RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l'avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l'ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l'atroce padre. Di questi tempi, l'Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest'uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e' titolare.

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Vivendi-Mediaset e lo Stato


La lettera aperta di Massimo Mucchetti al Ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, sul ruolo dello Stato nell’affare Vivendi-Mediaset.

Caro Carlo,

ci ho pensato un po’ e poi, visto il gran ritorno dello Stato azionista nel settore bancario, ho deciso di scriverti questa lettera aperta: certi ragionamenti hanno un senso migliore se diventano pubblici. Devo dunque dirti che la tua reazione al rastrellamento di azioni Mediaset, effettuato da Vivendi, quale risulta dalle dichiarazioni e dell’articolo sul “Sole 24 Ore” in risposta a Luigi Zingales, può segnare una svolta nel rapporto dello Stato italiano – rappresentato dal governo e dalle autorità indipendenti – con i grandi gruppi italiani e internazionali. Può, non è detto che debba. E naturalmente può a patto che le tue uscite non siano o non siano percepite come un mero richiamo a rispettare le regole. Se così fosse, allo scalatore francese basterebbe affrontare in Consob e in tribunale le accuse di Mediaset, che parla di aggiotaggio. Ma allora la questione cesserebbe di essere politica e si ridurrebbe a caso giudiziario. Del resto, a proposito di regole, pure l’intervento dell’Agcom ha al momento scarso rilievo.

L’ Autorità presieduta da Angelo Cardani ricorda i vincoli posti nel 2004 dalla legge Gasparri agli intrecci tra telecomunicazioni e televisione. Li conoscono tutti. Compreso Vincent Bolloré. Ma l’Agcom sarà in grado di prendere provvedimenti solo quando Vivendi abbia acquisito una partecipazione maggiore di quella di Fininvest, magari tramite un’Opa, e abbia eventualmente eletto un consiglio di sua fiducia al posto di quello berlusconiano in carica. E tuttavia, se pure a tal punto si arrivasse, l’Agcom non potrebbe proibire tour court l’acquisizione di Mediaset da parte di Vivendi, perché la società francese ha la maggioranza relativa di Telecom Italia. Dovrebbe semmai pretendere dei rimedi per rispettare i vincoli della Gasparri. E a Bolloré basterebbe disfarsi di Mediaset Premium per potersi tenere tutto il resto.

Assai più ricche di implicazioni sono le tue parole, pronunciate in qualità di ministro dello Sviluppo economico che difende la dignità del suo Paese. Obiettivo grande e terribile, dato lo stato del Paese. Obiettivo che condivido.

Due sono le tue critiche a Vivendi: a) l’aver avviato un’operazione ostile; b) non averne dato informazione preventiva al governo. Una terza critica, avanzata da molti, colpisce i francesi in generale, rei di aver comprato troppe aziende italiane. Niente più scorribande, sintetizza il premier Gentiloni.

L’esperienza suggerisce cautela di fronte a punti di vista di tal fatta, perché potrebbero rivelarsi ben presto strumentali ed episodici. Strumentali al fine politico di ottenere la riconoscenza di Forza Italia, il cui leader era e resta l’azionista di maggioranza relativa di Mediaset, sul fronte della nuova legge elettorale. Episodici sul piano degli affari, e cioè destinati a durare soltanto il tempo necessario alla famiglia Berlusconi per negoziare con Bolloré la buona uscita più conveniente. E però, conoscendoti, escludo che tu possa aver preso una posizione strumentale o episodica. Se dunque dobbiamo ragionare sul serio, e cioè fuori dalla polemica politica contingente, ecco allora emergere sette punti che, ove non risolti, possono generare sette peccati capitali. Parto dalle questioni di forma per arrivare a quelle di sostanza.

Primo. Chi stabilisce se un’operazione debba essere considerata ostile oppure no?

Risposta: formalmente, il consiglio di amministrazione della società bersaglio della scalata; all’atto pratico, l’azionista o il gruppo di azionisti che quel consiglio hanno eletto. Nel nostro caso, la famiglia Berlusconi considera ostile l’acquisizione del 20% di Mediaset da parte di Vivendi, poi salita verso il 30%. Perché? Perché non concordata prima ed effettuata nel corso di un contenzioso su Mediaset Premium, i cui termini sono già abbastanza noti da non doverli ricordare qui. Il governo non ha titolo per qualificare in prima battuta come ostile o amichevole un’operazione tra privati, ma può condividere le opinioni del board della società preda o di quella predatrice. E può pure dirlo. Assumendosi la corresponsabilità delle scelte degli azionisti divenuti amici contro quelli divenuti avversari. Mi chiedo se, prima di scendere in campo, non sia meglio convocare le parti, anche per le vie brevi, e farsi un’idea il più possibile completa sui diversi piani industriali e sulle prospettive di risoluzione del contrasto. Tu hai preferito esporti con una dichiarazione pubblica prima di ricevere la visita dell’amministratore delegato di Vivendi. Ma tempi e modi sono dettagli; la visita c’è stata, ed è questo che conta per il seguito della cosa.

Personalmente, credo che alla guerra seguirà la pace, anche perché l’azionista francese ha forse il quid per rivelarsi un azionista migliore della Fininvest odierna ai fini dello sviluppo di Mediaset. Forse, dico. Mentre è certo che Bolloré ha un forte interesse personale a questa operazione per compensare le difficoltà registrate dal titolo Telecom, nel quale ha fatto pesantemente investire Vivendi. Potrebbe perfino, Bolloré, favorire l’incorporazione a premio di Telecom Italia in Orange, così da compensare le attuali minusvalenze, e tenersi infine Mediaset…

Secondo. Una scalata è certamente illegittima, qualora avvenga tramite la manipolazione dei corsi azionari. Ma se gli acquisti si sono svolti regolarmente, è legittima o illegittima?

Risposta: è legittima. Di più, il Testo unico della finanza, meglio noto come legge Draghi, ha aperto le porte alle offerte pubbliche d’acquisto ostili. E una vastissima schiera di economisti e politici in stile Leopolda, di commissari Consob vecchi e nuovi, di commentatori le auspica. Considera l’Opa ostile l’igiene della Borsa contro le gestioni antiquate e inefficienti. Una rottamazione finanziaria, insomma. Personalmente, considero obsoleta questa fede futurista. Meglio ragionare caso per caso. Le Opa su Telecom fecero ricchi i soci e gli intermediari finanziari mentre impoverivano la società. Più in generale, rendere meno facile la circolazione dei capitali aiuterebbe a ricongiungere il risparmio, oggi ridotto a materia prima per l’industria finanziaria, agli investimenti industriali e commerciali reali. Aggiungo: una scalata può essere amichevole ma illegittima qualora avvenga attraverso accordi occulti tra scalatori apparentemente non collegati tra loro, ma in effetti sodali, o addirittura attraverso accordi occulti tra scalatore e scalato, tali, gli uni e gli altri, da violare la legge Draghi e ledere gli interessi dei soci minori… Ciò detto, non sempre un’Opa non concordata, e come tale giudicata ostile, rappresenta il male. Urbano Cairo ha lanciato un’Opa su Rcs Mediagroup che il board aggredito considerava ostile, ancorché quell’Opa avesse il favore delle redazioni e – si è visto poi – del mercato. Personalmente, ritengo che Cairo non abbia leso alcuna maestà. E che la sua offerta andasse giudicata in comparazione con il passato e il presente di chi c’era prima di lui. Ragionare caso per caso comporta il rischio di sbagliare per mancanza o per asimmetria di informazioni. Ma credo si tratti di un rischio minore rispetto a quello che corre chi eleva ad articolo di fede ideologica la difesa degli assetti azionari esistenti o la loro rottamazione a prescindere.

Terzo. L’informazione preventiva al governo.

In linea di principio, evviva. E tuttavia bisogna approfondire se e quando una tale informazione vada resa. Nel settore bancario, il più delicato di tutti, è prevista l’informazione preventiva alla Vigilanza quando si superino le soglie di partecipazione, stabilite ieri dalla Banca d’Italia oggi dall’Unione europea e dalla BCE. Nel 1999, Unicredit e il Sanpaolo di Torino non comunicarono in via preliminare i loro progetti di acquisizione della Comit e della Banca di Roma ne’ al governo ne’ alla Banca d’Italia. Ritenevano che, sulla base della legge Draghi, l’informazione andasse data in contemporanea ai board, al mercato e ai vigilanti. Il governo D’Alema e la banca centrale di Antonio Fazio – riassumo all’ingrosso – fermarono le due operazioni in base alla superiore esigenza di tutelare della stabilità degli intermediari, per la quale l’informazione preventiva era ritenuta cruciale. A me non disturba recuperare un certo Fazio… Ma siamo sicuri che il governo e il Pd rottamatore vogliano fare altrettanto? Nei settori non finanziari, comunque, l’obbligo di informazione preventiva non esiste. Si privilegia la libera circolazione dei capitali. Anche transfrontaliera. Caro Carlo, stai cercando un equilibrio difficile. Auguri, di cuore.

Quarto. L’industria dell’informazione,di cui Mediaset è parte, merita un regime speciale?

Risposta: sì, lo merita. Non a caso, diversamente dalle altre, le attività editoriali devono svolgersi non solo in regime di concorrenza ma anche in regime di pluralismo politico-culturale. La domanda di oggi è se il governo debba vantare diritti informali oltre a quelli stabiliti dalla legge sull’editoria e sul sistema delle comunicazioni. Mi chiedo poi se, dopo l’esperienza di Sky, un’emittente tv controllata da una società estera non assicuri concorrenza e pluralismo meglio di una controllata da un politico potente. Personalmente, nutro dubbi sul patriottismo in questa materia, sebbene non creda che l’antiberlusconismo possa avere un futuro nell’ispirare la regolazione. Del resto, il Biscione con Forza Italia così debole rappresenta un elemento di pluralismo, sia pure transitorio, di fronte a una Rai renzizzata. In realtà, i dubbi più rilevanti sul patriottismo televisivo derivano dal fatto che l’informazione confina con l’intrattenimento e con lo spettacolo. E tutte e tre queste attività sono soggette a continui, radicali cambiamenti nell’era digitale. Cambiamenti che scavalcano i confini con un clic e chiedono di ripensare l’interesse nazionale. In relazione, per cominciare, agli Over the Top.

Quinto. Quale uso può fare il governo dell’informazione preventiva?

La risposta è ancora da pensare, posto che abbiamo convenuto di non liquidare tutto come un favore a Berlusconi o un mero rispetto delle regole.

Il governo non può intervenire direttamente in un conflitto o anche solo in un affare tra privati. In particolare, non può giocare contro un investitore europeo perché non italiano. Del resto, è vero che le multinazionali – non solo francesi – fanno shopping di aziende in Italia. Ultimi, i cinesi che si prendono il gioielliere Bucellati. Ma non è meno vero che quasi sempre sono le proprietà, private e pubbliche, a vendere per monetizzare o anche solo per non accollarsi l’onere di un nuovo ciclo di investimenti. L’uso della golden rule da parte del governo nei settori cosiddetti strategici va giustificato seriamente. Non può essere invocato ad libitum. Deve poter reggere davanti a ricorsi alla giustizia nazionale e comunitaria. Mediaset sembra essere fuori dal perimetro di potenziale applicazione della golden rule. Telecom Italia no. Ma se non è stata usata quando Vivendi è salita al 24% dell’ex monopolio delle telecomunicazioni, a quale titolo potrebbe essere invocata domani quando si prospettasse un’integrazione con la tv del Biscione e magari con altri soggetti internazionali. Magari, per dirigere la futura Mediaset! Con o senza Telecom, Bolloré ha in mente di promuovere l’ottimo Cattaneo, che Berlusconi volle in Rai e che poi si è fatto onore sul mercato fino a conquistarsi la poltronissima di Telecom. Ecco, il governo avrebbe spazio per benedire o bocciare nomine private? Non credo.

Il governo, invece, ha facoltà di intervenire indirettamente. Può far scendere in campo le aziende, nelle quali è azionista di controllo, previa l’approvazione dei board, che non dovrebbe essere sempre scontata. Può esercitare una moral suasion su aziende private, evitando ricatti e scambi di utilità indicibili, affinché si impegnino su certi fronti. Ma per ricoprire con successo un simile ruolo di regia il governo dovrebbe avere una cultura industriale costante nel tempo e una strumentazione giuridica e politica adatta allo scopo.

Sesto. La cultura e la strumentazione, di cui sopra, sono oggi sufficienti?

La risposta è negativa. Per capirci, quando evoco la cultura industriale, mi riferisco alla teoria dei campioni nazionali. So bene di quante lacrime grondi e di che sangue la prassi dei campioni nazionali in Italia. Un esempio per tutti, l’Alitalia. E tu, caro Carlo, sei l’ultimo testimone di un’incredibile sequenze di disastri. Ma non dimentico come, per i critici radicali di questa teoria in nome delle superiori virtù del liberismo, l’Iri fosse fallito, mentre l’Iri non era fallito per niente, se è vero come è vero che il suo saldo di liquidazione fu poi attivo per 24 miliardi di euro. Quell’analisi sbagliata giustificò l’accordo Andreatta-van Miert dal quale derivarono le privatizzazioni fatte in nome dello shareholder value senza progetti industriali alle spalle.

Quando evoco la strumentazione giuridica e politica, mi riferisco alla legge Draghi che favorisce la mobilità del capitale, al Testo unico bancario, al ministero dell’Economia e, per gli aspetti di sua competenza, al Ministero dello sviluppo economico. Mi chiedo se, dopo un’ormai lunga esperienza, questa normativa vada confermata o corretta. E il Mef è attrezzato per svolgere il ruolo di holding delle partecipazioni statali oppure no? Di più, ha un mandato politico in tal senso? E quale ascolto potrà trovare il Mise, per esempio, sul fronte delicatissimo delle nomine ai vertici delle aziende controllate dallo Stato? Qualcuno domanderà che cosa c’azzeccano queste questioni con l’affare Mediaset-Vivendi. Ma quando si comincia…

Ecco, personalmente, ritengo che gli aggiornamenti dei Testi unici delle banche e della finanza, per lo più di derivazione europea, non siano sufficienti a determinare il cambiamento di paradigma che si può derivare dalle tue dichiarazioni e del tuo botta e risposta con Zingales. Bisogna prendere il toro per le corna. Faccio un esempio specifico. Abbiamo introdotto la possibilità di assegnare il voto plurimo ai soci stabili delle matricole di Borsa allo scopo di consentire ai fondatori di cedere al mercato maggiori quote di capitale e, al tempo stesso, di assicurare la continuità degli assetti azionari di controllo in funzione di progetti industriali di lunga durata. Se la stabilità è utile, mi chiedo perché non offrire una tale opportunità anche alle grandi società già quotate consentendo loro di adottare il voto plurimo in assemblea ordinaria entro un lasso di tempo sufficientemente ampio. Chi contesta questo punto in nome dello status quo giuridico a tutela dei soci interessati alla mera lievitazione dei titoli derivante dalle scalate non ha mai detto nulla sugli Agnelli, campioni del mercato, che trasferiscono la sede di Fiat, Cnh e Ferrari in Olanda dove il voto plurimo non si smonta nemmeno davanti a un’Opa. Curioso. Del resto, quale senso ha pensare la Borsa quale luogo di raccolta della finanza per gli investimenti quando è dimostrato che le somme che drena dalle società quotate verso gli azionisti, sono molto più consistenti di quelle che dagli azionisti convoglia verso le società?

Settimo. Conviene o meno la difesa dell’italianità delle proprietà.

Risposta: spesso conviene, non sempre. Nel tuo articolo sul “Sole 24 Ore”, dell’italianità non fai una bandiera, anzi citi una ricerca che esalta i risultati del trasferimento delle proprietà all’estero, ma in qualche modo la recuperi per Mediaset. Giuliano Ferrara la riferisce esplicitamente ai media maggiori. Molti politici impugnano il tricolore. Certo, chi aveva benedetto a scatola chiusa la cessione di Italcementi ai tedeschi poi non si può lamentare se questi smantellano la ricerca in Italia e trasferiscono il know how in Germania. In ogni caso, un governo regista ha bisogno di un sistema di grandi imprese finanziarie e non finanziarie con il quale costruire iniziative a tutela dell’interesse generale quando questo sia minacciato. Se così è, al di là delle querelle ideologiche dobbiamo chiederci a che punto sia tale sistema finanziario e industriale nell’Italia del 2016.

Ebbene, delle grandi imprese industriali c’è poco da dire. Sono i soggetti da salvare più che i salvatori. Del resto, o sono state già vendute o sono rimaste scottate da sconsiderate iniziative del governo come quelle prese a suo tempo per Alitalia e per Telecom. Dal sistema finanziario, invece, vengono alcune novità, che restano da capire.

Intesa Sanpaolo si è detta pronta a sostenere Fininvest nel contrasto con Vivendi. Che cosa significa? Intesa è pronta a prestare denaro a Fininvest nel caso si rendesse necessaria una contro Opa su Mediaset per respingere un’Opa made in France ove venisse lanciata? O è pronta a rilevare subito un 10% di Mediaset per blindare la maggioranza di Fininvest? Comunque sia, con questa presa di posizione Intesa sembra riprendere lo schema d’intervento della Mediobanca d’antan a sostegno delle grandi famiglie del capitalismo privato italiano.

Niente di male in astratto. Ma in concreto insorgono quattro difficoltà: a) come Intesa giustificherebbe l’inversione di rotta rispetto alla politica di disimpegno dalle partecipazioni seguita fin qui anche in aziende strategiche come Telecom Italiana; b) come giustificherebbe la sua posizione nei media: house Bank di arca, Sole 24 Ore e pure di Mediaset; c) come si finanzierebbe se è vero che la Mediobanca di Cuccia e Maranghi acquisiva partecipazioni con il free capital che derivava dalla politica della lesina sui dividendi, mentre Intesa è e vuole continuare a essere generosa con i suoi soci; c) come conserverebbe la sua forza patrimoniale dentro uno schema neocucciano, ove si consideri che, in passato, le partecipazioni non assorbivano capitale di vigilanza delle banche, mentre oggi ne assorbono in ragione di un euro di capitale per ogni euro di partecipazione. Stesso discorso per la Cassa depositi e prestiti, per Generali, per Unipol, per Unicredit e, ovviamente, per Mediobanca, dove oggi si registra un conflitto tra due soci del suo stesso patto di sindacato – Bolloré e Berlusconi – che ai tempi di Cuccia avrebbe destato scandalo.

E qui finiscono le potenzialità del sistema finanziario italiano attuale. Del resto, questo sistema finanziario non è in grado di far fronte alle crisi bancarie. E non pochi patrioti hanno creduto a JP Morgan sperando nell’acquisizione del MPS da parte del fondo sovrano del Qatar e ora, con ritardo grave e colpevole, stanziano 20 miliardi dei contribuenti per turare le falle, nulla chiedendosi sul destino di Unicredit dopo che i soci nazionali saranno stati azzerati dall’aumento di capitale e dopo la cessione dei gioielli di famiglia, tra i quali spicca Pioneer, gestore di risparmio che Poste Italiane, pur bramandolo, non sono riuscite ad aggiudicarsi.

Morale. Temo che la strada per avere uno Stato protagonista laddove il mercato si riveli insufficiente sia assai ripida e piena di insidie. Vale la pena di provarci se vogliamo avere un senso del Paese e dare una funzione preventiva e una prospettiva di sviluppo agli interventi della finanza pubblica che poi, a disastro avvenuti, si rendono tanto inevitabili quanto privi di strategia. Ma per provarci la cultura politica liberale e socialista deve rifare i conti con la storia della propria azione di governo, ispirata all’ideologia liberista, talvolta soltanto proclamata e non praticata, ma sempre generatrice di equivoci e ritardi nel momento in cui si propone e viene accettata come pensiero unico. Hai detto, parafrasando con ironia un titolo bello e fortunato di Zingales, che il liberismo va salvato dai liberisti (ideologici). Se mi permetti, da neofita della politica allargherei il campo e direi che il liberalismo va salvato dai liberisti (i quali o sono ideologici o, alla fine, non sono).