LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Tim, tre mosse per la rete


Un negoziato tra il governo e gli azionisti di Telecom, i francesi di Vivendi, è in corso – nonostante le smentite del gruppo telefonico – per decidere le sorti dell’infrastruttura fissa. L’operazione dovrebbe passare per la scissione proporzionale di Tim in una società di servizi e una di rete, il cui controllo – pari al 23,9% da parte di Vivendi – verrebbe ceduto alla Cdp.

Ed è proprio nel quadro di questo negoziato che il senatore Pd, Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria, rilancia la proposta di un percorso diverso per arrivare allo stesso obiettivo. Un progetto in tre tempi che – previo accordo tra esecutivo e Vivendi e la revisione del quadro regolatorio da parte di Agcom – inizia con la vendita di Open Fiber a Telecom che pagherebbe con azioni di nuova emissione Cdp ed Enel, soci di Open Fiber. Questi potrebbero così detenere tra il 5 e il 7% del capitale. Subito dopo si dovrebbe societarizzare la rete.

E poi scatterebbe la scissione proporzionale, attribuendo un’azione della nuova società della rete ad ogni azione della vecchia. A quel punto sarebbe possibile chiudere il cerchio con Cdp e Enel che, cedendo il pacchetto Telecom, avrebbero i mezzi per arrotondare la partecipazione nella rete fin verso il 25% rilevando buona parte del pacchetto di Vivendi. Non tutto per non incorrere nell’obbligo di Opa. Il mercato sarebbe comunque soddisfatto perché la società della rete verrebbe valutata in base alla RAB con i multipli tipici delle infrastrutture regolate. E questo determinerebbe una creazione di valore per i soci avendo la somma delle parti un valore superiore a quello dell’attuale intero.

« La proposta ha il vantaggio di togliere dal campo il dibattito sul prezzo della rete di Telecom, che rischia di non avere mai una conclusione condivisa senza risolvere il problema principale, ovvero la coesistenza di due reti per la banda larga, un caso unico in Europa. Del resto è lo stesso presidente di Open Fiber, Franco Bassanini, ad auspicare una società unica della rete», commenta Mucchetti. «Con la scissione, il valore della rete sarebbe espresso dal mercato e il management sarebbe libero di scegliere i migliori investimenti da fare».

Se, invece, come sembra l’orientamento attuale della trattativa sotto traccia dell’esecutivo con i francesi, fosse la Cdp a rilevare il 23,9% del capitale della società delle rete di Telecom post scissione, essa dovrebbe sborsare – nell’ipotesi di un valore di 6-7 miliardi – almeno 1,5 miliardi. «Temo che quel prezzo porterebbe con se robusti stranded cost a carico dei consumatori – osserva Mucchetti – e poi mi chiedo che cosa farebbe la Cdp della partecipazione in Open Fiber. Se volesse fonderla supererebbe il 25% e dovrebbe lanciare l’Opa, se la comprasse avrebbe un altro esborso. Non sarebbe meglio arrivare allo stesso obiettivo senza guerre e con vantaggi per tutti?”.