LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Riforme, nessuna resa


Nessuna resa, volevamo l’elezione diretta del Senato e nella sostanza l’abbiamo ottenuta. La politica è anche l’arte del possibile”. Il senatore Massimo Mucchetti, in una intervista al Fatto Quotidiano, difende la linea della minoranza del Pd: quello sulla riforma di Palazzo Madama è un buon accordo. Ma ammette: “Rimangono problemi da risolvere”.

L’accusa di molti la conosce: la solita minoranza, che non va mai fino in fondo.

Cosa vuol dire andare fino in fondo? Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo, un Senato eletto dai cittadini, anche se la forma è un po’ barocca: ma questi sono pedaggi da pagare al compromesso. La soluzione però è buona, e ce ne ha dato atto anche un costituzionalista come Michele Ainis, non tenero su questa riforma. Dobbiamo tener conto tutti dell’opinione pubblica. Secondo il sondaggio sul Corriere della Sera, oltre il 70 per cento degli italiani vuole un Senato elettivo e oltre il 60 vuole comunque l’approvazione della riforma.

Sarà un Senato di nominati. Il comma 2 dell’articolo 2 afferma che i Consigli regionali eleggeranno i senatori con metodo proporzionale.

Bene il proporzionale. E l’elezione avverrà in conformità delle scelte dei cittadini. I consigli si limiteranno a ratificare.

Verranno eletti con un listino bloccato, quindi saranno dei nominati.

E chi lo dice? Prima va scritta la legge elettorale: niente listini bloccati, ma collegi uninominali o preferenze.

L’articolo 38, ossia la norma transitoria, stabilisce che, in attesa dell’elezione dei nuovi Consigli regionali, a scegliere i senatori saranno solo i consiglieri. Non è un paradosso?

È un problema reale. Il principio dell’elezione diretta del Senato non può rimanere lettera morta.

L’articolo 38 è stato già approvato in doppia lettura conforme da Camera e Senato. Renzi non accetterebbe mai di modificarlo.

E invece credo proprio che il governo debba trovare il modo di rimediare.

Volevate una platea più larga per l’elezione del presidente della Repubblica. Non possono eleggerlo solo una Camera ipermaggioritaria e questo Senato. Non è che i nodi diventeranno una montagna, e buonanotte all’accordo?

Ogni giorno ha la sua pena. Un problema alla volta. Siamo d’accordo a migliorare il testo. Il Senato tornerà a eleggere due giudici della Consulta, e avrà competenze molto più ampie rispetto al testo licenziato dalla Camera, anche per il controllo del governo.

Perché Renzi si è convinto? Temeva di non avere i numeri o voleva recuperarvi per motivi di immagine?

Noto che i trenta senatori critici del Pd sono rimasti compatti. E Grasso ha fatto il suo mestiere di presidente. A questo punto, la linea dura non avrebbe avuto senso. Certo, questo compromesso si poteva raggiungere tre mesi fa: il Pd si sarebbe risparmiato la caccia ai transfughi e l’equivoco Verdini.

Equivoco?
Si è proposto come sostituto della sinistra ulivista. Ora sta a lui decidere se rimanere come ruota di scorta, oggetto di tante inchieste giudiziarie…

Lei parla di minoranza compatta, ma 4 o 5 sono contrari all’accordo. Laura Puppato vi accusa di aver “svenduto gli ideali per un piatto di trippa”.

Nel 2014, quando io e altri 13 non partecipammo al voto, Laura approvo’ il ddl Boschi, ben peggiore di come oggi si profila.

Avete trattato sulle poltrone? C’è in vista un rimpasto di governo.

Il governo non è pieno di fulmini di guerra, ma questo e’ stato un gioco pulito. Senza mercati.