Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

Continua Qui

Rassegna, oggi in primo piano


Politica interna

Il possibile abbandono di Cottarelli – A pagina 2 de La Repubblica: “Cottarelli pronto a lasciare, ‘Nuove spese non coperte, così niente taglio delle tasse’”, “Il commissario alla spending review attacca sul blog, ‘Già autorizzati 1,6 miliardi da finanziare con futuri risparmi’”. Secondo il quotidiano “a far saltare i nervi a Cottarelli è stato il decreto Madia sulla pubblica amministrazione che, con lo scopo di svecchiare i dipendenti pubblici, prevede un maxi-pensionamento anticipato degli statali di 62 anni che ieri è arrivato alle battute finali alla Camera. Un aumento di spesa. Ma soprattutto una norma, introdotta durante una seduta durata fino alle tre di notte nei giorni scorsi, che prevede il salvataggio dei 4.000 insegnanti, rimasti ‘incagliati’ nel 20123, ai quali è stata data la possibilità di andare da quest’anno in pensione con le vecchie regole pre-Fornero di ‘quota 96’. Un’operazione che costa 396 milioni da quest’anno al 2018. Chi è nel mirino di Cottarelli? Il Tesoro, sopo la sortita di Cottarelli, si è affrettato a precisare che ‘non si tratta di una polemica nei confronti del governo’. Tuttavia, oltre all’assalto alla diligenza del Parlamento, ai vari decreti sui quali nessuno ha fatto ancora conti precisi, c’è anche la partita complessiva sul controllo della spesa pubblica, dei conti e dei rapporti con gli organismi internazionali”, come Fmi, Bce, la Commissione europea. Il quotidiano sottolinea che il presidente del Consiglio sta costituendo una “cabina di regia” a Palazzo Chigi attorno al suo consigliere economico Yoram Gutgeld e “la cosa ha lasciato tracce” nel rapporto con il Ministero dell’Economia. Sulla stessa pagina, ancora in riferimento a Cottarelli: “L’ira di mister forbici, ‘Quei parlamentari hanno remato contro’”. Si tratta di un breve colloquio con l’interessato: “ripeto: è un’iniziativa di alcuni parlamentari, non del governo”. A pagina 3: “E ora si consuma il divorzio da Renzi. Gutgeld possibile successore, allo studio manovra da 16 miliardi”, “Lo stesso commissario avrebbe chiesto al premier di essere mandato di nuovo all’Fmi e il trasferimento potrebbe scattare a ottobre. Legge di stabilità, tutto da rifare”, “Secondo il presidente del Consiglio, ‘Cottarelli è bravo, ma non decide’”, “favorito per la regia della spending review il consigliere economico di Palazzo Chigi”, ovvero Gutgeld. La Stampa: “Allarme di Cottarelli: già spesi i risparmi futuri”, “Il commissario contro la misura sul pensionamento dei prof: così non taglieremo mai le tasse sul lavoro”.

Ed è ancora La Stampa ad intervistare il presidente della Commissione Bilancio Francesco Boccia, Pd che, in riferimento a Cottarelli, dice: “Stia sereno. E’ la politica che decide come usare i soldi”, “richiamo inammissibile”, “con l’intervento sulla quota 96 stiamo riparando a un errore della riforma Fornero che confuse l’anno solare con quello scolastico” e abbiamo “permesso a 4mila insegnanti di avere una cattedra”. Sul Corriere Sergio Rizzo scrive che il fatto che Renzi “non avesse con il commissario alla spending review la medesima sintonia di Enrico Letta, il quale lo aveva nominato, non era affatto un mistero. Del resto, a dispetto delle voci circolate contestualmente all’arrivo dell’ex sindaco di Firenze a Palazzo Chigi, che indicavano Cottarelli come candidato a prendere le redini del Dipartimento economico della presidenza del Consiglio, per lui i mesi trascorsi dall’insediamento del nuovo governo indiscutibilmente non sono stati i più facili.

E certo non per la responsabilità del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, con il quale il commissario ha condiviso una lunga militanza negli organismi internazionali, a rappresentare il nostro Paese”. Secondo Rizzo Cottarelli ha dovuto affrontare “ostacoli politici”, e si ricorda che ieri sullo stesso quotidiano ci si chiedeva proprio dove fosse finito il Commissario. “Sappiamo, perché l’ha scritto prima ancora sul «Corriere» Riccardo Puglisi, uno dei partecipanti al gruppo di lavoro coordinato da Massimo Bordignon a cui Cottarelli aveva chiesto un rapporto sui costi della politica, che da marzo sono pronte 25 relazioni su altrettanti segmenti della spesa pubblica preparate da team di esperti. Tutti dossier, immaginiamo ustionanti, che il commissario avrebbe già voluto pubblicare ma che invece restano nei cassetti. E la ragione è semplice: Cottarelli non ha ancora avuto il permesso del governo per renderli noti. Perché dopo tanti mesi non sia arrivato il via libera di Palazzo Chigi si può soltanto ipotizzare. Forse le conclusioni contenute in quei rapporti non sono del tutto condivise? Forse. Il che ci starebbe pure, ma è improbabile che il commissario, e lo stesso governo, non l’avessero calcolato”.

Il punto sulle riforme – Scrive La Repubblica che la riforma del Senato “ha tenuto su un punto chiave della legge”, nel momento in cui ieri Palazzo Madama ha respinto un emendamento del senatore di Fi Augusto Minzolini a favore del mantenimento del Senato elettivo. E Renzi “sparge ottimismo”, secondo il quotidiano, poiché la tecnica del canguro (che fa saltare emendamenti simili dopo una votazione che li riassume tutti) gli permette di fare una previsione “impensabile fino a ieri”: “Possiamo chiudere la riforma anche prima dell’8 agosto”. Il quotidiano scrive che il presidente del Consiglio ha confermato la trattativa sull’Italicum: “la riforma elettorale sarà modificata al Senato e diventerà legge definitivamente”. C’è un’apertura, secondo La Repubblica, su preferenze (nel testo dell’Italicum alla Camera le liste sono bloccate), sulle soglie di sbarramento e per il premio di maggioranza. Del resto -sottolinea il quotidiano- le indicazioni di Giorgio Napolitano sono state chiare: giusto procedere velocemente sul Senato, bene riflettere invece sull’Italicum. Su questo potrebbe esserci anche dialogo con il M5s: l’idea di avere solo il capolista bloccato e gli altri candidati votabili dai cittadini è una delle basi della trattativa possibile con Beppe Grillo. Un abbassamento del tetto d’ingresso al 2 per cento sarebbe utile a Sel che, attraverso la Lista Tsipras, ha superato quel quorum. Insomma, il confronto ci sarà sulla legge elettorale e non su altro: “se qualcuno pensa che siamo antidemocratici, può anche togliersi il disturbo di stringere alleanze con noi alle amministrative”, avrebbe detto Renzi ai suoi collaboratori.

Il quotidiano intervista il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “L’8 agosto data superabile, ma è assurdo fare solo due votazioni al giorno”. E sull’Italicum conferma: “Sulla riforma del voto disponibili a parlare anche di soglie”. Alle pagine seguenti: “Dall’Emilia alla Puglia, ecco tutte le roccaforti a rischio rottura Sel-Pd”, “La battaglia sulle riforme a pochi mesi da due elezioni regionali. E il prossimo anno si voterà in altre otto”. Da segnalare sul Corriere un articolo sulla elezione a presidente della Consulta di Giuseppe Tesauro. Anche questa volta si tratterà di una “guida di breve durata (appena tre mesi) rispetto a quella ‘lunga’ di tre anni. Il neopresidente rimarrà in carica fino all’inizio di novembre, quando scadrà il suo mandato alla Consulta; e fino ad allora avrà il tempo di presiedere una sola udienza, poiché per la trattazione delle cause bisogna garantire almeno due mesi di attività. Una situazione molto particolare, che aveva spinto un altro giudice costituzionale nelle stesse condizioni di Tesauro, Sabino Cassese, a ritirarsi ufficialmente dalla corsa. Lui invece no. E subito dopo l’elezione spiega di non provare alcun imbarazzo”.

Scrive il quotidiano che Tesauro ha spiegato che “prima di avanzare la mia candidatura ho fatto il giro delle loro opinioni, e quando ho visto che c’erano consensi sul mio nome ho deciso di propormi; se altri hanno svolto considerazioni di altro genere e agito diversamente li rispetto, ma non mi scandalizzo per la situazione che si è creata. Tutto il resto è fantasia, lasciamola esercitare a chi ne ha voglia, anche all’interno della comunità costituzionale”. Tesauro si è espresso anche sulle riforme costituzionali in discussione: “La nostra Carta è bellissima, ma di immodificabile c’è poco. Avrei qualche esitazione a toccare la prima parte, ma la seconda si può perfezionare. Andare veloci per alcune cose va benissimo, mentre per altre è meglio riservarsi una riflessione maggiore, a patto che non ci siano ragioni strumentali. L’importante è chiudere questa fase di revisione con un risultato che vada bene alla maggior parte della nostra comunità sociale”.

Sullo stesso quotidiano il commento di Giovanni Bianconi, che parla di “due occasioni mancate”, sia da parte del Parlamento che da parte della “alta burocrazia dei giudici costituzionali”. “La politica poteva finalmente sottrarsi alle vecchie logiche di baratti e spartizioni, procedendo in tempi rapidi alle nomine che le spettano, scegliendo sulla base di meriti e competenze; l’alta burocrazia dei giudici costituzionali poteva spezzare la consolidata quanto poco gloriosa tradizione di eleggere alla presidenza il più anziano del gruppo, che così prima o dopo (salvo sfortunate eccezioni) tocca a tutti, fosse anche per poche settimane”. E “invece no, né gli uni né gli altri hanno colto l’opportunità”. Il Parlamento in seduta comune è rimasto paralizzato dall’assenza di nomi che mettessero d’accordo maggioranza e opposizione (a parte il Movimento 5 stelle, che ha subito indicato e votato il proprio candidato in tutti gli scrutini andati a vuoto), e ha lasciato il palazzo della Consulta orfano di due componenti; offrendo in questo modo l’alibi ai tredici giudici restanti – o meglio, alla maggioranza di essi – di optare per la soluzione di una guida-ponte, in attesa che venga completato l’organico”.

Politica estera

Gaza sotto le bombe – Non si arresta la scia di sangue nella Striscia di Gaza, dove è stata colpita un’altra scuola gestita dalle Nazioni Unite. Dopo la struttura gestita dall’Unrwa colpita a Beit Hanoun, nelle ultime ore – secondo testimoni citati dall’agenzia di stampa Dpa – i tank israeliani hanno preso di mira la scuola al-Hussein del campo rifugiati di Jabalia, nel nord della Striscia. Stando ai testimoni, anche questa struttura ospitava palestinesi in fuga dai combattimenti. I morti sarebbero 20. Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Salute di Gaza, ha confermato che almeno 15 persone sono rimaste uccise e altre 90 ferite nell’attacco alla scuola. Il commissario generale dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unrwa), Pierre Krahenbuhl, ha “condannato con forza” l’attacco e ha criticato duramente Israele. Per Krahenbuhl si è trattato di un attacco “intollerabile”. “E’ la sesta volta che una delle scuole dell’Unrwa viene colpita – ha scritto – Bambini, donne e uomini vengono uccisi o restano feriti mentre dormono in luoghi dove avrebbero dovuto essere al sicuro e protetti”.

Economia e Finanza

Argentina in default – ‘Argentina e’ in default, per la seconda volta in 13 anni. Nessun accordo con gli hedge fund e’ stato raggiunto e la scadenza scadenza per il pagamento dei titolari di bond che hanno accettato il concambio superata senza che sia stato effettuato. ”L’Argentina ha scelto il default. Il mediatore ha proposto numerose soluzioni creative ma l’Argentina ha rifiutato di considerarle” afferma Elliot Management, l’hedge fund che insieme ad altri fondi ha fatto causa all’Argentina e l’ha vinta. Buenos Aires pero’ nega il default, che si ha quando non si paga: l’Argentina ha pagato ma i fondi – afferma il ministro dell’Economia, Axel Kicillof – sono stati bloccati. E la ”responsabilita”’ e’ del giudice Thomas Griesa, che non ha capito la complessita’ del caso ed e’ andato al di la’ della sua giurisdizione. Accantonata per il momento anche la speranza di un accordo fra le banche argentine e gli hedge fund: la proposta degli istituti di credito di acquistare i bond e rimborsare interamente i fondi non e’ andata a buon fine. Le trattative delle banche si sono svolte in modo parallelo a quelle fra Buenos Aires e i fondi, e si sarebbero interrotte poco dopo con Sebastian Palla, il responsabile dell’investment banking di Banco Macro, in rientro in Argentina senza altri appuntamenti in programma. Che le trattative non sarebbero state facili fra gli hedge fund e l’Argentina si e’ capito da subito ma l’arrivo a New York del ministro dell’Economia, Axel Kicillof, ha fatto sperare. Annunciando che non c’era un accordo, Kicillof ha ribadito che non si puo’ parlare di default perche’ default vuol dire non pagare. Kicillof attacca le agenzie di rating, definite ”non credibili”. Standard & Poor’s gia’ prima della rottura delle trattative ha tagliato la propria valutazione su Buenos Aires a ‘selective default’ da ‘CCC-‘. Kicillof rassicura gli argentini: ”State calmi, domani e’ un altro giorno e il mondo continua a girare. La vita va avanti anche senza un accordo sul debito”.

Eni conferma guidelines – Utili in crescita per Eni nel primo semestre: l’utile netto è di 0,66 miliardi di euro nel trimestre (+139%) e di 1,96 miliardi nel semestre (+7,9%). Il cash flow operativo del trimestre si attesta a 3,59 miliardi, il migliore dal II trimestre 2012 e a 5,74 miliardi nel semestre. L’utile operativo adjusted é a 2,73 miliardi nel trimestre (+39,3%) e 6,22 miliardi nel semestre (+9%). L’utile netto adjusted: a 0,87 miliardi nel trimestre (+50,7%)e 2,06 miliardi nel semestre (+4,8%). La proposta di acconto del dividendo é di 0,56 per azione. “Nel 2014 lo scenario di mercato é complessivamente peggiorato rispetto al 2013. In particolare, nel settore della raffinazione abbiamo vissuto a livello europeo un drastico calo dei margini, frutto dell’eccesso di capacità, che ci ha portato ad accelerare il piano di ristrutturazione dei nostri impianti”. Così l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, commenta i conti del semestre. “Malgrado il contesto negativo – aggiunge Descalzi – Eni ha conseguito un flusso di cassa in netta crescita grazie alle rinegoziazioni dei contratti gas di lungo termine i cui effetti consentono di anticipare il breakeven del settore G&P al 2014. Nell’upstream continuiamo a conseguire successi esplorativi di rilievo e, nonostante la complessità del contesto geopolitico, la nostra produzione di idrocarburi rimane stabile. Abbiamo poi varato una nuova struttura organizzativa compatta che ci consente, tra gli altri benefici, un funzionamento rapido e sinergico. Alla luce delle azioni messe in campo, proporrò al CdA del 17 settembre un acconto dividendo di 0,56 per azione”.