Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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Petrolio sempre più tight


Dopo lo shale gas, il tight oil. Se il controllo delle fonti energetiche è un pilastro del potere e un fattore competitivo cruciale, con l’uno, lo shale gas, è cambiato molto, con l’altro, il tight oil, potrebbe nel giro di qualche anno cambiare tutto. A partire dagli USA, prima economia del mondo attuale, per finire alla Cina, che diventerà la prima economia del mondo entro il 2030, secondo le previsioni CEBR.

Quali saranno dunque le conseguenze per l’Italia e per l’Europa sul piano della strategia energetica e su quello delle relazioni commerciali, in particolare delle relazioni transatlantiche? Alla vigilia delle nomine al vertice di Eni ed Enel, l’azionista governo dovrebbe avere e manifestare opinioni precise.

Le tecniche di estrazione del tight oil stanno diventando sempre meno costose. SACE ha rilevato come la produzione USA di greggio stia aumentando al ritmo del 5% l’anno a partire dal 2008. E, secondo l’EIA, si può prevedere che gli USA passeranno dagli attuali 8,5 milioni di barili al giorno ai 10 milioni del 2020. Ma già a novembre la bilancia commerciale petrolifera americana era diventata positiva. Replicando i successi raggiunti nel gas con la produzione domestica da fratturazione idraulica delle rocce.

L’autosufficienza energetica ha favorito negli USA la ripresa non solo dell’industria della raffinazione, ma anche delle attività manifatturiere. Non sono rari i casi di rimpatrio di industrie in precedenza delocalizzate. Il governo USA non ha ancora aperto pienamente alle esportazioni di gas liquefatto, perché tiene ad alimentare un certo eccesso di offerta nel mercato interno allo scopo di tenere bassi i prezzi del gas e con ciò sostenere la reindustrializzazione. Almeno fino a quando le tecniche di estrazione non avranno fatto tali progressi da consentire il duplice vantaggio di esportare gas sui mercati remunerativi dell’Europa e dell’Asia e di sostenere la manifattura domestica. E’ presumibile che a stessa politica venga seguita dal governo USA con il tight oil. Ma gli USA non sono soli.

Nei giorni scorsi, il Financial Times ha annunciato l’avvio delle ricerche dell’estrazione di shale gas in Cina, dove le riserve teoriche sono addirittura superiori a quelle americane. E nulla ancora sappiamo sulla Russia, se non che ha le maggiori riserve di petrolio e gas non convenzionali. La posizione dei Paesi OPEC perde peso specifico, ma non va dimenticato che molti di questi Paesi, dall’Arabia Saudita al Venezuela,  possono far leva su costi industriali bassissimi.

Nessuna posizione è dunque acquisita in modo stabile, come nel Novecento. Certo è che il negoziato tra USA e Unione Europea per costituire un Mercato Unico Atlantico non potrà non includere anche la liberalizzazione del mercato dei diritti minerari oil & gas negli USA. Al tempo stesso andrà rinegoziato il rapporto con la Russia e gli altri grandi fornitori.

Diversamente andiamo al suicidio commerciale dell’Europa. Ma in questo quadro in evoluzione, quale dovrà essere il ruolo di un’Eni e un’Enel che, ancora nel 2010, negavano la svolta dello shale gas e nulla intravedevano nel tight oil?

Belfcenter, Harvard;

Agi Energia.