RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l'avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l'ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l'atroce padre. Di questi tempi, l'Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest'uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e' titolare.

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Salvare il Pd dal suo segretario


Non ha seguito Pierliugi Bersani, che pure l’ha coinvolto nell’avventura del Pd, nella sua scissione (e in questa chiacchierata ci spiega lungamente perché). Ha deciso di rimanere nei ranghi dei Dem e di condurre una battaglia dall’interno a Matteo Renzi e al suo modo di guidare il partito, dichiarando il suo sostegno allo sfidante, Andrea Orlando. Nonostante questo, Massimo Mucchetti, ex vicedirettore del Corriere della Sera e attuale presidente della commissione Industria del Senato, ha mantenuto intatte tutte le sue critiche al renzismo. Sentite qui: “Rilevo una subalternità dell’attuale leadership del Pd verso circoli opachi come quello che si stringe attorno al massone Bisignani e verso culture anglicizzanti che sembrano moderne e invece sono state smentite dalla storia recente”. Parole quasi da opposizione. Alessandro De Angelis intervista Massimo Mucchetti su Huffington Post.

Senatore Mucchetti, non crede che qualcuno del governo dovrebbe venire in Parlamento a spiegare e fare chiarezza su quel che sta emergendo nell’inchiesta Consip?

Nel rispetto dell’indipendenza della magistratura, sì. Consip è un soggetto giuridico pubblico.

In tutte le inchieste c’è un piano giudiziario e un piano tutto politico. Leggiamo politicamente quel che emerge.

Questa inchiesta può influire sul congresso del Pd e, a cascata, sugli equilibri politici nazionali. Non me lo auguro, perché la politica deve risolvere in autonomia le sue difficoltà. Purtroppo troppi hanno cercato di utilizzare le inchieste nel proprio interesse. Il centro-sinistra contro Berlusconi. Ora vedremo le decisioni della Corte europea. Berlusconi contro Prodi con il presunto scandalo Telekom Serbia. Una bolla di sapone. Renzi contro Letta quando chiese le dimissioni del ministro Cancellieri per una telefonata di cortesia alla signora Ligresti senza alcun seguito pratico e ora, con qualche ragione in più, contro il sindaco Raggi. Ora tocca ai Cinquestelle attaccare la famiglia Renzi e il ministro Lotti. Siamo allo schiaffo del soldato.

Non crede che questa inchiesta squarci un velo di ipocrisia sulla retorica “nuovista” di questi anni. Insomma, il Re è nudo. E il Re è un sistema di potere familistico – il papà, Lotti – fatto di zone d’ombra, di legami limacciosi.

Mi astengo dal giudicare i giudici e i loro imputati reali o potenziali. Preferisco, se devo guardare al mondo che mi è vicino, sottolineare la subalternità dell’attuale leadership del Pd verso circoli opachi come quello che si stringe attorno al massone Bisignani e verso culture anglicizzanti che sembrano moderne e invece sono state smentite dalla storia recente.

Alcuni giornali la davano fra i fuoriusciti dal Pd e invece lei non entra nel gruppo dei Democratici e progressisti. Ci ha ripensato?

Le pare? Ma come avrei potuto immaginare di uscire da un club del quale non sono mai stato socio?

Non sfugga. Lei resta nel gruppo parlamentare Pd al Senato. Dunque non condivide la scissione. Perché?

Non l’ho seguita, perché non mi pare conveniente per il centro-sinistra regalare il Pd a un Renzi sempre più egoriferito e sempre meno vincente nell’opinione pubblica, e tuttavia non considero i colleghi in uscita dei compagni che sbagliano. Hanno parecchie ragioni.

Equilibrismi.

Non tanto. Chi ha sbagliato davvero e’ Matteo Renzi.

Dice?

Si’. E per due ragioni. La prima consiste nei risultati deludenti del suo governo. A parte le unioni civili sulle quali, peraltro, pure la Chiesa si è ormai aperta, che cosa portiamo a casa? Zero crescita e un debito pubblico che sale nonostante i tassi infimi. Tra non molto negli USA i tassi saliranno. In Europa Draghi non è eterno. Senza prendere il toro per le corna, l’Italia rischia una nuova crisi finanziaria.

Mille giorni di riforme.

Mah. Renzi ha fallito sulla riforma costituzionale, bocciata dal Paese. Ha posto tre volte la fiducia su una legge elettorale che il mondo ci avrebbe invidiato e sappiamo com’è finita. Ha preso abbagli gravi e costosi sulle banche seguendo i consigli fallimentari di JP Morgan anziché l’interesse nazionale. Ha dimostrato idee confuse sul ruolo dello Stato nell’economia, affidando la Cassa depositi e prestiti a un banchiere di scuola Goldman Sachs, mentre aveva in mente uno Stato interventista, come dimostrano le decisioni correnti: dall’offerta semi pubblica per l’Ilva al via libera dato riservatamente a Intesa Sanpaolo sulle Generali, salvo scoprire che la banca aveva fatto male i conti. Si è rivelato modesto sulla questione del lavoro, trattata attraverso sussidi costosi e temporanei anziché concentrare le risorse sugli investimenti e affrontare, magari, la redistribuzione del lavoro mangiato dalle nuove tecnologie attraverso una manovra sugli orari. Renzi non è stato efficace sulla scuola e sulla pubblica amministrazione. Insegue il populismo dei Cinquestelle nel rapporto con la politica, pur essendo un politico di mestiere. Non dimostra visione del futuro mettendosi prono davanti alle multinazionali del web e accettando senza un amen la fuga delle società italiane verso i paradisi fiscali, quasi una complicità.

Parola grossa, complicità.

Quando non si fa nulla sulla exit tax, che penalizza il trasferimento di base imponibile all’estero, e nulla si fa sul voto maggiorato, che dovrebbe stabilizzare gli assetti di controllo ai fini dei piani industriali a lungo termine, si incoraggia il trasferimento delle sedi dei grandi gruppi in Olanda o Lussemburgo, come è avvenuto con l’intero gruppo Agnelli. Quando si nomina commissario per l’Italia digitale un dirigente di Amazon che ad Amazon tornerà e si bloccano i disegni di legge sulla web tax, scelga lei parole diverse.

Ma se Renzi ha appena dichiarato di essere pronto a introdurre la web tax non appena l’Ocse e la UE la definiranno…

Di ritorno dalla California, la terra di Google e di Apple, le aziende più ricche e dunque più influenti del mondo, Renzi ha evocato la web tax per impadronirsi sul piano della propaganda di un tema sollevato da altri e per affossarlo nella realtà.

Addirittura? Renzi sbaglia sempre?

Stiamo ai fatti. Come lei sa, l’Ocse è dominato dagli USA, la patria degli Over the top che aborrono la web tax. E la UE e’ da sempre bloccata da Olanda, Irlanda e Lussemburgo, paradisi fiscali euro accettati. Aspetta e spera. Eppure, il governo conservatore del Regno Unito l’ha introdotta, la web tax, mentre sono tre anni che Renzi blocca ddl ed emendamenti analoghi alla norma inglese sia alla Camera che al Senato. Che ha fatto Palazzo Chigi? Ma una commissione di studio,meno? E poi ha chiuso la relazione finale nel cassetto. Ma c’è addirittura di peggio. Il MEF si oppone alla web tax perché non avrebbe copertura. Capite? Le tasse generano gettito, poco o tanto che sia, non spesa, e si parla di copertura? Da non credere. Ma questo passano il convento renziano e talune burocrazie ministeriali.

Abbiamo capito. A suo parere, Renzi ha governato male. E poi? Quale sarebbe la seconda imputazione a carico del povero Matteo?

Da tempo l’ex premier, che sogna di cancellare la parolina ex al più presto, appare inadatto a governare il Paese: unfit to run Italy, direbbe The Economist. Ma dopo la sconfitta campale subita nel referendum, che ha intestato al Pd, Renzi si sta sempre più rivelando inadeguato anche per guidare il partito.

Ma se si è dimesso. Che altro poteva fare?

Si è dimesso per ricandidarsi il giorno dopo. Dimissioni con l’elastico. A Scalfari che lo intervistava, Veltroni ha ricordato come lui lascio’ la carica davvero, senza ricandidarsi, quando capì che, restando, avrebbe minato l’unità del partito. Perché Renzi non ha preso esempio da Walter? Dopo mille giorni di governo e milioni di tweet, una vacanza studio gli farebbe bene. E’ giovane. Tra qualche tempo potrebbe tornare con idee nuove e più forti.

Sarebbe una fuga, dice lui.

Non starò a ricordargli che aveva promesso di ritirarsi addirittura dalla politica ne’ a citare Cameron che, dopo Brexit, lo ha fatto davvero, senza recite. Confesso soltanto stupore di fronte a un signore che si sente indispensabile. I genitori possono ritenersi indispensabili per i figli, se piccoli. Ma gli italiani sono adulti. Renzi si sente forse il padre della patria?

Guerini direbbe che le sue dichiarazioni trasudano odio. La Serracchiani aggiungerebbe che si occupa solo di Renzi e non del Paese.

Bollare le critiche come manifestazioni di odio e’ un vecchio trucco berlusconiano per buttare la palla in tribuna. Del resto, si tratta di argomenti perfettamente reversibili da chi li subisce su chi li usa. Si leggano i botta e risposta tra Renzi e D’Alema. Guerini e Serracchiani sanno leggere e certo riconoscerebbero che, nel risponderle, ho toccato solo scelte politiche che impattano sul Paese.

Lei ha citato Veltroni. Ma Veltroni e Scalfari, nel loro dialogo su Repubblica, si pronunciano contro la scissione.

Veltroni e’ stato il primo segretario del Pd. E’ normale e comprensibile che invochi l’unità. Ma il giornalista che sopravvive in me sottolinea il nuovo, non l’ovvio, e si incuriosisce sul Veltroni che rievoca oggi la sua scelta di lasciare, una sorta di estremo, indiretto appello a Renzi affinché compia l’unico gesto riconciliatore prima della formazione dei nuovi gruppi parlamentari…

Ma Scalfari non insiste su questo punto. Anche lui, già acerbo critico di Renzi, non sostiene la scissione.

È vero. Ma in quel dialogo ho visto dell’altro. Le racconto un episodio. Un artista amico mio, appassionato di giornalismo, ha commentato quest’ultimo Scalfari più o meno così: “Caro Massimo, mi hai sempre detto che Scalfari è stato, con Luigi Albertini, il più grande giornalista del Novecento. Io ho sempre preferito Montanelli, ma tu contrapponevi l’insuccesso dei quotidiani da lui fondati e diretti, il Giornale e la Voce, ai trionfi del Corriere nel primo quarto del Novecento e della Repubblica nell’ultimo quarto, per non dire dell’Espresso. Ma tu, caro Massimo, aggiungevi che pure il grande Albertini scriveva talvolta articoli gravi e sbagliati come quelli a sostegno di Cadorna e delle offensive sull’Isonzo”. Il mio amico concludeva che Scalfari aveva fatto altrettanto convertendosi infine al Renzismo. Ho dissentito. A questo amico ho a mia volta ricordato come commentammo trent’anni fa la grande mostra di Tiziano a Venezia: “L’ultimo Tiziano deforma il disegno attraverso l’uso smodato del colore e della luce, caro Beppe. Ormai ci vedeva poco, azzardai io. Ma tu osservasti: l’indebolirsi dell’occhio rafforza la capacità di vedere dell’anima attraverso il colore, oltre la forma. L’ultimo Tiziano anticipa l’Ottocento…

Morale?

Ecco, Scalfari sorvola la cronaca e fa intravedere, con l’aiuto di Veltroni, la storia che possiamo costruire destrutturando quanto vediamo oggi, rimettendo in gioco i nostri pensieri consolidati, come Tiziano fece con l’arte sua precedente. Veltroni e Scalfari ricordano il Berlinguer unitario del 35% e così ci invitano a pensare: il 35% lo prese anche il Pd di Veltroni, ma come Berlinguer trovò una Dc al 38% così Veltroni trovò un Berlusconi oltre il 40%. Nella Prima Repubblica, la somma delle famiglie politiche ora confluite nel Pd superava il 50% dei voti senza premi di maggioranza. Il Pd a vocazione maggioritaria non ha mai nemmeno sfiorato quella percentuale. Il punto oggi non è piangere sulla scissione, per quanto dolore venga da una separazione che non è ancora divorzio, ma pensare a come riunificare il centro-sinistra.

Beh, evitare la scissione avrebbe aiutato.

Se si fosse mosso Renzi, certamente si’. Se i Democratici e progressisti fossero rimasti in casa, dico: forse. Vede, la scissione ha l’ambizione di offrire una casa a quella parte dell’elettorato del centro-sinistra che ha perso fiducia in Renzi e, spesso, e’ rifluita nel non voto. La leadership mediatica di Bersani e di D’Alema, inevitabile almeno in questa prima fase, mobilita alcuni e non viene accettata da altri…

Da lei, per esempio?

Personalmente, ho molta stima di entrambi senza mai essere stato dalemiano quando D’Alema premier aveva stuoli di adulatori ne’ bersaniano in questi anni, ancorché Pierluigi mi ha abbia chiesto di cambiare lavoro ed entrare in Senato. Ma registro la percezione divisa dell’elettorato. Le nuove leadership andranno conquistate sul campo. In positivo, senza dannare alcuna memoria. Renzi ha avuto la chance di cambiare le cose, essendo libero dalle eredità della storia che, invece, possono pesare sui vecchi leader. Ma carattere e coraggio non bastano se non hai una visione politica e una capacità di direzione adeguate. E così, in attesa e in funzione della rivoluzione culturale che nel tempo superi il blairismo senza tornare indietro, si apre il problema del domani prossimo. Il Pd e il movimento dei Dp dovranno parlarsi e incontrarsi di nuovo, se il centro-sinistra vuol vincere le elezioni. E allora credo che due siano gli sforzi da fare: sostenere Giuliano Pisapia nel ruolo di federatore civico dei due tronconi democratici e delle altre aree del centro-sinistra; porre fine alla leadership di Renzi nel Pd per facilitare questo processo e favorire una nuova cultura di governo.

E chi al posto di Renzi?

Non essendo iscritto al partito non partecipo al congresso, ma alle primarie andrò. E voterò per Andrea Orlando, che anche nel renzismo imperante ha conservato un tratto inclusivo e che, ora, non chiude al dialogo anche con i Democratici e progressisti e corregge l’idea pericolosa di concentrare in una sola persona la leadership del governo e quella del partito…

Una concentrazione che il Pd ha sempre propugnato.

La Chiesa può considerare inviolabile il suo catechismo, perché ha duemila anni di storia. Il Pd ha uno statuto con solo 10 anni alle spalle. E non l’ha scritto Javhe’ sul monte Sinai. Speriamo che il popolo del centro-sinistra dia al Pd la saggezza per correggere gli errori e per cambiare cavallo.

Ci crede?

Se Renzi non avrà la maggioranza assoluta, non sarà automaticamente riconfermato segretario. Deciderà allora l’Assemblea nazionale del partito formata in modo proporzionale dai rappresentanti delle liste concorrenti. Se avesse il 50,1% alle primarie, vedremo se sarà capace di risalire la china alle amministrative dopo le sconfitte del giugno scorso. Comunque vada a finire, facciamo quel che si deve, accada quel che può.