LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Stato azionista e nomine


La risoluzione che la Commissione Industria propone oggi all’assemblea del Senato riguarda le modalità con le quali lo Stato esercita il suo ruolo di azionista nelle grandi imprese delle quali detiene il controllo di diritto o di fatto. Questa risoluzione, votata all’unanimità dalla Commissione con il parere favorevole del governo, ha concluso un affare assegnato nel corso del quale sono stati analizzati i risultati di Eni, Enel, Leonardo, Terna e Poste Italiane, i cui vertici erano in scadenza. Abbiamo anche studiato Fincantieri, impegnata nell’acquisizione degli Chantiers de l’Atlantique. L’intervento in aula al Senato di Massimo Mucchetti sulla risoluzione della Commissione Industria sulle partecipate che è stata approvata oggi da palazzo Madama.

L’analisi è stata fatta sulla base della documentazione ufficiale delle società posta in relazione con le audizioni degli amministratori delegati. I risultati sono riassunti nella relazione che accompagna la risoluzione. Il lavoro della Commissione Industria non voleva ne’ poteva essere esaustivo dell’intero mondo delle grandi aziende pubbliche che comprende anche le Ferrovie dello Stato, Sts Microelectronics, SNAM, Saipem, Enav, Anas, Sace, Fintecna, Sogin e altre ancora. Ma con questa iniziativa la Commissione ha voluto rappresentare l’esigenza di una maggiore accountability da parte dello Stato azionista, offrendo anche un metodo di intervento analitico rispettoso dei ruoli, che sono e devono rimanere diversi, del governo e del parlamento.

Vedete, un simile lavoro d’indagine e una simile risoluzione non sarebbero state attuali nel Parlamento di vent’anni fa. Ancorche’ gli archivi della Commissione Bilancio della Camera conservino una relazione esemplare sulle privatizzazioni fatte fino al 2000 a opera, gratuita, dell’Ufficio studi di Mediobanca.

Negli anni Novanta, infatti, l’obiettivo comune alla grande maggioranza della classe politica era costituito dalle privatizzazioni. Storici ed economisti hanno maturato con il tempo pareri discordanti su quelle scelte: sull’impatto che ebbero sul sistema della grande impresa in Italia, sul debito pubblico, sui mercati finanziari. Considero cruciale, per l’azione di governo, approfondire questi punti sulla base dei dati di realtà, evitando di torcere la storia ai pregiudizi di ciascuno. Ma non è questa la sede per un tale dibattito. Per oggi basterà ricordare come, in quella stagione, si trasformarono gli enti pubblici economici, e cioè l’Iri, l’Eni, l’Enel e l’Ina, in quattro società per azioni.

La prima e l’ultima non esistono più. L’Ina fa ormai parte del gruppo Generali. L’Iri e’ stato messo in liquidazione nel 2000 dal governo D’Alema e la procedura si è conclusa due anni dopo. Eni ed Enel sono state quotate in Borsa e restano sotto l’egida dello Stato. La proprietà delle partecipazioni venne trasferita direttamente in capo al Tesoro. Esemplare fu, a tal proposito, il trasferimento della partecipazione in Telecom Italia propedeutica alla privatizzazione.

L’attribuzione diretta delle società al Tesoro aveva lo scopo di facilitarne la vendita o, quando questa prospettiva fosse esclusa, aveva lo scopo di assegnare a queste aziende l’obiettivo di creare valore per l’azionista secondo la teoria che, in quegli anni, aveva corso indiscusso sui mercati finanziari e presso la grande maggioranza della classe politica.

Nel 2003, alcune delle principali partecipazioni del Tesoro vennero cedute alla Cassa depositi e prestiti nel frattempo trasformata in società per azioni e posta fuori dal perimetro delle pubbliche amministrazioni. L’ingresso delle fondazioni bancarie nella Cassa rafforzò, se possibile, la richiesta di dividendi alle partecipate. L’articolazione della Cassa in alcuni fondi di investimento favori’ poi l’intervento della mano pubblica in altre società, purché in attivo.

Oggi la Cassa partecipa, in cordata con altri investitori italiani ed esteri, alla gara per l’acquisizione dell’Ilva e il Tesoro torna azionista di controllo nel Monte dei Paschi di Siena, dal quale era uscito nel 1990, in seguito alla legge Amato-Ciampi, ed entra nella banca derivante dalla fusione delle ex popolari venete, della cui compagine azionaria non aveva mai fatto parte prima. In questi anni, il governo ha perfino progettato una società pubblica per i turn around di aziende private senza immediate soluzioni di mercato per evitarne la chiusura.

Le privatizzazioni non sono uscite dall’agenda di governo. Ma, a differenza degli anni Novanta, si tratta per lo più del collocamento in Borsa di partecipazioni che non fanno venire meno il controllo da parte dello Stato. Naturalmente, su questo aspetto si possono avere idee diverse, anche opposte. Ma su un punto la Commissione e’ stata unanime: fino a quando lo Stato conserva il controllo di diritto o di fatto di un’azienda, fino a quel momento il governo ha un inderogabile obbligo di trasparenza e di indirizzo. L’azionista di controllo non è un mero tagliatore di cedole.

Di qui il primo punto della risoluzione che la Commissione Industria propone all’aula: rendere noti gli atti volti alla definizione delle liste per i consigli di amministrazione, con particolare riferimento al concerto del Tesoro con gli altri ministeri competenti per materia e all’eventuale ruolo di palazzo Chigi nel quadro dei suoi poteri di indirizzo e di coordinamento. Il ministro Padoan ha poi riferito al Parlamento. È stato un primo passo. Altri, anche più ricchi di informazioni, potranno seguire in futuro.

Il secondo punto della risoluzione impegnava il Presidente del Consiglio a emanare nel più breve tempo possibile il decreto sui requisiti di onorabilità, professionalità e autonomia degli amministratori delle società pubbliche non quotate e a operare per armonizzare gli statuti delle società quotate sulla cosiddetta clausola etica. Ho usato l’imperfetto non senza ragione. La risoluzione è datata 15 marzo. Il decreto è stato varato il giorno dopo, due giorni prima delle nomine.

Come è stato ricordato dal ministro Padoan, quest’ultimo decreto non cancella la normativa precedente, ma la integra allo scopo di tenere conto dei poteri decisori delle assemblee. Un limite, questo dei poteri delle assemblee, che viene ricordato anche nella risoluzione. Di fatto, la formulazione sulla clausola etica che risulterebbe più accettabile sui mercati e’ quella adottata dall’Enel dove per altro, in prima battuta, l’assemblea aveva accolto anche la prima, più drastica versione, rigettata invece dalle assemblee di Eni e Finmeccanica, ora Leonardo.

Il quarto punto è assai delicato e riguarda i conflitti di interesse. Sembra scontato, ma l’esperienza ci dice che potrebbe non esserlo.

Il quinto punto subordina la riconferma degli amministratori uscenti a un’analisi rigorosa dei risultati, considerando non solo il ritorno per l’azionista ma anche le ricadute più generali dei piani industriali perseguiti. Segnalo l’invito a valutare, in particolare, l’effettiva consistenza delle attività immateriali e del portafoglio ordini, cruciali per la tenuta e lo sviluppo delle aziende. Questioni sulle quali la responsabilità legale appartiene ai consigli di amministrazione, e tuttavia oggetto di penetrante attenzione nelle holding di partecipazioni del settore privato. L’azionista pubblico non può certo essere meno attento.

Il quinto punto esorta alla ricerca di un equilibrio tra gli interessi dello Stato azionista e quelli più generali e permanenti dello Stato regolatore ai fini di sviluppare la politica della concorrenza.

Di particolare rilievo, a mio parere, è il sesto punto. In caso di collocamento in Borsa di pacchetti azionari di proprietà dello Stato, il governo dovrà considerare non solo la riduzione del debito pubblico e il conseguente risparmio sugli interessi, generati dall’incasso, ma anche la rinuncia ai dividendi che ne deriva. Nel capitolo sulle Poste della relazione di accompagnamento, si svolgono alcune considerazioni in materia.

Cinque altri punti offrono indirizzi sul ruolo delle presidenze dei consigli di amministrazione e sui principi generali per la remunerazione del top management, evitando per esempio che siano erogati premi di fine rapporto a chi passa da un’azienda a un’altra quando siano entrambe a controllo pubblico. Non è scontato come potrebbe sembrare. In passato è accaduto.

Voglio ricordare infine due punti di particolare valore politico. Il primo, ispirato al Dodd Frank Act, invita lo Stato azionista a esigere da chi designa al ruolo di amministratore l’impegno a operare affinché i consigli diano in bilancio informazioni più dettagliate sul costo del lavoro consolidato e su quello delle attività italiane allo scopo di legare gli eventuali incrementi della retribuzione dei capi azienda al miglioramento dei salari italiani secondo le proporzioni che i consigli di amministrazione stabiliranno.

Credo sia un sentiero di mercato per contrastare le disuguaglianze più ingiustificabili. Do atto alle società ascoltate in commissione di aver fornito informazioni interessanti sul costo del lavoro. Restano spesso carenti, invece, le informazioni sulla total compensation dei capi azienda, perché si evita il calcolo pro forma delle buone uscite.

Si chiede da ultimo ai designati per i consigli di operare affinché siano rese note in bilancio o in una relazione allegata le spese per la pubblicità, le sponsorizzazioni e le liberalità nonché i relativi destinatari. Queste spese, infatti, possono essere fatte per finalità imprenditoriali, e allora rappresentano un costo operativo normale, oppure possono anche essere usate per costruire consenso attorno al top management, e questo non sarebbe nell’interesse non solo dello Stato azionista ma di tutti gli stakeholder. E’ questo un punto che viene ripreso nel ddl Concorrenza che quest’aula ha approvato nei giorni scorsi.

La risoluzione si conclude nel segno dell’accountability invitando il governo a trasmettere al Parlamento una relazione annuale sull’andamento delle società alla luce dei mandati loro assegnati.