LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

Continua Qui

Rassegna, oggi in primo piano


Politica interna

Napolitano – La Repubblica: “Napolitano: ‘Antipolitica eversiva’”, “Il commiato del capo dello Stato all’Accademia dei Lincei: stop al degrado morale e sociale del Paese. Allarme per la patologia populista che catalizza la rabbia dei cittadini e può ‘degenerare in violenza’”. In basso, la reazione di Beppe Grillo : “Stia attento o lo denuncio per vilipendio”. I corrotti vanno puniti “e lo saranno”, ma quel che serve “in parallelo è recuperare moralità nella politica come antidoto all’antipolitica, che in Italia ormai è degenerata in ‘patologia eversiva’”: così Marzio Breda sul Corriere della Sera riassume il messaggio di ieri del Capo dello Stato all’Accademia dei Lincei. Una “denuncia circostanziata e dura, anzi durissima” che ha tenuto “sullo sfondo” il “torbido affare romano” e si è allargata “sull’eclissi dei valori che oscura il nostro orizzonte sociale”. Per Napolitano il punto vero è che alla minaccia della infiltrazione criminale quasi corrisponde “la predicazione antipolitica”, e c’è “il pericolo che l’antipolitica si saldi con un antieuropeisco veicolato da sempre maggiori suggestioni attraverso ‘svalutazioni sommarie e posizioni liquidatorie che mettono in questione anche le istituzioni, le politiche e le rappresentanze europee'”. Sulla stessa pagina si segnala la reazione di Grillo: “Stia attento, rischia che lo denunciamo per vilipendio del Movimento”. La Stampa: “Napolitano frena l’antipolitica: ‘E’ una patologia eversiva’”, “Il Presidente e l’appello ai giovani: ‘Basta faziosità, dovete reagire con urgenza’. Sull’inchiesta di Roma: ‘Prevenire e colpire la corruzione nella vita amministrativa’”. Secondo Il Fatto Napolitano ha “strigliato” tutti: “All’accademia dei Lincei uno degli ultimi discorsi del Presidente. Un durissimo atto d’accusa alla politica intera. Matteo incluso”. Per Fabrizio D’Esposito, che ne scrive, “il cupo, sorprendente, senso finale” del discorso di Napolitano è stato un “après moi le déluge”. Il capo dello Stato ha invitato a tenersi “ben lontani sia dai senza speranze sia dai banditori di smisurate speranze”. Commenta D’Esposito: com’è tradizione, il Presidente non nomina nessuno ma allude in modo autorevole. Tra i senza speranze colloca gli antipolitici Grillo e Salvini: il banditore, invece, è uno solo, a fronte del crepuscolo berlusconiano, ed è il premier. Il Fatto intervista Gianfranco Pasquino, professore di Scienza della politica: “Giorgio ha fallito, avremo una successione farsa”, dice. Anche questo suo discorso, spiega, “ha il limite di tutti i suoi discorsi, non va mai oltre l’approccio che storicizza e non lo sfiora mai l’autocritica, quella politica”. Ce l’aveva con Grillo? “Soprattutto con Grillo, ma il populismo non è solo quello. E non è solo quello di Berlusconi. Populismo è quello di Salvini, lo è stato quello di Di Pietro e il tentativo di Ingroia, sono tutti esempi di populismo”. Secondo Pasquino da un mese e mezzo il Presidente ha cambiato idea anche sul premier. Quanto alla successione al Colle, “lui ha provato a imporre il suo candidato”, ovvero Giuliano Amato, “ma Amato non ha i numeri del Parlamento”. E se nel 2013 il voto per il Colle fu “una tragedia”, “ho l’impressione -dice Pasquino- che si vada verso una farsa”. Il Sole 24 Ore scrive che le parole di Napolitano di ieri “riportano il calendario indietro”, a due anni fa, quando l’onda dell’antipolitica cresceva sugli scandali delle Regioni, che il Presidente “definì ‘episodi di corruzione inimmaginabili e vergognosi’ chiedendo ai partiti una ‘profonda opera di risanamento’ ma nella logica di restituire al sistema democratico partiti ‘rigenerati’ da una profonda autoriforma e dalla riforma del sistema elettorale e istituzionale”. L’appello è rimasto inascoltato, ci sono state le elezioni regionali di quest’anno, e il quotidiano continua a chiedere: “se non c’è il Parlamento come luogo di discussione e decisione, quali sono gli altri luoghi? Nella visione democratica non ne esistono altri. Ed è questo il consiglio che Napolitano lascia ai partiti, ai loro leader, ma soprattutto ai giovani parlamentari, alle nuove leve di politici”. Il Giornale, con Vittorio Macioce, si chiede a chi si riferisca Napolitano “quando tira in ballo l’antipolitica eversiva”. Il dubbio di molti è che parli di Grillo e della Lega, scrive il quotidiano. E allora “fuori i nomi. Alla vigilia dell’addio non ha senso restare nel vago, alludere, ammiccare”. Napolitano non può dire “che i buoni sono quelli che lucravano sulla pelle dei disgraziati”, scrive Macioce. “Non puoi se sei l’arbirtro e sei pure il patriarca del Pd”. Per tornare al Corriere, Antonio Polito si domanda se venga prima la degenerazione della politica o l’antipolitica e scrive che non si può “sfuggire alla sensazione che Grillo e Salvini siano l’effetto, più che la causa, di quella patologia”, e l’allarme di Napolitano “avrebbe dunque bisogno di una discussione spietatamente autocritica da molti versanti per produrre gli effetti di rigenerazione che giustamente auspica”.

Governo ed elezioni La seconda e la terza pagina de La Repubblica si occupano di quanto accaduto ieri alla Camera in commissione Affari costituzionali: “Governo battuto sul Senato dalle minoranze di Pd e Fi. I renziani: ‘Allora al voto’”. La minoranza Pd -scrive il quotidiano, che parla di “fuoco amico”- si era ricompattata su due emendamenti uguali presentati dal deputato Pd Giuseppe Lauricella e da Sel sui cinque senatori a vita, per cancellarli dal disegno di legge di riforma del governo: voti favorevoli, 22, contrari 20. Determinante è stato il voto a favore di Maurizio Bianconi, di Fi, che viene intervistato e dice: “Matti sono quei nazareni, non io”, “Vedrete che adesso il mio partito mi farà rimuovere dalla commissione”, “A me non frega niente, voglio solo combattere, costi quel che costi, contro la maggioranza nazarena che lavora per la morte della democrazia. Perché a questo porta la riforma del Senato. Almeno adesso si sono accorti che non sono solo io il matto”. Ma quel patto l’ha firmato anche il suo leader Berlusconi. Bianconi risponde: “Era un leader quando aveva voti perché parlava alla gente. Ormai è chiuso nel palazzo, circondato da fedelissmi che lo tengono lontani dalla realtà. E poi c’è quell’altro, Renzi, che pretende di controllare tutto via sms”. Quanto alla reazione dei “renziani”, La Repubblica cita quella di Roberto Giachetti, via Twitter: “Frammenti di minoranza uniti per impallinare il governo. Con amici così, a che servono i nemici? Elezioni subito”. Il “retroscena” è firmato da Goffredo De Marchis: “Matteo sfida il fuoco amico: se si va alle urne, tanti ribelli resteranno fuori dalle Camere”. In privato il premier avrebbe detto: “penso che i ribelli vogliano solo un po’ di visibilità. Non a caso hanno scelto di opporsi su un tema minore come quello dei senatori a vita e non sulle basi del provvedimento”. Il 16 dicembre ci sarà la prova del 9, scrive il quotidiano, perché il testo arriverà in aula: ma preoccupa il riflesso sul voto per il nuovo capo dello Stato: una saldatura delle minoranze dem e forziste può sballare perfino accordi blindati sulla scia del patto del Nazareno. “So che la minoranza di Forza Italia ha l’ordine di non saldarsi ai dissidenti del Pd”, avrebbe detto. Il Fatto, pagina 2: “Renzi messo all’angolo minaccia il voto a maggio”, “Il governo va sotto in commissione alla Camera sulle riforme. A Palazzo Madama gli uomini del premier tirano fuori il Mattarellum”. La Stampa, pagina 3: “Governo battuto dalle minoranze”, “Passano in commissione due emendamenti di Sel e sinistra Pd: no ai senatori a vita. Renziani infuriati: ‘Falsi amici’. D’Attorre (esponente della minoranza Pd, ha votato a favore, ndr.): ‘Solo una questione tecnica’”. Il “retroscena” di Francesca Schianchi: “Renzi: se falliamo noi, arriva la Troika. Con la clausola pro-Mattarellum rispunta l’ombra del voto anticipato”, “La strategia per mettere in allarme Forza Italia e dissidenti: in caso di elezioni nel 2015, torna in vigore la vecchia legge”. Dove si legge che ieri due deputati renziani e un “giovane turco” vicino al premier hanno presentato un emendamento che viene considerato una “clausola di salvaguardia”: se entro l’entrata in vigore dell’Italicum , il 1 gennaio 2016, si dovesse tornare a votare, anziché con il Consultellum si dovrebbe votare con il Mattarellum. Si tratta -scrive il quotidiano- anche di un avvertimento a Forza Italia: Se il patto scricchiola, un’alternativa c’è. E, sia chiaro ai ribelli di tutti i colori, è l’alternativa che permette alle segreterie dei partiti di scegliere il proprio candidato nel collegio uninominale. Sul Corriere Maria Teresa Meli scrive che “Matteo Renzi si è stufato di aspettare Berlusconi che temporeggia sulla riforma elettorale e di subire gli agguati della minoranza pd” e lancia un “ultimatum” all’uno e agli altri. A Forza Italia dice che se Berlusconi non ci sta più “noi andiamo dritti sulla nostra strada con il Mattarellum e ci presenteremo da soli alle elezioni, visto che il Pd è un partito maggioritario, con quel sistema”. Quanto alla minoranza, dopo il voto di ieri in Commissione, ci sono “sul banco degli imputati soprattutto Lauricella, Cuperlo e Bindi. Ma anche altri. L’insofferenza dei renziani è alle stelle. In Commissione Marco Meloni vota contro e Francesco Sanna esce, il che avvalora in loro l’ipotesi che di mezzo ci sia pure ‘un complotto dei lettiani’. Insomma, sono imbufaliti con le minoranze”. Ancora parole virgolettate del premier: “‘Pensano di intimidirci, hanno tradito un vincolo, ma non mi conoscono. Si divertono a mandarci sotto per far vedere che esistono, persino a costo di votare con Grillo e Salvini. Questo è il loro livello. Non hanno tenuto fede alla parola data. Però non vale la pena arrabbiarsi. Andranno sotto in aula. E quindi andiamo avanti. Piuttosto, pensate a difendere Napolitano dai nuovi attacchi di Grillo

Politica estera

Il rapporto Cia sulle torture – Sul Corriere: “‘Punite i torturatori Cia’. Obama deve evitare la crisi”. Secondo la Lega per i diritti civili Usa “va nominato un procuratore speciale per individuare e perseguire i responsabili della tortura di 39 presunti terroristi”, scrive il quotidiano. Il quotidiano scrive che la Cia si è difesa ieri con un “Op-Ed” pubblicato ieri dal Wall Street Journal, firmato da cinque ex capi della Cia tra cui Tenet, in cui rivendicano la liceità delle loro azioni, che furono autorizzate dal presidente Bush, respingono il termine “tortura” e rivedicano di aver salvato vite e anche di aver catturato Osama Bin Laden grazie alle tecniche “dure”. Il Corriere intervista lo storico Adriano Prosperi: “Le sevizie non servono, noi storici lo sapevamo”. Ricorda che “‘nella tradizione cristiana la tortura aveva anche una funzione purificatrice’, mentre “‘oggi prevale la logica utilitarista’”, quella di prevenire attentati, salvare innocenti ecc. Ma “‘i supplizi inducono a confessare colpe mai commesse e a rivelare circostanze inesistenti che mettono gli investigatori su piste sbagliate. E poi ci sono soggetti che possono reggere ai tormenti e sfuggire alla punizione, anche se colpevoli'”. Il Giornale intervista Edward Luttwak. Sul senatore McCain, che ha condannato l’uso della tortura, dice che “ne fa una questione personale perché nel 1967 fu catturato dai comunisti nordvietnamiti e tenuto prigioniero per sei anni. Bush e il GOP difendono l’uso lecito di trattamenti anche duri che hanno permesso di salvare milioni di vite. Dopo che tremila americani furono inghiottiti dalle Torri Gemelle”. Sull’articolo di ieri del Wall Street Journal dice che “s differenza dello staff democratico, questi alti funzionari parlano di cose che conoscono. Bisognerebbe ricordare l’atmosfera post 11 settembre quando anche la senatrice Dianne Feinstein (presidente della Commissione Intelligence, ndr) gridava ‘alla guerra, alla guerra’. Tutti si aspettavano un 12 settembre a Chicago, un 13 settembre a Los Angeles… Si prefigurava una guerra contro un’organizzazione mondiale dotata di ingenti finanziamenti arabi ed enormi campi di addestramento. Solo nel 2002 si è capito che era una fanfaronata beduina, assai meno sofisticata delle previsioni”.

Economia e Finanza

Grecia, Europa e Juncker – Sul Corriere: “Juncker avverte Roma: riforme o saremo duri”. Si cita l’intervista che ieri il Presidente della Commissione ha concesso al tedesco FAZ : “Se l’Italia e la Francia non procederanno con le riforme annunciate si arriverà ‘a un inasprimento della procedura sul deficit’. E ‘se alle parole non seguiranno i fatti, per questi Paesi non sarà piacevole’. Ma per ora “Dovremmo dare fiducia agli italiani e ai francesi. E poi vedremo, proprio a marzo, come sarà andata’”. Il ministro Padoan risponde che “le riforme le facciamo perché servono a noi, non perché ce lo dicono gli altri”, ed ha detto che i richiami “sono cose che già sappiamo”. Sul Giornale: “Juncker minaccia l’Italia: mantenete gli impegni o spiacevoli conseguenze”. “Ira di Pd e Forza Italia contro il Presidente Ue”. “Sul Sole 24 Ore ci si sofferma sull’andamento dei titoli di Stato greci. Ieri i triennali “sono schizzati oltre il 10% con un salto di 112 punti (1,12%)”. Non c’è o è “impercettibile” per ora il contagio sui nostri Btp, né sembra ci siano rischi per il futuro. Ma il caso greco tiene banco, con Syriza in vantaggio nei sondaggi e la certezza che “chiederà alla troika di ridurre le politiche di austerità, di convocare una conferenza europea per ristrutturare il debito pubblico greco del 70-80% del suo valore. Un pericoloso precedente che avrebbe ripercussioni in Spagna, Italia e Francia perché il taglio del debito è un evento finora sempre evitato ed espressamente vietato dai Trattati”. Insomma: “se Atene affonda si rischiano ripercussioni e l’Italia passerebbe al primo posto come maggiore debito pubblico nell’Eurozona. Se Atene la spunta, convincendo Bruxelles che una cura da cavallo fatta solo di austerità e sacrifici non è sostenibile all’infinito, allora si aprirebbero spazi di manovra e un po’ di respiro anche per gli altri Paesi sotto esame fra cui il nostro”. Ancora sul Sole si parla del piano Juncker, dalla prossima settimana in discussione tra i capi di Stato e di governo dell’Ue. Se “lo schema convince la maggior parte dei Paesi membri”, sarebbe “il governo del piano l’aspetto più controverso. Alcuni governi, più di altri, vorrebbero poter influenzare la selezione dei progetti da finanziare”.

Telecom Italia, voci di cordata in arrivo per Tim Brasil – Le voci di una cordata in arrivo per Tim Brasil fanno scattare gli acquisti sul titolo Telecom Italia a Piazza Affari, che mostra un rialzo di circa 2,5 punti percentuali a 0,945 euro dopo essersi spinto fino a 0,977 euro. L’agenzia Bloomberg ha riportato del piano di Oi, Telefonica e America Movil che sarebbero pronte a mettere sul piatto 15 miliardi di dollari (12 miliardi di euro) per rilevare Tim Brasil. Un’offerta di 12 miliardi di euro porterebbe nelle casse di Telecom circa 8 miliardi di euro e valorizzerebbe la controllata carioca 6,8 volte l’Ebitda. La cessione favorirebbe senza dubbio il processo di riduzione del debito dell’ex monopolista delle telecomunicazioni. “Con una simile operazione Telecom Italia ridurrebbe il rapporto debito/Ebitda di circa 0,5x e nel 2016 sarebbe di circa 2x, cioè in linea con i competitor europei nei confronti ei quali tratta a sconto anche per il maggior indebitamento”, spiegano gli analisti di Equita. Secondo gli analisti, una valorizzazione della quota in Tim Brasil a 8 miliardi di euro, porterebbe la valutazione del titolo Telecom a 1,15 euro. Nonostante questi vantaggi, però, gli esperti di Equita pensano che Telecom Italia non sia disposta a considerare valutazioni di questo livello. “L’ipotesi di un’offerta congiunta dei tre operatori è complessa da un punto di vista regolatorio ed inoltre prematura in quanto ci potrebbe volere un paio di mesi prima che Oi possa chiudere con successo la cessione delle attività portoghesi”, commenta il broker. Nei prossimi due mesi sicuramente la speculazione la farà da padrone, ma gli analisti difficilmente si aspettano qualcosa di concreto sul fronte M&A. “Completato il deal Oi-Altice, se Telecom Italia non avrà ricevuto offerte di almeno il 20% superiori a quelle indicate da Bloomberg, potrebbe essere la stessa Telecom a promuoversi come consolidatore in Brasile”, concludono gli esperti.