Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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Spot Tv, se Rai fa dumping


La Rai odierna offre spot a prezzi spesso inferiori a quelli delle tv commerciali, come ha denunciato Urbano Cairo, di La7. Dumping finanziato dal canone. La Rai, che ormai regge solo con le partite straordinarie, sta rompendo il compromesso storico. Così Massimo Mucchetti, intervistato da Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano, affronta il tema della riforma della tv pubblica, in discussione al Senato.

Senatore Massimo Mucchetti (Pd), la convince la riforma della Rai che il Parlamento sta per votare?

Poco. Nel 2004, Berlusconi disegnò il sistema integrato delle comunicazioni. Troppo
schiacciato sui suoi interessi. Lo si criticò, a ragione. Tuttavia, la legge Gasparri aveva ambizioni sistemiche, coinvolgeva tv, telecomunicazioni e giornali. Dopo 11 anni, non andrebbe sottoposta a verifica?

Che cosa è cambiato?

Tutto. Nel 2004 la Rai era il secondo operatore, dopo Mediaset. Oggi è terza, superata da Google che fattura il doppio. E la Rai odierna offre spot a prezzi spesso inferiori a quelli delle tv commerciali, come ha denunciato Urbano Cairo, di La7. Dumping finanziato dal canone. La Rai, che ormai regge solo con le partite straordinarie, sta rompendo il compromesso storico.

Compromesso storico?

Per 35 anni, gli spot Rai sono stati più cari di quelli della tv commerciale. Avendo il canone, la Rai può avere meno pubblicità. La rarità generava un valore in Rai e consentiva ai concorrenti, privi di canone, di offrire più spot a prezzi inferiori ma non stracciati. Un errore antitrust che, fra l’altro, ci ha negato la tv via cavo. Ma aveva una logica.

E se salta lo schema?

Non si capisce più a che gioco giochi la Rai. Anziché tenere tutto congelato, potrebbe abbracciare l’idea, da sempre avversata dal “partito Rai”, di avere una Rai servizio pubblico finanziato solo dal canone e una Rai commerciale senza canone in competizione con le emittenti private a parità di affollamento pubblicitario.

Renzi potrebbe abolire il canone e dare libertà di spot alla Rai: una minaccia per Mediaset.

Una pistola ad acqua. Se lo vede un governo che licenzia 8-9 mila dipendenti Rai?

La Rai commerciale andrebbe privatizzata?

Un tema non all’ordine del giorno. Ma sarebbe logico, dopo due o tre anni d’avviamento per dimostrare il proprio valore. D’altra parte, Google, Netflix, l’IPTv, cambiando la produzione e fruizione della tv, possono aprire una nuova stagione per il servizio pubblico a patto che abbia un progetto.

Il disegno di legge del governo affronta queste sfide?

No. Si limita alla governare. Puro potere. Il direttore generale diventa amministratore delegato; senza più passare dal Cda o da un Comitato di nomine del Cda, sceglie i direttori di reti e Tg, firma contratti fino a 10 milioni, decide su talk show e spazi d’inchiesta. Avrà suggeritori? Ah, saperlo…E poi il governo vuole dal Parlamento la delega sulla principale fonte di ricavi della Rai, il canone, e la delega per riordinare la normativa. Il Parlamento, per dirla con Giampaolo Pansa, diventerebbe un editore dimezzato.

Il governo dice che così caccia i partiti della Rai.

Tutti, tranne quello di palazzo Chigi. Una battutaccia, non la scriva.

Ma l’ad lo indica l’assemblea dei soci, cioè il ministero del Tesoro.

Il Tesoro ha già lasciato de facto a palazzo Chigi le nomine in Eni, Enel e Cdp. Ai tempi di Ciampi non sarebbe successo. Ma ora si formalizza. La riforma della Pa assegna al Consiglio dei Ministri l’esame preventivo delle nomine di competenza di ciascun ministero. Solo nell’Ungheria di Orban, la tv pubblica è così legata al governo.

Sulla Rai ci sono state trattative con Forza Italia?

La fonte di nomina dell’ad e le due deleghe assegnano al governo un potere di condizionamento dell’intero settore che mette Mediaset all’angolo. Gasparri ha ottenuto qualcosa in Commissione ma da quell’angolo Berlusconi vorrà uscire.

Siamo al totonomine per la Rai: Novari, Campo dall’Orto, Bernabé, Marinella Soldi.

Bernabé si è chiamato fuori perché non si è mai occupato di contenuti. E così ha spiazzato i pretendenti come Novari che viene dai telefoni. Campo dall’Orto a La7 ebbe il plauso di Aldo Graso, ma perdeva a manetta. La Soldi fa bene a Disney Channel, ma basta una distributrice di prodotti americani? Alla Rai serve ben altro. Allargherei la rosa e vedrei un ad, nominato, controllato da un consiglio forte e un presidente vero.

Se il governo chiederà la fiducia, la voterà?

Il governo saggiamente l’ha escluso. Del resto, sarebbe improponibile: l’editore della Rai è il Parlamento.