RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l'avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l'ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l'atroce padre. Di questi tempi, l'Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest'uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e' titolare.

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Senato, l’arte del possibile


Abbiamo la necessità di migliorare il testo che ci è stato consegnato dalla Camera per condurre in porto la riforma, non per bloccarla. Bisogna rafforzare l’azione del Governo – questo è vero – ma, nello stesso tempo, non possiamo cancellare e ridurre ad un simulacro la rappresentanza del corpo elettorale. Il nodo dei criteri di elezioni del Presidente della Repubblica è un passaggio cruciale. Massimo Mucchetti interviene in aula a palazzo Madama sul ddl Boschi.

Nel 2014 non partecipai al voto finale sul disegno di legge Boschi; assieme a me, altri 13 senatori del Gruppo del PD. Fu un scelta dolorosa e sofferta, come tutte quelle che si fanno distinguendosi dai propri compagni. Avevo apprezzato, l’anno scorso, il lavoro della Commissione affari costituzionali e dei relatori (la senatrice Finocchiaro e lei, presidente Calderoli), in particolare sulla definizione delle competenze che avrebbe dovuto avere il nuovo Senato.

Ma altri punti nodali di quel disegno di legge non mi avevano convinto. Ne ricordo alcuni Mi riferisco anzitutto allo stravolgimento dell’equilibrio, anche numerico, fra la Camera e il Senato, che passava da un rapporto di 1 a 2 ad un rapporto di 1 a 6,3. Mi direte: cosa conta? Conta nel momento in cui alle due Camere si riconoscono delle funzioni che devono esercitare assieme, ad esempio l’elezione del Presidente della Repubblica. Tutto è concatenato.

Mi convinceva poco che l’elezione del Presidente della Repubblica avvenisse nel modo in cui, per ora, è definita nel disegno di legge Boschi. Non mi convinceva la composizione del Senato, eletto dai Consigli regionali (così dice il disegno di legge). Non mi convinceva che, in quel quadro, fosse esteso ai consiglieri regionali senatori lo stesso principio dell’immunità parlamentare che è attribuito agli eletti direttamente dal popolo a suffragio universale, cioè ai deputati e, oggi, ai senatori medesimi. Non mi convincevano poi altre cose minori. Di qui quella scelta.

Adesso siamo chiamati a discutere, ed eventualmente ad emendare, il testo rivisto dalla Camera. Devo confessarvi che, se questo testo rimanesse identico nella sostanza, temo che dovrei trasformare quella non partecipazione al voto in un voto negativo. Ma ho fiducia che questo non debba avvenire. Spero, mi auguro e credo che si possano creare le condizioni per poter esprimere un voto favorevole.

Devo dire che la fase di preparazione a questo dibattito, cioè a questa discussione generale e poi a quello che sarà l’esame e l’approvazione o la non approvazione degli emendamenti, avrebbe potuto essere migliore; così com’è stata, non ha giovato.

Certo, la minaccia di milioni di emendamenti può non avere rasserenato il clima; certo non lo ha rasserenato. E tuttavia, avrebbe potuto essere diversa la decisione di evitare il passaggio in Commissione anche dopo che questi emendamenti erano stati ritirati, tenendo conto del fatto che su alcuni punti importanti esiste una sensibilità nel pubblico che non è perfettamente allineata al disegno di legge che abbiamo sottomano in questo momento, come ci viene confermato da recenti sondaggi.

Ricordo l’ultimo sondaggio pubblicato dal “Corriere della sera”, giornale che certo in questa fase non si può definire ostile al Governo; secondo tale sondaggio, ampie maggioranze sono per un Senato eletto a suffragio universale diretto e, al tempo stesso, sono favorevoli a che la riforma costituzionale vada in porto. Abbiamo quindi in quest’Aula la necessità di migliorare il testo che ci è stato consegnato dalla Camera per condurre in porto la riforma, non per bloccarla.

Non ha aiutato la convergenza tra i diversi pensieri e le diverse sensibilità, che sono cosa ben diversa e – mi si consenta – più nobile della ricerca del consenso dei transfughi, enfatizzare questa riforma come chissà che cosa e dire che da 70 anni questa riforma è attesa dagli italiani è chiaramente una forzatura.

Nel 1945 era appena finita la guerra e l’Assemblea costituente non era ancora stata eletta, ma non è questo il punto; potremmo più semplicemente dire che sono circa 30 anni che l’Italia cerca di cambiare la propria Costituzione, evidentemente perché ritiene che il momento della rappresentanza, che ha fatto premio su tutte le altre esigenze appena finita la seconda guerra mondiale, debba cedere il passo al principio e all’esigenza della governabilità. Il problema è di quanto si cede il passo, qual è l’equilibrio che si deve istituire tra il momento della rappresentanza e quello della governabilità. Gli estremismi sono pericolosi.

Bisogna rafforzare l’azione del Governo – questo è vero – ma, nello stesso tempo, non possiamo cancellare e ridurre ad un simulacro la rappresentanza del corpo elettorale, che deve essere in qualche modo conservata. Aggiungo che non hanno giovato nemmeno le pressioni che sono state esercitate sulla Presidenza di quest’Aula, alla quale va la mia personale solidarietà, senza alcun indicazione, né formale, né surrettizia su quali debbano essere le augurabili decisioni della Presidenza. Rispetto significa commentare le decisioni una volta prese, non premere affinché queste abbiano un segno piuttosto che un altro prima ancora che le stesse vengano prese.

Vengo ai punti cruciali perché, nonostante queste difficoltà, che ho voluto puntualmente richiamare, si profila la possibilità di una convergenza più ampia, di una convergenza di pensieri e non di piccoli personali interessi.  Sull’articolo 2 – tabù fine all’altro ieri – si profila una convergenza che affida agli elettori la scelta dei senatori, che poi verrebbe ratificata dai consigli regionali. Se mi chiedete se questa è un’architettura istituzionale stupenda, vi dico che non lo è, ma credo anche che ci si debba in qualche modo ricordare che la politica è l’arte del possibile. Anche i padri costituenti, ai quali spesso ci richiamiamo, non portarono a casa tutto quello che ciascuno di loro pensava dovesse essere portato a casa.

Credo che sul tema delle competenze ci possa essere di nuovo una convergenza per ripristinare sostanzialmente il testo che questa Camera aveva licenziato la volta scorsa, correggendo quello che è stato fatto a Montecitorio. L’ultimo punto del mio intervento riguarda la Presidenza della Repubblica: è un passaggio cruciale. La Presidenza della Repubblica, nelle fasi in cui la politica incontra in Italia delle grandi difficoltà a fare il proprio mestiere, ha esercitato un ruolo centrale; giusto o sbagliato, criticabile o apprezzabile, ma centrale.

È importante che questa suprema magistratura resti l’espressione dell’unità nazionale e non di una maggioranza costruita attraverso il premio previsto dall’Italicum. Questo per il bene di tutti, di chi oggi è o si troverà all’opposizione. Voi sapete che il Quirinale ha non solo questo ruolo in rapporto alla politica e all’azione del Governo, ma ha anche il potere di nomina di cinque componenti del CSM e di cinque giudici costituzionali. Ecco, anche per questa ragione, è bene che l’inquilino del Quirinale possa rappresentare il Paese.

Tra il 1946 e il 1948 la Costituzione venne concordata da partiti che erano fieramente contrapposti fra loro. La storia ci disse poi che avevano addirittura dei depositi di armi; avevano fedeltà internazionali l’un contro l’altra armate, eppure la Costituzione venne firmata dal presidente dell’Assemblea di allora, che era un comunista, Umberto Terracini, mentre al Governo vi era un democristiano, Alcide De Gasperi, con il quale i colloqui nell’azione di Governo erano completamente interrotti (prima c’era il Governo di unità nazionale). Eppure lo spirito costituente fece premio sulle contrastanti opzioni politiche. Mi auguro che quello spirito riviva nei prossimi giorni.