WEB TAX, IL GIOCO DELLE TRE CARTE. Invito formalmente il governo a rimediare al grave errore commesso questa notte dando parere favorevole all'emendamento sulla web tax, presentato dal relatore alla Camera. La norma colpisce in modo pesantissimo le imprese italiane del web dimezzando l'onere a carico delle multinazionali digitali, ammesso che a queste venga in concreto applicata l'imposta

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Riforme, il dibattito in aula


Proponiamo una rassegna in ordine cronologico degli interventi parlamentari più significativi di questa settimana in occasione della discussione generale sul disegno di legge costituzionale presentato dal governo.

Gli interventi dei relatori

Finocchiaro – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il disegno di legge di riforma della Seconda Parte della Costituzione approda oggi all’Aula del Senato in un testo profondamente e – a mio avviso – proficuamente inciso dell’esame svolto in Commissione.Dopo un dibattito molto approfondito, che si è giovato anche degli spunti tecnici e dottrinari dell’indagine conoscitiva che lo ha preceduto, si è giunti a un testo che, pur restando del tutto aderente ai capisaldi costituivi della riforma, deve ritenersi significativamente arricchito e precisato nel suo impianto complessivo.La Commissione ha lavorato, in particolare, secondo tre direttrici di intervento, ciascuna delle quali orientata a rafforzare, meglio precisandoli, altrettanto obiettivi fondamentali della riforma. La prima è il ridisegno della natura e delle funzioni del Senato, nel quadro di una riforma che, mentre pone la seconda Camera al di fuori del circuito fiduciario Governo-Parlamento, al contempo la colloca al centro dell’ordinamento costituzionale nazionale e sovranazionale, in posizione di raccordo tra gli organi istituzionali dell’Unione europea, dello Stato e degli enti territoriali e tra il legislatore statale e quello comunitario. In quanto Camera espressamente votata al concorso, alla formazione e all’attuazione del diritto dell’Unione, il Senato si candida a diventare – con una formula assolutamente innovativa su scala continentale – anche la sede peculiare di esercizio di quelle nuove e più ampie prerogative di partecipazione alla decisione comunitaria che il Trattato di Lisbona riconosce a “ciascuno dei Parlamenti nazionali o a ciascuna Camera di uno di questi Parlamenti”. Non sfuggirà a nessuno che questo assetto può costituire un potente fattore di integrazione europea per il nostro Paese.

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Calderoli – Signor Presidente, onorevoli colleghi, farò un intervento «a braccio», non nel senso di non avere un testo scritto, ma nel senso di poter utilizzare un solo braccio, avendo l’altro bloccato. Pertanto, chiedo scusa a lei, Presidente, e ai colleghi per gli eventuali errori contenuti nella relazione e per le eventuali difficoltà che troverò nella sua lettura, ma non potendo scrivere, avendo a disposizione una sola mano e avendo avuto poco tempo per prepararlo, visto che anche sabato scorso mi hanno fatto andare in ospedale per un «tagliando», la cosa è stata abbastanza complicata, soprattutto per uno così poco tecnologico come il sottoscritto. Sono stato anche in dubbio se fare la relazione ovvero rimettermi a quella ampia ed esaustiva della collega Finocchiaro, con cui mi complimento per la completezza della relazione svolta. Alla fine, però, mi sono sentito in dovere di farla e riferire tutto quello che, piaccia o non piaccia, è accaduto in Commissione, dall’inizio fino al mandato dei relatori, anche perché nessuno può dire che non abbia dato una mano alla riforma della Costituzione; solo che oltre la mano, ci ho messo anche due vertebre e questo mi è spiaciuto di più.

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De Petris – Signor Presidente, il progetto di riforma costituzionale pervenuto oggi alla discussione di questa Assemblea non trova il consenso dei senatori del Gruppo Misto-Sinistra, Ecologia e Libertà e di un numero molto ampio di altri senatori, che hanno cercato nel lavoro di Commissione di apportare modifiche e di cercare di arrivare ad un progetto che avesse una sua solidità. La relatrice Finocchiaro ha detto di aver cercato conforto nei lavori della Costituente e molti di noi hanno cercato in questi giorni di rileggere molti passi importanti di quel lavoro. Certamente, per me e per molti di noi che hanno lavorato in Commissione, una questione è sempre stata molto chiara: il sistema democratico, così come ce lo hanno consegnato i Padri costituenti, è contraddistinto da pesi e contrappesi, di combinazioni tra rappresentanza, pluralismo e governabilità, che devono avere una loro coerenza interna, per evitare che il sistema democratico ne possa uscire completamente sbilanciato. Per questo motivo, nell’affrontare la questione cardine, cioè il superamento del bicameralismo paritario, molti di noi hanno posto all’attenzione dei lavori della Commissione un progetto, anzi, vari progetti che si sono confrontati e incrociati, che certamente, a mio avviso, hanno una coerenza di sistema, proprio dal punto di vista dei bilanciamenti, assolutamente solida.

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Gli interventi dei senatori

Casson – Signora Presidente, nella disamina di questo disegno di legge costituzionale, voglio partire da alcune osservazioni che sono state formulate stamattina dai due relatori intervenuti e, in particolare, desidero dare atto dell’inizio di un lavoro egregio che è stato fatto all’interno di questo Senato – soprattutto in Commissione affari costituzionali – per porre rimedio ad un’impostazione del disegno di legge che creava diverse difficoltà e notevoli problemi, soprattutto da un punto di vista giuridico-costituzionale. Come ho avuto modo di dire anche in Commissione affari costituzionali, il disegno di legge costituzionale in esame, a mio parere, si presenta in maniera addirittura sgrammaticata dal punto di vista costituzionale. Il testo, fortunatamente, è stato anche corretto – e in parte tale correzione è stata iniziata all’interno delle Commissioni – tant’è vero che, quando i due relatori hanno presentato i loro emendamenti per così dire “unificati”, già in quella sede abbiamo visto che il testo originario era stato profondamente trasformato.

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Mauro Mario – Signora Presidente, rivolgo un ringraziamento sentito alla presidente della Commissione affari costituzionali, la senatrice Finocchiaro, e al collega Calderoli per l’attenzione e dedizione che hanno profuso in questi giorni di lavoro su un dibattito che apparentemente ha come oggetto la modifica della Costituzione. Un ringraziamento va anche ai sottosegretari Pizzetti e Scalfarotto, che parimenti hanno dimostrato con la loro presenza analoga attenzione da parte del Governo. Ho detto che il cambiamento della Costituzione è solo l’oggetto apparente del nostro ritrovarci qui oggi perché in gioco non c’è tanto la modifica costituzionale che consente il superamento del bicameralismo perfetto. Lo dico senza alzare la voce, perché una cosa non è più vera se si grida più forte. E lo dico senza usare iperboli, perché non è la violenza delle immagini che può tradire o tradurre meglio il senso delle cose. Tuttavia, il senso del mio intervento è chiarire agli italiani che l’oggetto del nostro ritrovarci non è il superamento del bicameralismo perfetto, ma l’inizio nel nostro Paese di una democrazia autoritaria di stampo putiniano.

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D’Alì – Signora Presidente, onorevoli colleghi, se dovessimo interpretare come propedeutiche ad una dichiarazione di voto tutte le dichiarazioni che ho sin qui ascoltato dovrei dire che questa riforma non passerà. Ho invece la sensazione che questo dibattito assolutamente e opportunamente ampio, ma non indirizzato a modifiche del testo (spero che quello sugli emendamenti sia altrettanto ampio e approfondito), stia servendo a molti come una sorta di lavatrice della coscienza per poi poter dire: io queste cose le avevo dette, ma poi abbiamo dovuto votare diversamente (questa è una cosa che – lo anticipo sin d’ora – a me non capiterà). La lavatrice della coscienza di tutta una serie di osservazioni che sono assolutamente valide e che vorrei esaminare, per quanto possibile, puntualmente.

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Casini – Onorevole Presidente, mi hanno fatto molto piacere i richiami ripetuti che la senatrice Fucksia ha fatto a Saragat, a Calamandrei e a De Gasperi: sono importanti, dopo qualche mese di presenza qui in Parlamento, queste evocazioni da parte dei colleghi del Movimento 5 Stelle, segno che la cultura delle istituzioni pervade ormai tutta questa Assemblea, e questo è un fatto sicuramente positivo. I tentativi trentennali di riforma delle istituzioni costituzionali richiamano alla mente il mito di Sisifo, condannato a spingere per l’eternità un enorme masso in cima ad una montagna. Una volta giunto in vetta, il masso invariabilmente riprecipitava a valle. In modo simile, in questi anni, a parte l’affrettata approvazione dell’infelice Titolo V, ogni volta che una riforma organica della Parte II della Costituzione stava per concretizzarsi e divenire operativa, un ostacolo lo impediva e il macigno delle riforme è sempre tornato al punto di partenza.

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Chiti – Signor Presidente, come sa – lo dico ai colleghi – ho chiesto di poter parlare nei tempi che sono previsti dal Regolamento non per allungare di cinque minuti questa discussione (non è questo il mio intento), ma perché il mio intervento non è facile, come altre volte mi è capitato nel mio impegno politico. Devo dire che è sempre su temi costituzionali o di leggi elettorali o di referendum che mi trovo ad avere posizioni differenti da quelle del partito di cui faccio parte. Questo non è facile, perché certamente non fa piacere, non è motivo di gioia: la mia esperienza è quella di un uomo di partito, perché penso che i partiti siano importanti e fondamentali nella vita democratica, ma penso anche che ognuno di noi deve rispondere alle proprie convinzioni e alla propria coscienza, almeno sui temi che riguardano la Costituzione. La mia convinzione è che questa proposta di riforma, così com’è ora, seppur con dei miglioramenti – di cui poi darò atto – che sono intervenuti in Commissione rispetto al testo iniziale, non funzioni in diversi e per me fondamentali aspetti, non sia in grado di innovare in modo positivo la vita delle nostre istituzioni e soprattutto indebolisca o faccia venire meno equilibri e contrappesi fondamentali tra i poteri dello Stato.

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Minzolini – ignora Presidente, onorevoli senatori, provo un certo imbarazzo ad affrontare un tema così solenne, importante e decisivo per le sorti del Paese in queste condizioni. Vedo che è assente anche il Premier e mi dispiace, perché parlerò di lui. Quella Carta costituzionale, che fino a qualche anno fa una buona parte delle persone presenti in quest’Aula considerava intoccabile (a quanto pare anche sulla Costituzione ognuno assume la posizione che ci gli fa più comodo al momento), sta per essere cambiata con tempi e modi più degni di un regolamento condominiale che non della Carta fondamentale su cui si regge la Repubblica.

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Pagliari – Signora Presidente, onorevoli senatori, credo che l’iniziativa del presidente Renzi in ordine al bicameralismo abbia ottenuto un primo risultato, come emerge dall’intervento del senatore Minzolini: ha riportato il rispetto della Costituzione in chi la Costituzione ha violato con leggi ad personam e con costanti violazioni della Costituzione stessa.  Tornando al dibattito sul merito della riforma, credo che l’approccio corretto sia sicuramente quello di chi ha nei confronti di questa riforma il diritto‑dovere del dubbio, riflettendo costantemente sull’importanza e la delicatezza del tema. Il diritto-dovere del dubbio, però, non può diventare il diritto del pregiudizio. Da questo punto di vista credo vadano rimandate rispettosamente al mittente – nella mia cultura non esiste la criminalizzazione dell’avversario – tutte le accuse nei confronti di chi sostiene la riforma sul piano sia della violazione o dell’insensibilità democratica che del fatto di voler stare in Parlamento fino al 2018.

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Morra – Signora Presidente, francamente mi sono posto molti dubbi sulla necessità delle mie parole, perché le parole possono essere necessarie nella misura in cui fanno comprendere una verità, indicano un percorso da percorrere e sono comunque ascoltate e noi in quest’Aula – e visibilmente lo comprendiamo – ben poco ci ascoltiamo. Questo non è un addebito ai singoli: è semplicemente la constatazione di una patologia che affligge le istituzioni da ben prima che il Movimento entrasse qua dentro e da ben prima che si ragionasse sull’ennesima riforma costituzionale da proporre. Questa è semplicemente una constatazione molto amara. Pertanto, mi venivano in mente le parole scritte sui frammenti che rimangono del poema di Parmenide, in cui si evocava Peithò, cioè la persuasione, affinché accompagnasse il filosofo per convincere. Qua, infatti, io debbo convincere, vorrei convincere, ma francamente ho molti dubbi.

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Consiglio – Signor Presidente, onorevoli colleghi, non è stato semplice, ma, se vogliamo dirla tutta, non è stato nemmeno molto veloce. Dopo una lunghissima attesa di molti anni, finalmente il Governo italiano si è deciso ad inserire in Costituzione i costi standard. Non è avvenuto proprio di sua spontanea volontà: c’è stato bisogno di una spintarella. Il percorso che ha portato a questo importante traguardo non è stato facile e siamo stupiti del fatto che, dopo tanta attesa, con un emendamento a firma del senatore Calderoli la questione si sia risolta. A voi tutti signori forse sfugge quanto prioritario fosse questo risultato non tanto e non solo per il nostro movimento (che dei costi standard, soprattutto in ambito sanitario, ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia sia in Aula che fuori) quanto piuttosto per interesse di tutto il Paese.

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Tocci – Signora Presidente, onorevoli senatori, come le persone, anche le parole si stancano, dice il libro dell’Ecclesiaste: sotto il peso delle promesse, degli inganni e delle delusioni, si è sfiancata la parola «riforma»; concediamole un po’ di riposo, almeno in questo dibattito. Nessuno dei problemi istituzionali è stato risolto e molti sono stati aggravati dalla proposta di revisione costituzionale insieme all’Italicum, tra i quali segnalo quattro punti. In primo luogo, da quasi un decennio, gli elettori chiedono di poter guardare in faccia gli eletti, ma qui si decide di voltare le spalle. I cittadini continueranno a non scegliere i deputati e non eleggeranno neppure i senatori, né il Presidente della Città metropolitana, né i consiglieri della Provincia (che rivive con il brutto nome di «area vasta»). Il risultato è che il ceto politico eleggerà il ceto politico: è un grande azzardo, a mio avviso, restringere la rappresentanza, proprio mentre viviamo forse la più grave frattura tra società e istituzioni della storia italiana.

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Lanzillotta – Signor Presidente, abbiamo apprezzato l’understatement e la sobrietà con cui la relatrice Finocchiaro ha introdotto la discussione sulla modifica della seconda parte della Costituzione, che approda in Senato finalmente con la credibile prospettiva di una definitiva approvazione entro i tempi tecnici della revisione costituzionale. Si tratta di un evento atteso da oltre 30 anni, nel corso dei quali si sono sviluppate infinite quanto inconcludenti discussioni. Lo ricordava il presidente Casini, evocando il mito di Sisifo, e qualche tempo fa Gian Antonio Stella ricordava come già nel 1985 Pietro Ingrao nel carteggio con Bobbio auspicava la soluzione monocamerale e scriveva: «Mantenendo l’impianto pluralistico della Costituzione si può e si deve andare a uno snellimento e a una razionalizzazione del sistema di Governo parlamentare. Qui vi è una riforma chiave che è addirittura simbolica: mi riferisco alla soluzione monocamerale. È dinanzi agli occhi di tutti l’assurda ripetitività di dibattiti, decisioni legislative, interventi ispettivi, l’esorbitanza del numero dei parlamentari (circa 1.000!), i difetti pesanti di coordinamento nell’azione dei due rami del Parlamento, l’arcaicità delle suddivisioni e del numero delle Commissioni». Lo vorrei ricordare anche al mio amico Tocci, che in quell’epoca era molto vicino a Pietro Ingrao.

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Tonini – Signora Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi senatori, a costo di apparire ingenuo vorrei dire che l’elemento positivo, il dato fortemente positivo che emerge da questo lungo e certamente approfondito dibattito è che in quest’Aula tutti si sono dichiarati a favore delle riforme. Nessuno ha detto di essere contrario. Nessuno ha detto che bisogna difendere lo status quo, l’attuale bicameralismo. E tuttavia da molte parti, tra coloro che più convintamente e vivacemente si oppongono al testo al nostro esame – testo frutto dell’iniziativa del Governo ma profondamente modificato, e io dico in meglio, decisamente in meglio, in Commissione, quindi in Parlamento, in Senato – si sono avanzate obiezioni di metodo. È giusto fare le riforme, ma non è così che si fanno, non è così che si riforma la Costituzione. Non ho onestamente capito, a costo anche qui di apparire ingenuo, come i colleghi pensino che si possano fare le riforme, come si possa modificare la Costituzione.

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