LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Senato, accordo a portata di mano


Il sistema dei “pesi e contrappesi” può avere il suo baricentro nel Senato. Ma per poter assolvere a questo delicato compito il Senato deve essere autorevole. L’autorevolezza di un’assemblea parlamentare deriva dalle sue competenze e dalla reputazione dei suoi membri. Massimo Mucchetti, dalle colonne dell’Unità, commenta il percorso delle riforme costituzionali che riparte oggi a palazzo Madama.

Il Senato inizia oggi la terza lettura della riforma costituzionale avendo alle spalle due novità rispetto a quando la Camera aveva concluso la seconda lettura. La prima novità, di rilievo internazionale, è  costituita dal referendum greco. Ad Atene il governo si è rapportato al corpo elettorale in chiave di contestazione dell’establishment europeo in una tensione rottamatrice dagli esiti incerti per tutti. L’altra novità, di carattere interno, è costituita dalla disponibilità del premier ad affrontare la questione dei “pesi e dei contrappesi istituzionali” nel quadro della riforma.

Le decisioni del Senato, dunque, non saranno, nemmeno se ne avessero la parvenza, un esercizio di ordinaria burocrazia. La combinazione di Italicum e riforma elettorale genera, nei fatti, un premierato forte, sostenuto da un Parlamento centralizzato. Il ballottaggio nazionale tra due liste che si contendono il premio di maggioranza avrà un tasso di rappresentatività tanto meno elevato quanto più bassa sarà la soglia raggiunta dai due contendenti al primo turno.

Con la sua apertura, Matteo Renzi dice che il sistema di “pesi e contrappesi”, architrave di ogni democrazia, non è disegnato ancora nel migliore dei modi. La Grecia aggiunge che le ordalie ai tempi della recessione possono avere esiti non garantiti. Tutta la classe di governo europea, quella italiana inclusa, ha fatto campagna per il sì, pena il salto nel buio. E i greci hanno votato no, consolidando un governo antisistema.

I lavori della Commissione e poi dell’Aula del Senato offrono l’occasione di stipulare in tempi rapidi un accordo di alto profilo, che può iniziare dentro il Pd e si potrà poi estendere alle altre forze politiche assicurando un consenso vasto, e dunque un percorso senza più ostacoli anche alla Camera. Nessuno contesta la necessità di rafforzare l’azione di governo: la fiducia deve essere data da una sola Camera; il bicameralismo paritario nella legislazione, per così dire, ordinaria va archiviato.

Nessuno vuole tornare indietro. Ma quali saranno i contrappesi, specialmente con una Camera dei deputati ipermaggioritaria (la legge truffa dava il premio a chi superava il 50%, non il 40) e con un premierato forte che oggi ci da’ Renzi e domani chissà? Chi e come potrà esercitare le funzioni di controllo attraverso l’azione parlamentare diretta e attraverso la partecipazione all’elezione degli organi di garanzia, dalla presidenza della Repubblica alla Suprema Corte?

La risposta dei 25 senatori del Pd, firmatari del documento diffuso la settimana scorsa, è semplice: il sistema dei “pesi e contrappesi” può avere il suo baricentro nel Senato. Ma per poter assolvere a questo delicato compito il Senato deve essere autorevole. L’autorevolezza di un’assemblea parlamentare deriva dalle sue competenze e dalla reputazione dei suoi membri. La garanzia della buona reputazione dipende da chi conferisce il mandato. Temo che, nell’Italia del 2015, nessuna fonte di legittimità sia migliore dell’elezione diretta.

Personalmente, terrei distaccato il più possibile il Senato dalle Regioni, troppo numerose e troppo scadute nella considerazione degli italiani. Non vedrei niente di scandaloso a continuare a eleggere il Senato assieme alla Camera. Ma se i costituzionalisti lo ritenessero improprio nel momento in cui solo la Camera darà la fiducia, non farei una tragedia se il Senato venisse votato nel corso delle elezioni regionali, ma con una lista a parte e con una marcata proporzionalità nell’assegnazione dei seggi.

La riduzione del numero dei senatori, d’altra parte, mi pare ottima. Una selezione più stringente aumenta la qualità dei selezionati. E allora mi domando perché, magari in proporzione minore, non si riduca anche il numero dei deputati. Aiuterebbe – meglio di altre, pur interessanti soluzioni – a riequilibrare la platea dei grandi elettori del presidente della Repubblica, dei giudici della Corte e perfino dei consiglieri Rai tra nominati con premio di maggioranza ed eletti con metodo proporzionale. E aiuterebbe anche a legiferare in modo meno divisivo sulle materie riservate ancora al meccanismo bicamerale: diritti civili e politici, trattati, revisioni costituzionali e così via.

Un accordo politico di tale respiro, se sarà possibile raggiungerlo, non potrà non essere recepito nelle forme dovute dal testo costituzionale. Delegare l’elezione diretta del Senato, con quel che vi è connesso, alla legge ordinaria pare soluzione non adeguata. Non seguo certo chi sospetta come, per questa via, si trasferirebbe una decisione, ora affidata alla libertà di coscienza del parlamentare in materia costituzionale, a un livello inferiore, dove prevale la disciplina di partito. Credo più semplicemente che la Costituzione si cambia nella Costituzione. Specialmente nell’epoca dei populismi di destra e di sinistra.