistema proporzionale. Ma con il tempo tutto è cambiato. L’evoluzione dell’economia e delle tecnologie ha disintermediato la democrazia del Novecento in tutto l’Occidente. La libera circolazione dei capitali e quella quasi libera delle merci hanno messo nell’angolo di Stati, i Governi, e hanno minato le basi economiche del welfare, della radice della nostra civiltà occidentale, sia quelle di natura fiscale tipiche dell’Europa, sia quelle di matrice aziendale tipiche degli USA.

Tutti ricorderete la crisi delle grandi case automobilistiche di Detroit a causa degli oneri previdenziali e sanitari derivanti dagli accordi con il sindacato (giusto per fare un esempio che ci sia vicino, come storia, in seguito all’esperienza FIAT). Il predominio della finanza, figlio di questa globalizzazione, ha ridotto le imprese a fonte di valori monetari, da realizzarsi di trimestre in trimestre, anziché continuare a farle diventare sempre di più comunità di lavoro, fonte di valori monetari sì, ma da realizzarsi nel tempo perché, in fondo, le imprese possono diventare anche un progetto di vita per chi le promuove e per chi vi collabora. In un mondo che sa in tempo reale – gli basta un click – il prezzo di tutte le cose, ma va perdendo la conoscenza dei valori, l’impresa come progetto di vita sopravvive nella piccola dimensione e costituisce una ricchezza, anche etica, dell’Italia; una ricchezza che il pensiero economico mainstream tende a dimenticare. Tuttavia, anche questa medaglia, questa faccia positiva della medaglia, ha il suo risvolto.

La moralità ha molto a che fare con l’economia, anche con l’economia di mercato. Adam Smith scrisse «La ricchezza delle Nazioni», ma anche «La teoria dei sentimenti morali»: l’una non regge senza l’altra. Però, in questo nostro Paese, che ha conservato un approccio all’economia più morale di quello anglosassone, la moralità si è persa per strada, all’incrocio tra la funzione del Governo e quella dell’impresa, dando luogo alle Tangentopoli che si rinnovano, una più triste dell’altra. Di più: la moralità, che alimentava la spinta dei Padri costituenti al di là delle convinzioni politiche, allora assai più diversificate di oggi, si è andata perdendo anche nel rapporto tra la politica e i cittadini. La prima si è fatta casta.

Al di là delle molte eccezioni personali, questa è la percezione pubblica, intermediata dai media. Si è fatta tale quanto più si è rivelata incapace di incidere sui processi reali, evitando, per esempio, la graduale marginalizzazione della classe media a favore della concentrazione della ricchezza nelle mani di chi si trova a governare i flussi della finanza. Il successo, di critica e di pubblico, di studi come quelli di Thomas Piketty e – aggiungo – di un Emmanuel Saez o di un Branko Milanović, dimostra quanto il fenomeno sia percepito come pericolo dalle classi colte. La generalità dei cittadini si è ripiegata sul proprio particulare: lo testimoniano i dati sull’evasione fiscale e sugli abusi di ogni tipo (oggetto di ricorrenti condoni), ma anche quelli sulla partecipazione al voto, sempre più bassa, come si è visto anche nelle recenti elezioni europee.

Se l’impotenza della politica è l’origine più profonda della sfiducia, in Italia aggravata dalla percezione di una insopprimibile corruzione, ben si comprende come questa sfiducia colpisca i Parlamenti prima dei Governi. Ben si comprende come i politici dalle forti ambizioni intendano in vario modo subordinare l’attività legislativa, tipica dei Parlamenti, alle decisioni dei Governi, qualunque sia la forma che queste assumano. Il primato della governabilità come declinazione contemporanea della prevalenza dell’etica della responsabilità sull’etica della convinzione di weberiana memoria risale già a Bettino Craxi e alla sua battaglia all’interno della sinistra. Con il tempo e con l’approfondirsi della crisi della golden age rooseveltiana, le leadership della politica tendono a mascherare la propria impotenza rispetto all’economia globalizzata scaricando sui Parlamenti e, più in generale, sulle rappresentanze sociali e sui cosiddetti corpi intermedi la responsabilità di un fallimento. È un gioco di specchi, un’illusione che durerà fino alla ricaduta nella crisi che si è manifestata con il crack esemplare della Lehman, ma che traeva origine proprio dalla prevalenza della finanza sulla produzione, del denaro sull’uomo, che ha condotto al declassamento della classe media.

La vera emergenza dell’Occidente democratico, mentre nel mondo si affermano i capitalismi di Stato variamente autoritari e le multinazionali senza patria, non sta nella crisi del parlamentarismo, che pure è un dato della realtà, ma nella crisi delle idee, che attanaglia anzitutto i Governi, quelli europei in primis (e i trattati che regolano l’Unione europea e la Banca centrale europea), nella subalternità intellettuale al pensiero unico e al sistema di interessi, che ne costituisce la matrice e che ha catturato, al di qua e al di là dell’Atlantico, il sistema politico e le autorità di regolazione.

Un pensiero – spiace dirlo – che riaffiora anche nel nostro Premier, che pure ambisce ad essere nuovissimo, quando gioisce per il passaggio del controllo di Indesit all’americana Whirlpool. Può essere benissimo che questa sia la soluzione possibile alla ritirata, anch’essa perfettamente legittima, di una famiglia dall’impegno diretto nel capitale di rischio di una grande intrapresa industriale, ma a Palazzo Chigi non dovrebbe sfuggire che questo è il più recente, ma temo non l’ultimo, di una serie di passaggi della proprietà di grandi aziende italiane, nel quale passaggio il capitalismo italiano, industriale e finanziario, non ha saputo fare proposte e assumersi responsabilità per generare un ricambio che trattenga in Italia, oggi e domani, le energie migliori.

Non è nazionalismo questo. A suo tempo, mi augurai che, di fronte a trent’anni di inconcludenza della FIAT, l’Alfa Romeo fosse venduta alla Volkswagen, interessata al marchio e alle fabbriche (ripeto: alle fabbriche) per farne una seconda Audi. Avremmo avuto in Italia un secondo produttore di auto, un po’ più di concorrenza, un soggetto nuovo per una dialettica imprenditoriale e magari anche sindacale più ricca. Così non è stato. Oggi Marchionne promette di fare quanto ha promesso e non ha mantenuto più volte. Come direbbe Renzi, speriamo che sia la volta buona.

Ma che sia in atto una crisi del capitalismo italiano nell’affrontare la grande dimensione dell’intrapresa, che sia in atto un’abdicazione all’estero generalizzata, ad altri sistemi di interessi, è un dato di fatto che dovrebbe interrogare noi Parlamento e voi Governo. E invece il Governo sembra baloccarsi in una visione, diciamo così bocconiana, degli investimenti esteri, senza distinguere tra greenfield, sempre augurabile, e brownfield, da vedere invece caso per caso. Noto che perfino il «Financial Times», non solo il Labour party, apre un radicale dibattito sugli effetti industriali negativi che potrebbe avere nel Regno Unito l’acquisizione della grande casa farmaceutica britannica Astra Zeneca da parte dell’americana Pfizer. I nostri rinnovatori sono fermi agli anni Novanta.

Ho fatto questo excursus tra storia ed economia per ancorare alla necessità e all’utilità che il processo di decisione politica conservi nel nostro Paese uno spazio per la dialettica, per il diverso pensare: uno spazio vero, non un simulacro di spazio. La concentrazione del pensiero in un unico modello asservito a un unico potere, sia pure eletto, ha già portato il mondo sull’orlo di un baratro come non si vedeva dagli anni Trenta del secolo scorso. Rivendendosi come somma efficienza, questo sistema si è rivelato somma inefficienza.

Ora, il Governo ci propone una legge elettorale, detta Italicum, che tende a creare un duopolio di Partito Democratico e Forza Italia: parlo della mia casa. È un esito che dovrebbe essere sottoposto all’Antitrust della politica, se mai questo tipo di Antitrust ci fosse. Ancella dell’Italicum, ecco questa riforma del Parlamento, che tende a risolvere la crisi del parlamentarismo abolendo il Senato, anziché riformandolo seriamente. So bene che, formalmente, non c’è alcuna abolizione, ancorché questo concetto sia stato speso più volte dai pulpiti più autorevoli. Si dice per semplificare, per farsi capire in televisione, per comunicare, perché la comunicazione è l’anima, non solo del commercio, ma anche della politica.

So bene che il disegno di legge Boschi, migliorato in talune parti dal lavoro della Commissione affari costituzionali e dei relatori, Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli, che anch’io ringrazio per un impegno che hanno profuso come fossero novelli Cirenei. So bene che qui si ridisegna il Senato e non lo si chiude. Ma l’idea che il bicameralismo paritario, sul cui superamento siamo tutti d’accordo e non c’è questione, porti ad una seconda Camera i cui membri sono scelti, uno su dieci, da una platea di meno di mille persone, i consiglieri regionali, che non hanno nemmeno avuto questo mandato, questo esito toglie al Senato prossimo venturo l’autorevolezza necessaria per proporsi come istituzione politica, come Camera alta, eletta con metodo proporzionale e dunque fedele specchio della Nazione, come istituzione capace di interloquire con una Camera bassa, eletta con metodo comunque maggioritario e depositaria del rapporto fiduciario con il Governo, titolare della legge di bilancio e della legislazione ordinaria.

Già oggi il Governo non risponde a richieste formali del Senato – non so se alla Camera lo ha fatto – di riferire sulle nomine fatte nelle grandi società pubbliche, che valgono più dei Ministeri, in esecuzione di un impegno che pure aveva preso davanti al Senato.  Figurarsi come sarà dedito all’accountability un domani, quando andranno a regime l’Italicum e questa riforma del Parlamento. Nel mondo, dove c’è più rispetto per la circolazione del denaro e delle merci che per la circolazione degli esseri umani, in questo mondo dove rifioriscono gli integralismi religiosi contro i diritti civili e il rispetto delle religioni altrui, in questo mondo non tranquillizza affidare tutto il potere reale a una sola Camera eletta con un Italicum e dunque bloccata dal partito che può designare a un tempo i deputati e i ministri, e pure il Presidente della Repubblica e finanche la maggioranza della Corte costituzionale, direttamente ed indirettamente.

Il premier Matteo Renzi mostra di offendersi quando si dice che la riforma «come la vuole lui» rischia di ridurre il tasso di democrazia reale a vantaggio di partiti forti con le idee deboli. Ma formulando questo timore, non si accusa, né lui né chi come lui la pensa, di essere antidemocratici. Le persone dovrebbero sapere che la democrazia è un compromesso variabile tra rappresentanza ed esecuzione, tra dibattito e azione. Il suo approccio – l’approccio di chi ispira questa riforma – è figlio del nostro tempo e ha molto poco di rivoluzionario.

Mi si consenta di chiudere con le parole di un fiorentino che non era rivoluzionario, a proposito di come si dovessero eleggere i reggitori della sua città: «Se uno merita, non s’ha a stare a giudicio de’ particolari, ma del popolo, el quale è el principe ed è senza passione. El popolo cognosce meglio ognuno di noi che non facciamo noi stessi. Né ha avuto altro fine se non di distribuire le cose in chi gli pare che meriti». Chi scriveva si chiamava Guicciardini. Correva l’anno 1512. Ciò vale anche oggi.

Un’ultima confessione e concludo davvero. Devo dire che da giovane ero innamorato del pensiero di Antonio Gramsci, e dunque a Guicciardini preferivo Machiavelli, maestro supremo di scienza politica. Con il tempo, leggendo anche altro, ho capito i limiti del Segretario fiorentino, soprattutto con la riflessione sul tentativo che fece il suo eroe, il Valentino, Cesare Borgia, di unificare l’Italia – obiettivo meritorio – con il pugnale, il veleno e la guerra e su come e perché quel tentativo fallì.