Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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Riforme, siamo uomini o caporali?


Palazzo Chigi ha offerto la mediazione. La riforma del Senato va pertanto considerata cosa fatta. Questo scrivono i giornali. E tante persone che hanno votato Pd ne ricavano fatalmente la conclusione che, se i 20 firmatari del ddl Chiti insistono, allora aveva proprio ragione il premier a bollarli subito come una congrega di frenatori, una palude in cerca di visibilità che difende la poltrona e la prebenda. L’intervento di Massimo Mucchetti su l’Unità in tema di riforma del Senato. Sullo stesso argomento leggi anche la patata bollente: La riforma del Senato

Forse – dico forse perché non ho il dono della iattanza tipica dei leader – queste persone avrebbero un’altra opinione dei cosiddetti dissidenti Pd se i giornali avessero dato la notizia che i 20, in effetti, insistono e avessero pure spiegato le ragioni dell’insistenza. Certo, quando tanti giovani leoni “riformisti” salgono sul carro del vincitore, come 35 anni fa fece la sinistra socialista con Craxi, chi non obbedisce all’istante esce dal cono di luce. Ma, se ricordo come si fa il mestiere del giornalista, quando si ritiene interessante rendere nota un’offerta (di mediazione), si dovrebbe pure ritenere interessante dar conto della risposta. Ma sono forse stato educato male in quel giornale di sanculotti in cooperativa che tanti anni fa, a Brescia, sfidava l’onnipotente quotidiano delle banche dando le notizie che il potere non dava. Imparerò.

Nel frattempo, vorrei dar conto del perché, assieme agli altri 19, ho ripresentato sotto la forma rituale degli emendamenti, il tanto deprecato ddl Chiti. Sui casi Telecom e Banca d’Italia, si può anche rinunciare alle proprie ragioni per disciplina di gruppo parlamentare, ancorché sul primo caso ci fosse l’unanimità non del gruppo, ma del Senato. Ma ora è in gioco la Costituzione e sulla Costituzione nessun governo può chiedere la fiducia e nessun partito può imporre una disciplina militare. Altrimenti bisogna avere il coraggio di proporre l’abolizione dell’articolo 67 della Carta. La riforma costituzionale, insomma, interpella la coscienza di ciascun parlamentare. E lo pone davanti all’eterna domanda: siamo uomini o caporali?

Essere uomini può anche portare alla sconfitta, ma che ci vogliamo fare? Neanche volendo, riusciremmo a entrare nel mondo dei caporali. (Per i più giovani che non hanno visto il film di Mastrocinque, il discorso di Totò alla psichiatra sull’umanità, che si divide in uomini e caporali, si trova facilmente in rete). Ecco sogno che finalmente con Renzi e la sua forza trascinatrice, gli uomini possano vincere restando uomini. Per capirci, nessuno pensa che ascoltare la coscienza significhi attestarsi sul “prendere o lasciare”. E però la parola mediazione non può mascherare un pasticcio che non cambia la sostanza, anzi la peggiora.

Farsela andar bene così, sarebbe da caporali. La cosiddetta mediazione, se ho ben capito, prevede un Senato dove restino i governatori delle Regioni come membri di diritto, i cinque senatori a vita e tutti gli altri siano consiglieri regionali o comunali eletti dai loro pari, circa 70 mila persone. Sarebbe, questa, la traduzione italiana del modello francese, un compromesso tra chi vuole un Senato elettivo e chi lo vuole non elettivo. Purtroppo, non funziona. Se si vuol tradurre in italiano il modello francese, bisogna farlo bene.

Gli eletti negli enti locali deputati a scegliere il Senato di Parigi sono ben più numerosi, 180 mila, e soprattutto possono eleggere chiunque abbia compiuto i 24 anni. Di più, da marzo scorso non saranno candidabili sindaci e presidenti di regione per evitare il doppio mandato, che ha dato prova negativa. Al senato francese infine si giustappone l’Assemblea nazionale con i deputati eletti con doppio turno di collegio, e non la Camera dei deputati dell’Italicum, con premio di maggioranza a chi supera il 37% o vince il ballottaggio di coalizione con liste decise dall’alto. E un sistema, quello francese, con una forte coerenza interna. Vogliamo copiare invece di incollare, come stiamo facendo, parti di costituzioni altrui in una sperimentazione di pop art strapaesana?

Ottimo, purché si copi bene: non costruiamo un corpo elettorale autoreferenziale che si aggiunge ai governatori. Avremmo una seconda camera, secondaria nelle competenze quotidiane (una conferenza Stato Regioni travestita) e ipermaggioritaria nei criteri di formazione, ove si pensi alle leggi elettorali per Comuni e Regioni. Le quali leggi funzionano bene nelle istituzioni per cui erano state pensate e sarebbero pessime ove si attribuiscano al Senato poteri di codecisione con la Camera nella formazione delle istituzioni di garanzia. Con due camere ipermaggioritarie chiamate a eleggere il presidente della Repubblica (che fra l’altro nomina, su proposta dell’esecutivo, il Governatore della Banca d’Italia), i giudici della Corte costituzionale, i membri laici del Consiglio superiore della magistratura, i membri delle Autorità di garanzia, l’intero sistema dei pesi e contrappesi istituzionali verrebbe minato nella sua radice democratica.

Il potere verrebbe concentrato nelle mani del leader del partito vincente in una misura imprudente. Conclusione. Nessuno vuole fermare la riforma. Chi lo dice mente sapendo di mentire. Nessuno vuole conservare al Senato il voto di fiducia al governo e il voto sulla legge di stabilità. Nessuno vuole la navetta dei disegni di legge tra una camera e l’altra tranne che su alcune materie di interesse particolare. Per esempio, i diritti civili. Il fine, vita, per capirci, non è un affare da delegare in toto al maggioritario. Vorremmo un taglio dei costi del Parlamento doppio rispetto a quello proposto dal governo al duplice scopo di risparmiare di più e di avere una selezione più meritocratica dei candidati. Siamo curiosi di vedere chi non voterà gli emendamenti che riducono più o meno radicalmente il numero dei deputati, oltre ovviamente, a quello dei senatori. E quali argomenti porterà. (Quello della rappresentatività dei territori andrà confrontato con l’esperienza degli usa, Stato federale di 318 milioni di anime rappresentate da un Congresso con una Camera dei rappresentanti di 435 deputati e un Senato di 100. Entrambi elettivi, naturalmente)

Andare verso una Camera eletta con un sistema maggioritario migliore dell’Italicum e verso un Senato eletto su base proporzionale assieme alle Regioni, competente su materie di rilievo straordinario e sul controllo politico, per esempio sulle nomine, significa aggiornare, rafforzandola, la nostra democrazia. Il potere consacrato in mano a un leader dal combinato di riforma costituzionale e legge elettorale, senza la contemporanea modifica delle garanzie istituzionali tipiche dei regimi presidenziali, ci porta alla post democrazia. Si può fare tutto, a questo mondo. Ma non per vie oblique. Il 41% è una percentuale somma. Ma in materia istituzionale va accertato quanto del 59% condivide la tesi del 41%. Oggi siamo noi sulla cresta dell’onda. Domani chissà. La Costituzione deve valere per l’oggi e per il domani, garantendo che questo possa seguire a quello.