LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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Zuppa di Porro, Tronk e Muk


Ieri su Il Giornale, Nicola Porro, nella sua rubrica settimanale Zuppa di Porro, aveva scritto della “pace” tra Massimo Mucchetti e Marco Tronchetti Provera. Vado al Massimo pubblica la replica del presidente della commissione Industria di palazzo Madama.

Tra le spigolature con le quali ieri Nicola Porro ha cucinato la sua appetitosa Zuppa settimanale, una narra della “pace tra Tronchetti e Mucchetti”. Non aggiungo nulla al racconto perché, come spiega lo stesso autore, trattasi di versione “fantasiosa” – amabilmente fantasiosa, s’intende – di un fatto reale, e cioè che il presidente della Pirelli e il presidente della Commissione Industria del Senato si sono parlati senza dirsi cattiverie, dopo i contrasti di qualche anno fa che emersero pubblicamente nel processo Telecom. Quel processo si e’ chiuso con sentenze che salvaguardano l’onore di Tronchetti e, al tempo stesso, riconoscono il danno patito dagli spiati a opera della security dell’azienda. Amen. Vale la pena di analizzare la spigolatura di Nicola con qualche dato di realtà. Guardando al domani.

Il primo dato riguarda le tensioni in seno alla compagine azionaria di Rcs Mediagroup, editrice del “Corriere della Sera”, il quotidiano per il quale ho scritto dal 2004 al 2012. A margine di un’assemblea della Banca d’Italia, non ricordo se questa del 2015 o la precedente, ma certo prima della “pace”, manifestai a Tronchetti un apprezzamento per la linea che stava tenendo a difesa dell’autonomia e della radice milanese del “Corriere della Sera”. In altre occasioni non avevo nascosto le mie perplessità. Mi parve giusto non nascondere, questa volta, il consenso.

Un altro dato di realtà e’ stato il pubblico riconoscimento delle prospettive industriali che l’accordo con Rosneft poteva aprire alla Pirelli. Un amico mi tiro’ per la giacca: “Ma come? Tronchetti non era un tuo nemico?”. Risposi: “Un giornalista non ragiona in termini di amici o nemici, ma di fatti da capire e, quando e’ il caso, giudicare secondo quello che crede essere, magari sbagliando, l’interesse generale. A maggior ragione un politico”. Non è buonismo, ma senso del ruolo. Se di Rosneft-Pirelli pochi politici si erano curati, questo non diminuiva il rilievo di quell’intesa, semmai alimentava l’opinione diffusa secondo la quale i politici preferiscono parlare e straparlare per stereotipi anziché ragionare nel merito dell’economia delle imprese.

Terzo e più importante dato di realtà: l’invito al presidente della Pirelli di venire al Senato a riferire sull’ingresso di ChemChina in Pirelli. ChemChina e’ una grande conglomerata attiva in diversi settori. Appartiene allo Stato. La governa un manager di fede comunista (cinese). Avrà il 90% della Pirelli. Mi pare interessante ragionare sul fatto che una della storiche aziende del capitalismo privato italiano venga nazionalizzata da uno Stato estero fortemente dirigista come dimostrano anche i recenti provvedimenti del governo di Pechino sulle Borse di Shangai e di altre metropoli cinesi.

Avevamo in mente questo tipo di esiti quando, negli anni ’90, pensavamo alle privatizzazioni come toccasana universale? Siamo sicuri che un mercato, nel quale noi giochiamo con una mano, quella pubblica, legata dietro la schiena e gli altri si tengono libere la destra e la sinistra, la pubblica e la privata, sia un mercato che ci convenga? Per me si tratta di domande retoriche. Per altri no. E qui arriviamo all’ultima spigolatura di Porro sulla Cassa depositi e prestiti.

Leggo dei retroscena sul vertice della Cassa e mi domando se questa e il suo Fondo strategico debbano o non debbano avere un ruolo nella Pirelli del dopo Tronchetti. Non e’ una domanda nuova: l’avevamo posta nel corso dell’audizione all’indomani dell’annuncio dell’accordo con ChemChina. Tronchetti ha ottenuto che, per le principali decisioni di carattere straordinario e non solo, serva un consenso superiore al 90%. Una clausola statutaria a protezione del ruolo di Tronchetti fino alla sua effettiva uscita di scena e, fino ad allora, della radice italiana di Pirelli. Ma poi? E’ davvero così irrealistico pensare a un Fondo strategico che, da solo o con altri, abbia il 10,1% della Pirelli così da poter difendere, nel rispetto delle regole della Borsa italiana, l’interesse nazionale quando Tronchetti andrà, come lui stesso dice, in pensione?

Oggi tutto sembra perfetto. Ma come escludere tassativamente che un domani la conglomerata, avendo rilevato l’attuale quota italiana ( per tutto c’è un prezzo), non possa vendere la divisione pneumatici con dentro la Pirelli e fare dell’altro? Se esistono altre soluzioni, ben vengano, naturalmente. Ma temo sia difficile, posto che non si vedono in giro tanti italiani disposti a scalzare Tronchetti e i cinesi con una contro Opa in nome di altri, mirabolanti progetti, mentre banche e assicurazioni, un tempo presidio della Bicocca, faticano a detenere partecipazioni azionarie da quando le regole di Basilea e di Solvency 2 hanno aumentato a dismisura i requisiti patrimoniali a copertura dei pacchetti azionari stabili.

La Zuppa di Porro: Il gioco dei poteri estivi tra Telecom, Eataly e Cdp

Mentre Tronchetti e Mucchetti fanno pace, Bolloré va a Roma da Valori Guerra boccia Morelli e si prepara a fare il socio (al 10%) di Farinetti

Ha destato un mucchio di congetture una cena del nuovo azionista di riferimento di Telecom. Stiamo ovviamente parlando di Vincent Bollorè. Conosce bene l’Italia, assaggia da anni i salotti milanesi, dove si è accomodato in quello più gustoso e cioè Mediobanca.

La settimana scorsa di transito a Roma e senza grande pubblicità ha passato la serata con una vecchia conoscenza dell’economia romana. E cioè Giancarlo Elia Valori. Classe 1940, con rapporti internazionali trasversali, già presidente di molte società, comprese Autostrade, e rapporti politici che affondano le loro radici nella Prima Repubblica. Qualcuno, bene informato, ha subito pensato che Valori si autocandidasse a fare da Cicerone al nuovo azionista di riferimento della Telecom nei meandri della politica romana. Fuori strada. Come i tanti che a Roma sussurrano di repentini avvicendamenti ai vertici di Telecom.

Beh faceva un po’ impressione quella sala piena come un uovo, a due passi da Mediobanca, in cui è stato presentato il libro di Carlo Bellavite sulla storia della Pirelli e sui tre secoli che abbraccia. In fondo poi quello che interessava tutti erano i pochi anni in cui Pirelli ha controllato Telecom. Marco Tronchetti Provera in mezzo, Paolo Mieli e Ferruccio de Bortoli ai lati. I due favolosi direttori ci hanno spiegato quello che avevamo intuito modestamente anche noi in tempi non sospetti: e cioè che a certi finanzieri di sinistra con gruppi editoriali alle spalle viene perdonato tutto e ad altri meno. Fuori tempo massimo, ma grazie.

Ma in finanza non ci sono tempi massimi, si gioca sempre. Tronchetti ha avuto tutti contro nella sua battaglia Telecom (tranne rare eccezioni) e quando la battaglia è finita è normale ritrovarsi, come si usa, tutti insieme. E così c’è poco da stupirsi che il ceo della Pirelli abbia recentemente fatto «pace» con Massimo Mucchetti, il giornalista spiato e durissimo proprio riguardo la gestione Telecom di Tronchetti, guarda caso sul Corrierone di de Bortoli. Il tempo passa ed è giusto chiudere le ferite. L’incontro tra Tronchetti e Mucchetti, complice Fabrizio Palenzona in veste di paciere, è avvenuto cosi. Da una cabina telefonica, niente cellulari, Tronchetti inserisce un gettone e chiama Mucchetti. Questo chiude il bar e caccia gli ultimi clienti. I due si incontrano dopo anni, vite cambiate e parlano di quello che stanno facendo. L’ultima volta che si erano visti Muk era stato pestato a sangue per colpa di Tronk. Tronchetti viene ospitato in una vecchia stanza di quel bar ora gestito da Mucca pazza (come lo chiamavano gli spioni di ieri). E nel congedarsi e chiudere la porta della vecchia stanza, Muk non resiste e chiede a Tronk, ma cosa hai fatto negli ultimi trent’anni? Mtp non ci pensa su un secondo e risponde: sono andato a letto presto. C’era una volta la Telecom.

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Fantasiosa la ricostruzione dell’incontro di pace tra M&M (ma non il fatto in sé), per niente fantasiosa invece la scena in cui Claudio Costamagna (nuovo presidente con deleghe della Cdp) e Matteo Renzi si piacciono. Avviene in una pizzeria di Sidney in Australia. Andrea Guerra all’epoca ascoltato consulente di Renzi a Palazzo chigi, combina l’incontro. Costamagna come presidente della Salini (una della poche e redditizie imprese private che sono rimaste nonostante tutto in questo Paese) viene dunque invitato alla missione italiana in Australia. È lì che il premier, lontano da occhi indiscreti, invita ad in un pranzo tête à tête lo sgamato ex banchiere della Goldman Sachs. I due si piacciono subito. Ma non basta. Il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, vorrebbe tanto che con Costamagna arrivasse in Cdp un altro banchiere, giovane e dinamico, oggi in Merril Linch, Marco Morelli. Niente da fare, il patto della pizza non era questo. Costamagna non vuole candidati a lui non graditi. Inutile dire che il braccio di ferro viene vinto da Palazzo chigi-Costamagna. Un banchiere che, c’e da scommettere, sta già sostituendo nel cuore di Renzi Guerra, che pure provocò la scintilla d’amore. L’ex manager della Luxottica d’altronde è sempre meno presente a Palazzo Chigi e a settembre rulleranno i tamburi per il suo ingresso nel capitale di Eataly di Farinetti, con una quota che dovrebbe superare il 10 per cento. Vedremo.

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Chi è quell’imprenditore del lusso, berlusconiano ad alterne fasi, renziano qualche volta sì, qualche volta no, che prima della nomina di Luciano Fontana a direttore del Corriere della Sera ha incontrato tre papabili al soglio assicurando a tutti e tre che erano in pole position per l’ambita nomina? Vi aiutiamo: è diverso da colui che ha garantito al nuovo vicedirettore ad personam Federico Fubini di scalzare presto l’attuale vicedirettore effettivo. Questioni di cuore.